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19 luglio 2008, sabato -PARTE 2- 22 Luglio, 2008

Posted by pierinoilmissionario in Eventi.
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Il Signore ci chiama a camminare nella luce (cfr Gv 12,35). Ciascuno di voi ha intrapreso la più grande e la più gloriosa delle battaglie, quella di essere consacrati nella verità, di crescere nella virtù, di raggiungere l’armonia fra pensieri e ideali, da una parte, e parole ed azioni, dall’altra. Entrate con sincerità e in maniera profonda nella disciplina e nello spirito dei vostri programmi di formazione. Camminate ogni giorno nella luce di Cristo mediante la fedeltà alla preghiera personale e liturgica, nutriti dalla meditazione della parola ispirata di Dio. I Padri della Chiesa amavano vedere le Scritture come un paradiso spirituale, un giardino dove possiamo camminare liberamente con Dio, ammirando la bellezza e l’armonia del suo piano salvifico mentre porta frutto nella nostra stessa vita, nella vita della Chiesa e lungo tutta la storia. La preghiera, dunque, e la meditazione della parola di Dio siano la lampada che illumina, purifica e guida i vostri passi lungo la via che il Signore ha segnato per voi. Fate della celebrazione quotidiana dell’Eucaristia il centro della vostra vita. In ogni messa, quando il Corpo e il Sangue del Signore vengono elevati al termine della Preghiera eucaristica, sollevate il vostro cuore e la vostra vita in Cristo, con Lui e per Lui, nell’unità dello Spirito Santo, quale amorevole sacrificio a Dio nostro Padre.

Così, cari giovani seminaristi e religiosi, voi stessi diverrete altari viventi, sui quali l’amore sacrificale di Cristo viene reso presente quale ispirazione e sorgente di nutrimento spirituale per quanti incontrerete. Abbracciando la chiamata del Signore a seguirlo in castità, povertà e obbedienza, avete intrapreso il viaggio di un discepolato radicale che vi renderà “segni di contraddizione” (cfr Lc 2,34) per molti dei vostri contemporanei. Modellate quotidianamente la vostra vita sull’amorevole auto-oblazione del Signore stesso in obbedienza alla volontà del Padre. In tal modo scoprirete la libertà e la gioia che possono attrarre altri a quell’Amore che è oltre ogni altro amore come sua fonte e suo compimento ultimo. Non dimenticate mai che la castità per il Regno significa abbracciare una vita dedicata completamente all’amore, un amore che vi rende capaci di dedicare voi stessi senza riserve al servizio di Dio per essere pienamente presenti ai fratelli e alle sorelle, specialmente a quanti sono nel bisogno. I tesori più grandi che condividete con altri giovani – il vostro idealismo, la generosità, il tempo e le energie – sono questi i veri sacrifici che deponete sull’altare del Signore. Possiate sempre tenere in gran conto questo stupendo carisma che Dio vi ha dato per la sua gloria e per l’edificazione della Chiesa!

Cari amici, lasciatemi concludere queste riflessioni attirando la vostra attenzione sulla grande vetrata nel coro di questa cattedrale. In essa la Madonna, Regina del Cielo, è rappresentata sul trono con maestà a fianco del suo divin Figlio. L’artista ha raffigurato Maria come la nuova Eva, che offre a Cristo, nuovo Adamo, una mela. Questo gesto simboleggia il capovolgimento da lei operato della disobbedienza dei nostri progenitori, il ricco frutto che la grazia di Dio ha portato nella vita stessa di lei, ed i primi frutti di quell’umanità redenta e glorificata che Ella ha preceduto nella gloria del paradiso. Chiediamo a Maria, Aiuto dei cristiani, di sostenere la Chiesa in Australia nella fedeltà a quella grazia mediante la quale il Signore crocifisso continua ad “attirare a sé” tutta la creazione ed ogni cuore umano (cfr Gv 12,32). Possa la potenza del suo Santo Spirito consacrare i fedeli di questa terra nella verità, produrre abbondanti frutti di santità e di giustizia per la redenzione del mondo e guidare l’intera umanità verso la pienezza di vita intorno a quell’Altare dove, nella gloria della liturgia celeste, siamo chiamati a cantare le lodi di Dio per l’eternità. Amen. [01114-01.03] [Testo originale: Inglese]

Al termine della Celebrazione Eucaristica, il Santo Padre rientra alla Cathedral House dove pranza con i Vescovi australiani e con i membri del Seguito. [B0482-XX.02]

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI A SYDNEY (AUSTRALIA) IN OCCASIONE DELLA XXIII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ (12 – 21 LUGLIO 2008) (IX)

•  VEGLIA CON I GIOVANI DELLA XXIII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ, NELL’IPPODROMO DI RANDWICK

Questo pomeriggio il Papa lascia la Cathedral House di Sydney e si reca all’Ippodromo di Randwick per la Veglia di preghiera con i giovani sul tema della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1,8).

Lungo il tragitto il Santo Padre compie una sosta alla Mount St Joseph’s Home a Randwick, una casa di riposo gestita dalle “Little Sisters of the Poor”, dove saluta l’Em.mo Card. Edward Bede Clancy, Arcivescovo emerito di Sydney, con altri anziani Vescovi e sacerdoti ivi ospitati, e la Sig.na Rosemary Goldie, già Sotto-Segretario del Pontificio Consiglio per i Laici, prima donna a ricoprire un alto incarico nel dicasteri della Santa Sede.

Alle 19 il Papa giunge a Ranwick e da inizio alla veglia, con l’Ippodromo al buio. Il Santo Padre fa il suo ingresso accompagnato da 12 pellegrini. Quindi una donna indigena accende le lampade dei 12 pellegrini che a loro volta accendono quelle dell’Assemblea e quelle dei Vescovi.

Nel corso della celebrazione, dopo le testimonianze di sette giovani che invocano lo Spirito Santo per l’intercessione dei Patroni della GMG, il Papa rivolge la sua parola ai pellegrini. Al termine, vengono presentati i 24 candidati al Sacramento della Confermazione che sarà amministrato domani, quindi il Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, Em.mo Card. Stanislaw Rylko, pronuncia il saluto conclusivo.

La Veglia dei giovani continua tutta la notte con l’Adorazione Eucaristica che si alterna con momenti di silenzio e meditazione in preparazione alla Santa Messa che il Papa celebrerà domani nell’Ippodromo, a chiusura della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù.

