Il dottor Schweitzer del Brasile sempre al fianco dei lebbrosi 30 Giugno, 2008
Posted by pierinoilmissionario in Pierino scrive....trackback
Il dottor Schweitzer del Brasile sempre al fianco dei lebbrosi
Medico e sacerdote missionario, per portare ai più poveri il sollievo del corpo ma soprattutto la salute dello spirito, nella consapevolezza che «il vero medico è nostro Signore». Fin dalla giovinezza il futuro padre Beretta coltiva il sogno di partire per il lontano Brasile. Dopo gli anni trascorsi all’oratorio di Borgo Canale, l’impegno nell’Azione cattolica lo porta a frequentare il convento di Lovere dei padri cappuccini. Qui Enrico (questo è il nome di battesimo di padre Alberto) incontra per la prima volta padre Adriano da Zanica, missionario in Brasile. Il religioso racconta dell’abbandono dei poveri, dei lebbrosi e degli ammalati in quelle terre. Un quadro che lascia un segno indelebile nell’animo del giovane Enrico e lo interpella. Aveva già maturato la decisione di essere medico: le condizioni disperate della missione in Brasile contribuiscono a far nascere il desiderio di diventare anche sacerdote e missionario.Sono gli anni terribili della seconda guerra mondiale. In quel periodo la famiglia Beretta si trova a Genova, dove si era trasferita nel 1937 per permettere ai figli (e tra essi la futura santa Gianna Beretta Molla) di frequentare le diverse facoltà universitarie senza doversi disperdere in più città. Nel 1942, rientrati a Bergamo, i coniugi Beretta muoiono a distanza di pochi mesi. Poco dopo il funerale del padre, Enrico, fresco di laurea in medicina, comunica ai fratelli la sua decisione. Ordinato sacerdote nel 1948, partirà il 12 marzo 1949, dopo essersi specializzato nelle varie branche della medicina e della chirurgia. Laggiù, nell’immenso Brasile, sa bene che dovrà essere in grado di rispondere ad ogni emergenza.
Frei Alberto, come lo chiamano in Brasile, instaura da subito un rapporto speciale con la Provvidenza. Apre un piccolo ambulatorio medico, ma inizia ad accarezzare il sogno di fondare un ospedale per offrire agli ammalati cure e assistenza sempre più qualificate. Si getta con tutte e sue forze nell’avventura dell’Ospedale San Francesco di Assisi, catalizzando attorno a questo progetto tanti benefattori e l’aiuto concreto di molte persone, a partire dai suoi familiari. Il progetto crescerà negli anni, diventando uno dei centri più moderni della regione. Insieme all’ospedale (inaugurato nel 1952), fonda anche il Villaggio San Marino per la cura dei lebbrosi, che in quella zona sono molto numerosi. Frei Alberto è alla ricerca di tecniche sempre più efficaci per la cura delle patologie più difficili. Provvidenziale appunto è l’incontro con un medico russo allievo di Filatov, che gli insegna una tecnica rivoluzionaria: l’utilizzo della placenta umana. Grazie ad una speciale autoclave costruita appositamente per rendere sterile il preparato, frei Alberto sperimenta con efficacia la cura su lebbrosi e svariate patologie. Proprio la costante attenzione ai progressi della medicina e la sperimentazione di nuove tecniche rendono l’opera di padre Alberto in anticipo sui tempi. Cresce attorno a lui anche l’interesse della comunità scientifica, tanto che Fondazione Carlo Erba, nel 1967, gli conferisce il Premio «La missione del medico». Scrive il presidente professor Carlo Sirtori nella motivazione: «È un medico valentissimo, il quale si tiene scrupolosamente informato sui progressi della medicina frequentando, durante quelle che dovrebbero essere le sue vacanze, corsi di specializzazione e aggiornamento. Esempio di serietà professionale e di dedizione per il prossimo che merita la più alta considerazione».Da Grajaù padre Alberto Beretta, che non si risparmia certo in sala operatoria e in reparto, riesce comunque a coltivare una fittissima rete di rapporti e di amicizie (tra cui quella con il Candia, il «Marcello del Lebbrosi» fondatore con monsignor Aristide Pirovano, del Pime, dell’ospedale di Macapà, nell’Amazzonia). E durante le visite in Italia non si sottrae agli innumerevoli gli incontri e conferenze (sia scientifiche che di animazione missionaria) per spiegare l’opera dei cappuccini nella regione e per raccogliere i finanziamenti necessari alla vita dell’Ospedale San Francesco d’Assisi (che negli anni Settanta arriverà ad avere anche maternità e pediatria). Un impegno che gli varrà, nel 1978, anche la Medaglia d’oro per «alti meriti umanitari nell’esercizio della professione medica». E così qualcuno inizia a indicarlo come il dottor Schweitzer del Brasile.