Riportiamo di seguito il discorso che il Santo Padre Benedetto XVI rivolge ai giovani durante la Veglia e i saluti finali in varie lingue:

DISCORSO DEL SANTO PADRE, TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA

Carissimi giovani,

ancora una volta, questa sera, abbiamo udito la grande promessa di Cristo – “avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi” – ed abbiamo ascoltato il suo comando – “mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra” (At 1,8). Furono proprio queste le ultime parole che Gesù pronunciò prima della sua ascensione al cielo. Cosa abbiano provato gli Apostoli nell’udirle possiamo soltanto immaginarlo. Ma sappiamo che il loro profondo amore per Gesù e la loro fiducia nella sua parola li spinse a radunarsi e ad attendere; non ad attendere senza scopo, ma insieme, uniti nella preghiera, con le donne e con Maria nella sala superiore (cfr At 1,14). Questa sera noi facciamo lo stesso. Radunati davanti alla nostra Croce che ha tanto viaggiato e all’icona di Maria, sotto lo splendore celeste della costellazione della Croce del Sud, noi preghiamo. Questa sera, io prego per voi e per i giovani di ogni parte del mondo. Lasciatevi ispirare dall’esempio dei vostri Patroni! Accogliete nel vostro cuore e nella vostra mente i sette doni dello Spirito Santo! Riconoscete e credete nella potenza dello Spirito Santo nella vostra vita!

L’altro giorno abbiamo parlato dell’unità e dell’armonia della creazione di Dio e del nostro posto in essa. Abbiamo ricordato come, mediante il grande dono del Battesimo, noi, che siamo creati ad immagine e somiglianza di Dio, siamo rinati, siamo divenuti figli adottivi di Dio, nuove creature. Ed è perciò come figli della luce di Cristo – simboleggiata dalle candele accese che ora tenete in mano – che diamo testimonianza nel nostro mondo allo splendore che nessuna tenebra può vincere (cfr Gv 1,5).

Questa sera fissiamo la nostra attenzione sul “come” diventare testimoni. Abbiamo bisogno di conoscere la persona dello Spirito Santo e la sua presenza vivificante nella nostra vita. Non è cosa facile! In effetti, la varietà di immagini che troviamo nella Scrittura a riguardo dello Spirito – vento, fuoco, soffio – sono un segno della nostra difficoltà ad esprimere su di lui una nostra comprensione articolata. E tuttavia sappiamo che è lo Spirito Santo che, benché silenzioso e invisibile, offre direzione e definizione alla nostra testimonianza su Gesù Cristo.

Voi già sapete che la nostra testimonianza cristiana è offerta ad un mondo che per molti aspetti è fragile. L’unità della creazione di Dio è indebolita da ferite che vanno in profondità, quando le relazioni sociali si rompono o quando lo spirito umano è quasi completamente schiacciato mediante lo sfruttamento e l’abuso delle persone. Di fatto, la società contemporanea subisce un processo di frammentazione a causa di un modo di pensare che è per natura sua di corta visione, perché trascura l’intero orizzonte della verità – della verità riguardo a Dio e riguardo a noi. Per sua natura il relativismo non riesce a vedere l’intero quadro. Ignora quegli stessi principi che ci rendono capaci di vivere e di crescere nell’unità, nell’ordine e nell’armonia.

Qual è la nostra risposta, come testimoni cristiani, a un mondo diviso e frammentato? Come possiamo offrire la speranza di pace, di guarigione e di armonia a quelle “stazioni” di conflitto, di sofferenza e di tensione attraverso le quali voi avete scelto di passare con questa Croce della Giornata Mondiale della Gioventù? L’unità e la riconciliazione non possono essere raggiunte mediante i nostri sforzi soltanto. Dio ci ha fatto l’uno per l’altro (cfr Gn 2,24) e soltanto in Dio e nella sua Chiesa possiamo trovare quell’unità che cerchiamo. Eppure, a fronte delle imperfezioni e delle delusioni sia individuali che istituzionali, noi siamo tentati a volte di costruire artificialmente una comunità “perfetta”. Non si tratta di una tentazione nuova. La storia della Chiesa contiene molti esempi di tentativi di aggirare o scavalcare le debolezze ed i fallimenti umani per creare un’unità perfetta, un’utopia spirituale.

Tali tentativi di costruire l’unità in realtà la minano! Separare lo Spirito Santo dal Cristo presente nella struttura istituzionale della Chiesa comprometterebbe l’unità della comunità cristiana, che è precisamente il dono dello Spirito! Ciò tradirebbe la natura della Chiesa quale Tempio vivo dello Spirito Santo (cfr 1 Cor 3,16). E’ lo Spirito infatti che guida la Chiesa sulla via della piena verità e la unifica nella comunione e nelle opere del ministero (cfr Lumen gentium, 4). Purtroppo la tentazione di “andare avanti da soli” persiste. Alcuni parlano della loro comunità locale come di un qualcosa di separato dalla cosiddetta Chiesa istituzionale, descrivendo la prima come flessibile ed aperta allo Spirito, e la seconda come rigida e priva dello Spirito.

L’unità appartiene all’essenza della Chiesa (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 813); è un dono che dobbiamo riconoscere e aver caro. Questa sera preghiamo per il nostro proposito di coltivare l’unità: di contribuire ad essa! di resistere ad ogni tentazione di andarcene via! Poiché è esattamente l’ampiezza, la vasta visione della nostra fede – solida ed insieme aperta, consistente e insieme dinamica, vera e tuttavia sempre protesa ad una conoscenza più profonda – che possiamo offrire al nostro mondo. Cari giovani, non è forse a causa della vostra fede che amici in difficoltà o alla ricerca di senso nella loro vita si sono rivolti a voi? Siate vigilanti! Sappiate ascoltare! Attraverso le dissonanze e le divisioni del mondo, potete voi udire la voce concorde dell’umanità? Dal bimbo derelitto di un campo nel Darfur ad un adolescente turbato, ad un genitore in ansia in una qualsiasi periferia, o forse proprio ora dalle profondità del vostro cuore, emerge il medesimo grido umano che anela ad un riconoscimento, ad un’appartenenza, all’unità. Chi soddisfa questo desiderio umano essenziale ad essere uno, ad essere immerso nella comunione, ad essere edificato, ad essere guidato alla verità? Lo Spirito Santo! Questo è il suo ruolo: portare a compimento l’opera di Cristo. Arricchiti dei doni dello Spirito, voi avrete la forza di andare oltre le visioni parziali, la vuota utopia, la precarietà fugace, per offrire la coerenza e la certezza della testimonianza cristiana!

Amici, quando recitiamo il Credo affermiamo: “Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita”. Lo “Spirito creatore” è la potenza di Dio che dà la vita a tutta la creazione ed è la fonte di vita nuova e abbondante in Cristo. Lo Spirito mantiene la Chiesa unita al suo Signore e fedele alla Tradizione apostolica. Egli è l’ispiratore delle Sacre Scritture e guida il Popolo di Dio alla pienezza della verità (cfr Gv 16,13). In tutti questi modi lo Spirito è il “datore di vita”, che ci conduce al cuore stesso di Dio. Così, quanto più consentiamo allo Spirito di dirigerci, tanto maggiore sarà la nostra configurazione a Cristo e tanto più profonda la nostra immersione nella vita del Dio uno e trino.

Questa partecipazione alla natura stessa di Dio (cfr 2 Pt,1,4) avviene, nello svolgersi dei quotidiani eventi della vita, in cui Egli è sempre presente (cfr Bar 3,38). Vi sono momenti, tuttavia, nei quali possiamo essere tentati di ricercare un certo appagamento fuori di Dio. Gesù stesso chiese ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?” (Gv 6,67). Un tale allontanamento magari offre l’illusione della libertà. Ma dove ci porta? Da chi possiamo noi andare? Nei nostri cuori, infatti, sappiamo che solo il Signore ha “parole di vita eterna” (Gv 6,67-69). L’allontanamento da lui è solo un futile tentativo di fuggire da noi stessi (cfr S. Agostino, Confessioni VIII,7). Dio è con noi nella realtà della vita e non nella fantasia! Affrontare la realtà, non sfuggirla: è questo ciò che noi cerchiamo! Perciò lo Spirito Santo con delicatezza, ma anche con risolutezza ci attira a ciò che è reale, a ciò che è durevole, a ciò che è vero. E’ lo Spirito che ci riporta alla comunione con la Trinità Santissima!

Lo Spirito Santo è stato in vari modi la Persona dimenticata della Santissima Trinità. Una chiara comprensione di lui sembra quasi fuori della nostra portata. E tuttavia quando ero ancora ragazzino, i miei genitori, come i vostri, mi insegnarono il segno della Croce e così giunsi presto a capire che c’è un Dio in tre Persone, e che la Trinità è al centro della fede e della vita cristiana. Quando crebbi in modo da avere una certa comprensione di Dio Padre e di Dio Figlio – i nomi significavano già parecchio – la mia comprensione della terza Persona della Trinità rimaneva molto carente. Perciò, da giovane sacerdote incaricato di insegnare teologia, decisi di studiare i testimoni eminenti dello Spirito nella storia della Chiesa. Fu in questo itinerario che mi ritrovai a leggere, tra gli altri, il grande sant’Agostino.

La sua comprensione dello Spirito Santo si sviluppò in modo graduale; fu una lotta. Da giovane aveva seguito il Manicheismo – uno di quei tentativi che ho menzionato prima, di creare un’utopia spirituale separando le cose dello spirito da quelle della carne. Di conseguenza, all’inizio egli era sospettoso di fronte all’insegnamento cristiano sull’incarnazione di Dio. E tuttavia la sua esperienza dell’amore di Dio presente nella Chiesa lo portò a cercarne la fonte nella vita del Dio uno e trino. Questo lo portò a tre particolari intuizioni sullo Spirito Santo come vincolo di unità all’interno della Santissima Trinità: unità come comunione, unità come amore durevole, unità come donante e dono. Queste tre intuizioni non sono soltanto teoriche. Esse aiutano a spiegare come opera lo Spirito. In un mondo in cui sia gli individui sia le comunità spesso soffrono dell’assenza di unità e di coesione, tali intuizioni ci aiutano a rimanere sintonizzati con lo Spirito e ad estendere e chiarire l’ambito della nostra testimonianza.

Perciò con l’aiuto di sant’Agostino, cerchiamo di illustrare qualcosa dell’opera dello Spirito Santo. Egli annota che le due parole “Spirito” e “Santo” si riferiscono a ciò che appartiene alla natura divina; in altre parole, a ciò che è condiviso dal Padre e dal Figlio, alla loro comunione. Per cui, se la caratteristica propria dello Spirito è di essere ciò che è condiviso dal Padre e dal Figlio, Agostino ne conclude che la qualità peculiare dello Spirito è l’unità. Un’unità di comunione vissuta: un’unità di persone in relazione vicendevole di costante dono; il Padre e il Figlio che si donano l’uno all’altro. Cominciamo così ad intravedere, penso, quanto illuminante sia tale comprensione dello Spirito Santo come unità, come comunione. Una vera unità non può mai essere fondata su relazioni che neghino l’uguale dignità delle altre persone. E neppure l’unità è semplicemente la somma totale dei gruppi mediante i quali noi a volte cerchiamo di “definire” noi stessi. Di fatto, solo nella vita di comunione l’unità si sostiene e l’identità umana si realizza appieno: riconosciamo il comune bisogno di Dio, rispondiamo all’unificante presenza dello Spirito Santo e ci doniamo vicendevolmente nel servizio degli uni agli altri.

La seconda intuizione di Agostino – cioè, lo Spirito Santo come amore che permane – discende dallo studio che egli fece della Prima Lettera di san Giovanni, là dove l’autore ci dice che “Dio è amore” (1 Gv 4,16). Agostino suggerisce che queste parole, pur riferendosi alla Trinità nel suo insieme, debbono intendersi anche come espressive di una caratteristica particolare dello Spirito Santo. Riflettendo sulla natura permanente dell’amore – “chi resta nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (ibid.) – Agostino si chiede: è l’amore o lo Spirito che garantisce il dono durevole? E questa è la conclusione alla quale egli arriva: “Lo Spirito Santo fa dimorare noi in Dio e Dio in noi; ma è l’amore che causa ciò. Lo Spirito pertanto è Dio come amore!” (De Trinitate 15,17,31). È una magnifica spiegazione: Dio condivide se stesso come amore nello Spirito Santo. Che cosa d’altro possiamo sapere sulla base di questa intuizione? L’amore è il segno della presenza dello Spirito Santo! Le idee o le parole che mancano di amore – anche se appaiono sofisticate o sagaci – non possono essere “dello Spirito”. Di più: l’amore ha un tratto particolare; lungi dall’essere indulgente o volubile, ha un compito o un fine da adempiere: quello di permanere. Per sua natura l’amore è durevole. Ancora una volta, cari amici, possiamo gettare un ulteriore colpo d’occhio su quanto lo Spirito Santo offre al mondo: amore che dissolve l’incertezza; amore che supera la paura del tradimento; amore che porta in sé l’eternità; il vero amore che ci introduce in una unità che permane!