Giuseppe Caffulli
«Curava i corpi ma anche le anime»
«Padre Pio gli disse: se diventi sacerdote oltre che medico, oltre ai corpi curerai le anime». Monsignor Giuseppe Molla, 87 anni, ricorda il fratello Alberto con molto affetto e una punta di commozione.
Tredici figli, tre dei quali hanno scelto la vita religiosa e una è diventata santa. La vostra non è una famiglia comune…
«Ricordo che mio padre ogni mattina prima di andare a Milano a lavorare si alzava alle 5 per servire Messa. E solo dopo faceva colazione. E mia madre è stata un esempio di fede, di generosità, di tenerezza: ha accolto ognuno di noi come un dono di Dio, e ci ha amato moltissimo. Gianna ha imparato da lei questa incondizionata apertura alla vita. Ha sicuramente fatto molto anche la bellissima atmosfera della parrocchia di Borgo Canale: il parroco allora vegliava come un padre spirituale sulle famiglie. Ogni settimana venivano i chierici del seminario e noi da ragazzi abbiamo avuto vicino Andrea Spada, una figura straordinaria».
Com’è nata la vocazione religiosa di suo fratello Alberto?
«Lui anche da giovane aveva la capacità di trasmettere agli altri la gioia di essere cristiano, tanto che il parroco gli aveva affidato i ragazzi più difficili, quelli che incominciavano il ginnasio e scalpitavano per andarsene dall’oratorio. E lui sapeva coinvolgerli in opere di solidarietà. Un giorno una zia ci invitò a pranzo per farci conoscere un cappuccino di Zanica, missionario in Brasile, e Alberto rimase impressionato dalla passione di quel sacerdote e dai suoi racconti sulla povertà di quei luoghi. Voleva fare qualcosa e così decise di studiare medicina e di trasferirsi poi proprio in Brasile. Poco tempo dopo incontrò padre Pio a San Giovanni Rotondo e lui gli disse: “Tu vuoi andare in Brasile come medico: diventa anche sacerdote, così curerai oltre ai corpi anche le anime”. E così ha fatto».
Qual era il suo rapporto con la sorella Gianna?
«Gli è sempre stata particolarmente vicina e per molto tempo ha accarezzato il desiderio di raggiungerlo in Brasile: ma il suo fisico non era in grado di sopportare il clima brasiliano, così le abbiamo spiegato che non era possibile. Ma ne ha sofferto moltissimo».
Padre Alberto è stato in Brasile per trentatré anni…
«Ha dovuto superare molti ostacoli: ha ripetuto quasi tutti gli esami perché la sua laurea italiana là non aveva valore. E poi ha dovuto cercare i fondi per costruire l’ospedale. Ma non si è mai perso d’animo. I pazienti che ricorrevano a lui erano moltissimi. Padre Alberto cercava di aiutarli tutti e non si risparmiava mai fisicamente. Lavorava fino a sera tardi e spesso saltava i pasti».
Lei gli è stato vicino per vent’anni, dopo che era rimasto paralizzato a causa di un ictus. Come ha trascorso questo periodo?
«Ha accettato con straordinaria docilità e pazienza la sofferenza di non poter più tornare in Brasile a curare i malati, come un segno della volontà di Dio. È stato per quasi vent’anni come una candela accesa con il cuore sempre rivolto alla missione, ed è riuscito a mantenere i contatti. Non poteva parlare, ma ci faceva capire con gesti e sguardi che cosa voleva rispondere alle lettere che gli inviavano. Poi trascriveva i testi preparati da noi di suo pugno, e per poter scrivere aveva imparato con fatica a usare la mano sinistra. E trascorreva le sue giornate in preghiera».
Sabrina Penteriani



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