La terza intuizione – lo Spirito Santo come dono – Agostino la deduce dalla riflessione su un passo evangelico che tutti conosciamo ed amiamo: il colloquio di Cristo con la samaritana presso il pozzo. Qui Gesù si rivela come il datore dell’acqua viva (cfr Gv 4,10), che viene poi qualificata come lo Spirito (cfr Gv 7,39; 1 Cor 12,13). Lo Spirito è “il dono di Dio” (Gv 4,10) – la sorgente interiore (cfr Gv 4,14) – che soddisfa davvero la nostra sete più profonda e ci conduce al Padre. Da tale osservazione Agostino conclude che il Dio che si concede a noi come dono è lo Spirito Santo (cfr De Trinitate, 15,18,32). Amici, ancora una volta gettiamo uno sguardo sulla Trinità all’opera: lo Spirito Santo è Dio che eternamente si dona; al pari di una sorgente perenne, egli offre niente di meno che se stesso. Osservando questo dono incessante, giungiamo a vedere i limiti di tutto ciò che perisce, la follia di una mentalità consumistica. In particolare, cominciamo a comprendere perché la ricerca di novità ci lascia insoddisfatti e desiderosi di qualcos’altro. Non stiamo noi forse ricercando un dono eterno? La sorgente che mai si esaurirà? Con la samaritana esclamiamo: Dammi di quest’acqua, così che non abbia più sete (cfr Gv 4,15)!

Carissimi giovani, abbiamo visto che è lo Spirito Santo a realizzare la meravigliosa comunione dei credenti in Cristo Gesù. Fedele alla sua natura di datore e insieme di dono, egli è ora all’opera mediante voi. Ispirati dalle intuizioni di sant’Agostino, fate sì che l’amore unificante sia la vostra misura; l’amore durevole sia la vostra sfida; l’amore che si dona la vostra missione!

Domani quello stesso dono dello Spirito verrà solennemente conferito ai nostri candidati alla Cresima. Io pregherò: “Dona loro lo spirito di sapienza e di intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà e riempili dello spirito del tuo santo timore”. Questi doni dello Spirito – ciascuno dei quali, come ci ricorda san Francesco di Sales, è un modo per partecipare all’unico amore di Dio – non sono né un premio né un riconoscimento. Sono semplicemente donati (cfr 1 Cor 12,11). Ed essi esigono da parte del ricevente soltanto una risposta: “Accetto”! Percepiamo qui qualcosa del mistero profondo che è l’essere cristiani. Ciò che costituisce la nostra fede non è in primo luogo ciò che facciamo, ma ciò che riceviamo. Dopo tutto, molte persone generose che non sono cristiane possono realizzare ben di più di ciò che facciamo noi. Amici, accettate di essere introdotti nella vita trinitaria di Dio? Accettate di essere introdotti nella sua comunione d’amore?

I doni dello Spirito che operano in noi imprimono la direzione e danno la definizione della nostra testimonianza. Orientati per loro natura all’unità, i doni dello Spirito ci vincolano ancor più strettamente all’insieme del Corpo di Cristo (cfr Lumen gentium, 11), mettendoci meglio in grado di edificare la Chiesa, per servire così il mondo (cfr Ef 4,13). Ci chiamano ad un’attiva e gioiosa partecipazione alla vita della Chiesa: nelle parrocchie e nei movimenti ecclesiali, nelle lezioni di religione a scuola, nelle cappellanie universitarie e nelle altre organizzazioni cattoliche. Sì, la Chiesa deve crescere nell’unità, deve rafforzarsi nella santità, ringiovanirsi, e costantemente rinnovarsi (cfr Lumen gentium, 4). Ma secondo quali criteri? Quelli dello Spirito Santo! Volgetevi a lui, cari giovani, e scoprirete il vero senso del rinnovamento.

Questa sera, radunati sotto la bellezza di questo cielo notturno, i nostri cuori e le nostre menti sono ripiene di gratitudine verso Dio per il grande dono della nostra fede nella Trinità. Ricordiamo i nostri genitori e nonni, che hanno camminato al nostro fianco quando, mentre eravamo bambini, hanno sostenuto i primi passi del nostro cammino di fede. Ora, dopo molti anni, vi siete raccolti come giovani adulti intorno al Successore di Pietro. Sono ricolmo di profonda gioia nell’essere con voi. Invochiamo lo Spirito Santo: è lui l’artefice delle opere di Dio (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 741). Lasciate che i suoi doni vi plasmino! Come la Chiesa compie lo stesso viaggio con l’intera umanità, così anche voi siete chiamati ad esercitare i doni dello Spirito tra gli alti e i bassi della vita quotidiana. Fate sì che la vostra fede maturi attraverso i vostri studi, il lavoro, lo sport, la musica, l’arte. Fate in modo che sia sostenuta mediante la preghiera e nutrita mediante i Sacramenti, per essere così sorgente di ispirazione e di aiuto per quanti sono intorno a voi. Alla fine, la vita non è semplicemente accumulare, ed è ben più che avere successo. Essere veramente vivi è essere trasformati dal di dentro, essere aperti alla forza dell’amore di Dio. Accogliendo la potenza dello Spirito Santo, anche voi potete trasformare le vostre famiglie, le comunità, le nazioni. Liberate questi doni! Fate sì che sapienza, intelletto, fortezza, scienza e pietà siano i segni della vostra grandezza!

* * *

Cari giovani italiani! Un saluto speciale a tutti voi! Custodite la fiamma che lo Spirito Santo ha acceso nei vostri cuori, perché non abbia a spegnersi, ma anzi arda sempre più e diffonda luce e calore a chi incontrerete sulla vostra strada, specialmente a quanti hanno smarrito la fede e la speranza. La Vergine Maria vegli su di voi in questa notte ed ogni giorno della vostra vita.

[Chers jeunes de langue française, vous êtes venus prier ce soir l’Esprit-Saint. Sa présence silencieuse en votre cœur vous fera comprendre peu à peu le dessein de Dieu sur vous. Puisse-t-Il vous accompagner dans votre vie quotidienne et vous conduire vers une meilleure connaissance de Dieu et de votre prochain! C’est Lui qui du plus profond de votre être vous pousse vers l’unique Vérité divine et vous fait vivre authentiquement en frères.

Einen frohen Gruß richte ich an euch, liebe junge Christen aus den Ländern deutscher Sprache. Der Heilige Geist, der Botschafter der göttlichen Liebe, will in euren Herzen wohnen. Gebt ihm Raum in euch im Hören auf Gottes Wort, im Gebet und in eurer Solidarität mit den Armen und Leidenden. Bringt den Geist des Friedens und der Versöhnung zu den Menschen. Gott, von dem alles Gute kommt, vollende jedes gute Werk, das ihr zu seiner Ehre tut.

Queridos amigos, el Espíritu Santo dirige nuestros pasos para seguir a Jesucristo en el mundo de hoy, que espera de los cristianos una palabra de aliento y un testimonio de vida que inviten a mirar confiadamente hacia el futuro. Os encomiendo en mis plegarias, para que respondáis generosamente a lo que el Señor os pide y a lo que todos los hombres anhelan. Que Dios os bendiga.

Meus queridos amigos, recebei o Espírito Santo, para serdes Igreja! Igreja quer dizer todos nós unidos como um corpo que recebe o seu influxo vital de Jesus ressuscitado. Este dom é maior que os nossos corações, porque brota das entranhas da Santíssima Trindade. Fruto e condição: sentir-se parte uns dos outros, viver em comunhão. Para isso, jovens caríssimos, acolhei dentro de vós a força de vida que há em Jesus. Deixai-O entrar no vosso coração. Deixai-vos plasmar pelo Espírito Santo.]

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Ed ora, mentre ci disponiamo all’adorazione del Santissimo Sacramento, nel silenzio e nell’attesa ripeto a voi le parole pronunciate dalla beata Mary MacKillop quando aveva giusto ventisei anni: “Credi a ciò che Dio sussurra al tuo cuore!”. Credete in lui! Credete alla potenza dello Spirito dell’amore! [01115-01.02] [Testo originale: Plurilingue]

Al termine dell’incontro con i giovani, il Santo Padre rientra alla Cathedral House dove cena in privato. [B0483-XX.02]

RadioVaticana, RadioGiornale ore 14:00, sabato 19 luglio 2008

“Credete nella potenza dello Spirito Santo per trasformare il mondo!”. Così il Papa ai giovani durante la Veglia della GMG

?   “Riconoscete e credete nella potenza dello Spirito Santo nella vostra vita” per trasformare il mondo! Questo l’invito del Papa ai tantissimi giovani radunati all’ippodromo di Randwick a Sydney per la Veglia della 23.ma Giornata mondiale della gioventù. Benedetto XVI ha svolto una intensa catechesi sullo Spirito Santo, che – ha detto – è “la Persona dimenticata della Santissima Trinità”. Tuttavia, “benché silenzioso e invisibile” e difficile da conoscere, è proprio lo Spirito ad essere “l’artefice delle opere di Dio”. Il Papa ha anche ricordato che lo Spirito realizza l’unità nell’amore contro ogni tentazione di divisione e contro quelle utopie spirituali che vogliono costruire comunità perfette scavalcando le debolezze e i fallimenti umani. Ma ascoltiamo sulla Veglia il servizio del nostro inviato a Sydney Roberto Piermarini.
L’immenso ippodromo di Randwick come un nuovo Cenacolo. Lo spirito della Pentecoste ha aleggiato questa sera sui 200 mila giovani giunti a Sydney da ogni parte del mondo per la Giornata mondiale della gioventù. Applausi scroscianti, cori ritmati e un agitarsi frenetico di bandiere di ogni colore hanno salutato l’arrivo del Papa, accompagnato da 12 pellegrini, sul gigantesco palco rosso sormontato da una croce luminosa e il “Marjorie’s bird”, l’immagine dello Spirito Santo dipinta da un’artista aborigena.
(Inno della GMG)
Con l’inno di questa GMG cantato da un coro di 300 elementi in tutte le lingue, il suo ingresso è stato preceduto dai segni della Giornata – la croce e l’icona della Vergine. Quando una ragazza aborigena ha acceso una candela, dal fuoco del cero pasquale, simbolo di Cristo e dello Spirito Santo, 12 giovani lo hanno offerto a tutti i presenti. Improvvisamente la grande spianata si è trasformata in un cielo stellato. Quindi 7 giovani hanno invocato lo Spirito Santo per l’intercessione dei Patroni della GMG.
“In accepting the power of the Holy Spirit you too can transform…
Accogliendo la potenza dello Spirito Santo potete trasformare le vostre famiglie, le comunità, le nazioni. Fate sì che i doni di sapienza, intelletto, fortezza, scienza e pietà siano i segni della vostra grandezza!”.
Questa la consegna del Papa ai giovani raccolti a Randwick. Il suo discorso è stato un inno allo Spirito Santo, che dobbiamo conoscere – ha detto – se vogliamo diventare suoi testimoni . Benedetto XVI ha riaffermato che davanti ad un mondo frammentato che ha bisogno di pace e di armonia, non possiamo raggiungere l’unità e la riconciliazione mediante i nostri sforzi ma soltanto in Dio e nella Chiesa. Chi vi farà aiutare i vostri amici che non hanno un senso alla vita? ha chiesto il Papa. “Dal bimbo derelitto in un campo nel Darfur ad un adolescente turbato, ad un genitore in ansia in una qualsiasi periferia, emerge un grido che anela all’unità. Chi ci guiderà alla verità per dare testimonianza? Lo Spirito Santo che porta a compimento l’opera di Cristo. Chi è tentato di ricercare un certo appagamento fuori di Dio – ha proseguito il Papa – sta fuggendo da se stesso. “Dio è in noi nella realtà della vita e non nella fantasia. La realtà va affrontata non sfuggita. Ed è sempre lo Spirito Santo che ci attira in ciò che è vero e reale e ci riporta alla comunione con la Santissima Trinità, che è il centro della vita cristiana. Una realtà difficile da comprendere. E il Papa ha ripreso Sant’Agostino per parlare dello Spirito Santo come vincolo di unità all’interno della Santissima Trinità: unità come comunione dove il Padre e il Figlio si donano l’uno all’altro; unità come amore durevole, dove lo Spirito fa dimorare Dio in noi che è amore; ed unità come dono dove lo Spirito Santo è Dio che eternamente si dona.
“It is the Holy Spirit who brings about the wonderful communion…
E’ lo Spirito Santo a realizzare la meravigliosa comunione dei credenti in Cristo Gesù. Fedele alla sua natura di datore e insieme di dono, egli è ora all’opera mediante voi giovani. Ispirati da Sant’Agostino fate sì che l’amore unificante sia la vostra misura; l’amore durevole sia la vostra sfida e l’amore che si dona la vostra missione”.
La Chiesa – ha detto – deve crescere nell’unità, deve rafforzarsi nella santità, ringiovanirsi e costantemente rinnovarsi, grazie allo Spirito Santo. Dopo il discorso del Papa momenti di forte raccoglimento e preghiera con l’esposizione del Santissimo Sacramento.
Quindi rivolgendosi ai gruppi presenti, ha salutato anche i giovani italiani:
“Custodite la fiamma che lo Spirito Santo ha acceso nei vostri cuori, perché non abbia a spegnersi, ma anzi arda sempre più e diffonda luce e calore a chi incontrerete sulla vostra strada, specialmente a quanti hanno smarrito la fede e la speranza. La Vergine Maria vegli su di voi in questa notte ed ogni giorno della vostra vita”.
Benedetto XVI ha concluso il suo discorso con una frase della beata australiana Mary McKillop:
“Believe in the whisperings of God to your heart!”…
“Credi a ciò che Dio sussurra al tuo cuore!” – ha esortato il Papa citando la Beata. E ha aggiunto: “Credete in Lui! Credete alla potenza dello Spirito dell’amore”.
La notte per i giovani trascorrerà con l’Adorazione eucaristica alternata a momenti di silenzio e meditazione. Resteranno lì sotto le stelle, tra coperte e sacchi a pelo ad attendere il Papa per la Messa di domani che concluderà la Giornata mondiale della gioventù. Avranno modo di ammirare la costellazione della “Croce del sud”, visibile solo dall’emisfero australe e che da oggi darà il nome a tutta l’area di Randwick, teatro di questa nuova Pentecoste.

I ragazzi hanno dunque vissuto, in queste ore, l’esperienza di una nuova Pentecoste. Un avvenimento che ci viene descritto con viva emozione da Giovanni Piccolo, giovane neocatecumenale italo-australiano, raggiunto telefonicamente all’ippodromo di Randwick da Alessandro Gisotti:
R. – Vedere tutta la folla dei giovani che cantavano, ballavano, che annunciavano la Parola del Signore è stato commovente, è stato bellissimo! Non me lo sarei mai aspettato di vedere una partecipazione del genere qui a Sydney, in Australia. Poi questa vicinanza col Papa, questo amore che ha per i giovani mi commuove sempre e anche questa fratellanza con i ragazzi, qui, è bellissima. Questa GMG è un segno dell’amore che Dio ha per me nella mia vita, che mi dona sempre qualcosa di più bello, sempre più bello!
D. – Il tema della GMG è lo Spirito Santo: quale forza potrà dare lo Spirito Santo ai giovani?
R. – Io spero la forza che ci spinga a partecipare alla missione, non solo a credere ma a vivere questa fede come una missione, non nel senso di convincere l’altro ma di vivere la fede nella vita, essere un segno per il mondo, per le nuove generazioni.
D. – Che cosa porterai ai ragazzi che non sono stati alla GMG e che magari sono lontani dalla Chiesa?
R. – Gli porterò una gioia inimmaginabile, una freschezza, una possibilità di un nuovo cristianesimo dove veramente si può vivere questa vicinanza al Signore nella vita quotidiana di tutti i giorni!

E questo entusiasmo, questa gioia radicata nella fede ha pervaso anche i vescovi che hanno accompagnato i giovani a Sydney. Ecco la testimonianza di mons. Carlo Mazza, vescovo di Fidenza, raccolta da Alessandro Gisotti:
R. – Stamattina ho fatto con loro un pezzo di pellegrinaggio che li portava dalle loro postazioni fino a Randwick. E’ stata un’emozione straordinaria, di immersione proprio nel cuore, nella vita di questi ragazzi, che cantavano, pregavano con una forza interiore, perché non si cammina per chilometri e chilometri in quel modo senza una motivazione forte. E’ stata un’esperienza straordinaria che in qualche modo mi ha investito e ha fatto diventare giovane anche me che sono abbastanza vecchio!
D .– Mons. Mazza, la gioia, l’entusiasmo, lo vediamo anche attraverso le immagini, ma che spazi hanno la meditazione, la preghiera, la riflessione in questi giorni a Sydney?
R. – Ho visto i ragazzi estremamente attenti, certamente non tutti, perché non bisogna mai esagerare, ma la grande maggioranza ascolta le catechesi; le domande che facevano rispondevano a quanto si era detto, quindi, c’era una coerenza tra l’ascolto e la parola. Vuol dire che avevano ascoltato bene e questo mi pare un evento di grande rilevanza spirituale che potrebbe durare nel tempo. Sono stato insieme con loro, gli ho rivolto delle domande, ho cercato di capire. La percezione era proprio di sentirsi in qualche modo colti nel profondo del proprio io.
D. – Cosa secondo lei i giovani e i loro pastori, come lei, si porteranno a casa di questa esperienza di Sydney?
R. – Credo che l’incontro con il Santo Padre rimanga fondamentale. Come abbiamo visto l’altro giorno, quando è stato accolto a Barangaroo, i ragazzi si sentono attirati da questa figura che sembra così lontana eppure così vicina a loro. Quindi, l’incontro con il Santo Padre – certamente un incontro più simbolico che reale, effettivo, fisico – in qualche modo li pervade e le parole che dice, anche se apparentemente sembrano volare un po’ alto, di fatto colgono l’anima dei ragazzi, ciò di cui i ragazzi hanno bisogno.
D. – Il Papa fin dall’inizio del Pontificato, lo dimostra anche in questa GMG, non sottovaluta i giovani…
R. – Assolutamente no. Lui è molto pensoso, proprio per il suo carisma porta non a una facile euforia delle cose, anche se non è assente dal Papa la gioia. Manifesta sempre un volto molto sorridente, ma è un volto che porta alla riflessione, porta alla pacatezza, all’interno della persona, all’interiorità.

RadioVaticana, RadioGiornale ore 14:00, sabato 19 luglio 2008

Il Papa contro la “vergogna” della pedofilia nella Chiesa: sono addolorato per le sofferenze delle vittime. L’esortazione ai seminaristi e ai novizi: combattete l’indifferenza verso Dio con la santità della vostra vita

?   Una condanna dura e senza appello per la pedofilia che si annida nel clero, “vergogna” della Chiesa. E un nuovo invito a non ridurre Dio a una “devozione personale” lontana dalla sfera pubblica: tentazione dalla quale non sono immuni nemmeno i sacerdoti e i consacrati. Il sabato di Sydney è cominciato così per Benedetto XVI: con una Messa concelebrata in Cattedrale assieme al clero australiano – ma soprattutto con il futuro di questa Chiesa, i seminaristi, i novizi e le novizie – e con un nuovo atto di solidarietà del Papa verso le vittime degli abusi sessuali commessi da sacerdoti nel Paese. La cronaca della celebrazione nel servizio di Alessandro De Carolis:
“Indeed, I am deeply sorry for the pain and suffering…
Davvero, sono profondamente dispiaciuto per il dolore e la sofferenza sopportate dalle vittime e assicuro loro, che come loro Pastore, condivido la loro sofferenza”.
C’è commozione nelle parole del Papa quando, aprendo una parentesi in un’omelia tutta dedicata al dover essere di un’anima che si dona a Dio, il discorso scivola per un non evitabile contrasto sulla più abietta delle derive che un consacrato possa imboccare: quella della violenza sessuale sui più innocenti, i bambini. E quella commozione – un sussulto spontaneo, non previsto dal discorso ufficiale – nei riguardi di chi ha subito la violenza in prima persona o per immediato riflesso – i genitori – diventa indignazione poco prima e poco dopo, senza sconti, quando Benedetto XVI usa termini come “vergogna”, “misfatti”, “giustizia”:
“Here I would like to pause to acknowledge the shame…
Desidero qui fare una pausa per riconoscere la vergogna che tutti abbiamo sentito a seguito degli abusi sessuali sui minori da parte di alcuni sacerdoti o religiosi in questa Nazione (…) Questi misfatti, che costituiscono un così grave tradimento della fiducia, devono essere condannati in modo inequivocabile. Essi hanno causato grande dolore ed hanno danneggiato la testimonianza della Chiesa. Chiedo a tutti voi di sostenere e assistere i vostri Vescovi e di collaborare con loro per combattere questo male. Le vittime devono ricevere compassione e cura e i responsabili di questi mali devono essere portati davanti alla giustizia”.
Davanti ai 65 vescovi presenti nella Cattedrale di Sydney, davanti ai novizi e alle novizie degli istituti religiosi, davanti a seminaristi australiani, Benedetto XVI aveva cominciato la celebrazione con il rito di dedicazione del nuovo altare. Nell’odierna liturgia, ha osservato, “la Chiesa ci rammenta che, come questo altare, anche noi siamo stati consacrati, messi ‘a parte’ per il servizio di Dio e l’edificazione del suo Regno”:
“All too often, however, we find ourselves immersed in a world…
Troppo spesso, tuttavia, ci ritroviamo immersi in un mondo che vorrebbe mettere Dio ‘da parte’. Nel nome della libertà ed autonomia umane, il nome di Dio viene oltrepassato in silenzio, la religione è ridotta a devozione personale e la fede viene scansata nella pubblica piazza. Talvolta una simile mentalità, così totalmente opposta all’essenza del Vangelo, può persino offuscare la nostra stessa comprensione della Chiesa e della sua missione”.
Anche noi, ha insistito il Papa con realismo, “possiamo essere tentati di ridurre la vita di fede ad una questione di semplice sentimento, indebolendo così il suo potere di ispirare una visione coerente del mondo ed un dialogo rigoroso con le molte altre visioni che gareggiano per conquistarsi le menti e i cuori dei nostri contemporanei”. Ma la storia, inclusa quella del nostro tempo – ha proseguito Benedetto XVI – “ci dimostra che la questione di Dio non può mai essere messa a tacere, come pure che l’indifferenza alla dimensione religiosa dell’esistenza umana in ultima analisi diminuisce e tradisce l’uomo stesso”. Laddove “l’uomo viene sminuito, è il mondo che ci attornia ad essere sminuito”. Viceversa, ha affermato, è solo in Gesù, Parola incarnata, che “giungiamo a comprendere la grandezza della nostra stessa umanità”.
Benedetto XVI ha raccomandato, specialmente ai seminaristi, alle novizie e ai novizi, di vivere la disciplina che esige la propria formazione “con sincerità e in maniera profonda”, mettendo al centro della vita di ogni giorno la celebrazione dell’Eucaristia:
“Never forget that celibacy for the sake of the Kingdom means…
Non dimenticate mai che la castità per il Regno significa abbracciare una vita dedicata completamente all’amore, un amore che vi rende capaci di dedicare voi stessi senza riserve al servizio di Dio per essere pienamente presenti ai fratelli e alle sorelle, specialmente a quanti sono nel bisogno. I tesori più grandi che condividete con altri giovani – il vostro idealismo, la generosità, il tempo e le energie – sono questi i veri sacrifici che deponete sull’altare del Signore. Possiate sempre tenere in gran conto questo stupendo carisma che Dio vi ha dato per la sua gloria e per l’edificazione della Chiesa!”.

RadioVaticana, RadioGiornale ore 14:00, sabato 19 luglio 2008

Prima della veglia, il saluto del Papa ai numerosi presuli e sacerdoti, tra cui il cardinale Bede Clancy, ospiti di una casa di riposo a Randwick

?   Nella serrata agenda dei suoi appuntamenti, Benedetto XVI ha voluto trovare spazio per recarsi in visita ad una casa di riposo di Sydney, la St Josephs Home – che sorge a Randwick, nella zona dell’ippodromo dove sono radunati i giovani della GMG – per portare un saluto ai diversi sacerdoti e presuli ospiti della struttura, gestita dalle Piccole Sorelle dei Poveri. Poco prima di dare inizio alla Veglia, dunque, il Papa ha reso visita all’84.enne cardinale Edward Bede Clancy, arcivescovo emerito di Sydney. E un saluto Benedetto XVI lo ha rivolto anche ai vescovi emeriti William Brennan e William Murray, nonché a numerosi sacerdoti presenti nella residenza.
Nel corso della visita, durata circa 20 minuti, il Papa ha potuto inoltre incontrare Rosemarie Goldie, 92 anni, di Sydney, ex sottosegretaria del Pontificio Consiglio per i Laici, la prima donna a ricoprire un ruolo così di rilievo in Vaticano.

RadioVaticana, RadioGiornale ore 14:00, sabato 19 luglio 2008

La Via Crucis di Sydney: intervista con il giovane attore che ha impersonato Gesù

?   Surreale silenzio e intenso raccoglimento hanno accompagnato la Via Crucis della Giornata Mondiale della Gioventù, che ha avuto ieri per teatro il centro storico di Sydney. Un gigantesco spazio teatrale all’aperto per un cast di 100 interpreti, sotto la direzione artistica di padre Franco Cavarra, ex regista di opere liriche. Molti maxischermi in vari punti di Sydney e poi oltre 200 mila pellegrini raccolti in sei località attorno alla baia di Sydney per assistere alle 13 stazioni della Via Dolorosa che sono state trasmesse in diretta Tv mondiale con un’audience di almeno 500 milioni di persone. Ma ascoltiamo dalla voce di chi ha interpretato il ruolo di Cristo, il 27/enne italo-australiano Alfio Stuto, che cosa abbia significato questa esperienza. L’intervista è del nostro inviato a Sidney, Sean Lovett:
R. – What I was doing is basicly…
Quello che ho fatto è stato fondamentalmente riflettere sulla mia vita e sulle emozioni che stavo vivendo, perché quello che vivo mi influenza. Quindi, per esempio, quando sono stato trascinato verso la Croce sulla rampa, la mia visione allora era quella della morte ed ero spaventato. Certamente, realisticamente, l’emozione prende il sopravvento e diventi vulnerabile, perché vedi i soldati nei loro occhi, e ti senti intimidito. E’ un processo in cui ognuno si apre all’altro e mette la propria emozione, che gli appartiene nella vita, in relazione con l’opera di Dio: la fede, la storia e così via.
D. – Cosa volevi che arrivasse alla gente di questo?
R. – A connection, a spiritual connection…
Una connessione, una connessione spirituale con la storia di Cristo, essere toccati dall’amore di Gesù e dalla ragione per cui ha fatto questo. C’è così tanto amore. E’ così per tutti quelli che credono che Gesù sia il figlio di Dio. E chiaramente quelli che credono, che hanno i valori cristiani, i credenti possono avvicinarsi a Dio, possono davvero risvegliarsi. Quindi, tutto questo è stato proprio un modo di avvicinarsi a Dio, di capire lo spirito e tutto il resto. E’ stato fatto per tutti.
D. – Mi hai detto di essere stato commosso dal fatto che la gente era fortemente coinvolta. Hai visto delle persone piangere…
R. – Definetely. My heart’s…
Certamente. L’emozione del mio cuore era per il fatto che Dio stava parlando ad ogni persona come individuo, che non sarebbe stato solo un rito. Pregavo perché fosse un fatto intimo. Poi, quando la gente è arrivata, hanno parlato di interazione e, da come è andata, penso sia accaduto proprio così. E quindi non possiamo chiedere di più, come credenti e come attori.
D. – Cosa succederà dopo la GMG. Passando per la città ho visto che hanno già tolto alcuni maxischermi. Cosa avverrà della gioia di questi giorni?
R. – Grab on …
Ci aggrappiamo a quella gioia, perché gli schermi non ci sono più, ma lo Spirito è ancora lì.

RadioVaticana, RadioGiornale ore 14:00, sabato 19 luglio 2008

A Roma, in concomitanza con la Veglia di Sydney, un incontro di preghiera nella Basilica Lateranense: la testimonianza del cardinale vicario, Agostino Vallini

?   Dopo la Via Crucis di venerdì e la grande Veglia di oggi, i giovani si ritroveranno con il Papa, domani mattina alle ore 10 di Sydney (le 2 di Roma), sempre all’ippodromo di Randwick per la Messa conclusiva della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù. La celebrazione sarà seguita in radiocronaca diretta dalla nostra emittente. Intanto, la GMG viene vissuta intensamente, con diverse iniziative, anche lontano da Sydney. Stamani, in concomitanza con la Veglia in terra australiana, si è svolto nella Basilica Lateranense un incontro di preghiera dei giovani della diocesi di Roma e delle altre diocesi del Lazio. La Messa è stata celebrata dal cardinale vicario Agostino Vallini, che, intervistato da Luca Collodi, racconta le reazioni dei giovani romani:
R. – E’ stata una bella esperienza perché ho sentito il desiderio di questi giovani di un’intensa preghiera. E’ stata una forte esperienza di fede e ho cercato nella omelia della Messa di favorire, di offrire elementi, perché questa preghiera diventasse più intensa e ho detto che eravamo proprio in questo cenacolo del mondo insieme con il Santo Padre che dall’altra parte della terra era lì con queste rappresentanze del mondo intero. Noi ci sentivamo uniti a loro.
D. – Cardinale Vallini, più volte in questi giorni il Papa da Sydney ha invitato i giovani a non buttare via la propria vita, a non trovare scorciatoie. Qual è oggi secondo lei il senso religioso dei giovani?
R. – A me pare che c’è un senso di ricerca. E’ la ragione della vita di questi giovani. Vivono in un contesto pluralistico con mille messaggi, con tante speranze ma anche tante illusioni. E’ come se per molti giovani non si fosse trovato il punto di partenza per dare risposte definitive, stabili, chiare alla propria vita, ma con un grande desiderio di farlo. Questo della Giornata Mondiale della Gioventù è certamente un momento forte di proposta per quelli che partecipano ma anche per quelli che non partecipano e che sono attenti a questi fenomeni mondiali della comunità ecclesiale.
D. – Una Giornata Mondiale della Gioventù è sempre un momento molto forte sia spiritualmente che umanamente. Tornati a casa si rientra nella quotidianità, i giovani quando tornano sono un po’ distratti…
R. – E’ un po’ vero per tutti noi, ma soprattutto forse per i giovani. Certo dipende dalle circostanze se un giovane è inserito in una esperienza positiva in una comunità ecclesiale, certo può avere occasioni propizie per poter continuare un discorso. Io ho visto dei giovani che dopo aver partecipato a una delle Giornate mondiali, poi hanno fatto delle scelte coraggiose, hanno rivisitato tutta la loro vita, si sono messi a leggere il Vangelo, hanno chiesto aiuto, hanno fatto quel passaggio consapevole verso una fede adulta e motivata che poteva giustificare una scelta di vita anche molto impegnativa. Ci sono poi tante persone che hanno ricevuto dei frutti e poi si sono comportati da cittadini e da cristiani impegnati nel sociale, nella vita civile, il che è molto positivo. Certo dipende dal dopo, che cosa si potrà offrire, come aiutarli, perché la proposta forte che viene dal Santo Padre e viene dalle diverse esperienze legate alla Giornata Mondiale della Gioventù, possa avere continuità.
D. – Eminenza, un pensiero a quanti giovani e adulti sono rimasti a Roma, diocesi del Papa e vivono da qua la Giornata Mondiale della Gioventù?
R. – Mi sentirei di raccogliere il brano di Ezechiele che è stato proposto e proclamato stamattina nella Messa della Basilica di San Giovanni. Molte persone oggi, purtroppo, il più delle volte senza loro colpa, vivono come “outsider”, deluse, amareggiate, senza speranze, senza futuro. La grande sfida è di aiutare tutti a scoprire che c’è il Signore che ama e che dona il suo Spirito capace di far rivivere.

RadioVaticana, RadioGiornale ore 14:00, sabato 19 luglio 2008

Fede e mondo nuovo: l’editoriale di padre Lombardi sulla GMG di Sydney

?   Il libro del Vangelo viene portato solennemente all’altare su una canoa, per ricordare che la fede cristiana e’ giunta alle isole del Pacifico portata dai missionari su fragili imbarcazioni. Quanto coraggio, quanta fede hanno fatto nascere la Chiesa su queste coste così lontane dal centro dell’antico mondo mediterraneo!
Sotto il cielo della Croce del Sud, lungo le rive della splendida baia di Sydney, si capisce di assistere alla nascita di un mondo nuovo, ancora poco popolato, ma di potenzialità immense. Qui la Giornata Mondiale della Gioventù dice che la fede, ovunque venga piantata, è viva e vitale: una forza di futuro, un’offerta di speranza.
Il Papa ricorda ai giovani che viviamo in un mondo ferito, dove la creazione e soprattutto le persone umane soffrono violenza, e bisogna quindi impegnarsi per riconciliarle e rinnovarle. Essere creature nuove per collaborare alla nuova creazione.
La grande città di Sydney guarda con stupore e simpatia il fiume festoso dei giovani di tutto il mondo che la invade e la percorre. L’attenzione dei media, prima ossessivamente concentrata sul tema degli abusi sessuali, si allarga davanti all’evidenza di una realtà positiva, non omogenea ai criteri correnti del mondo secolarizzato. La fede, appunto, con la sua testimonianza di gioia che non invecchia.
“Se vuoi rimanere giovane, cerca Cristo”, ci ha ricordato il Papa con Sant’Agostino. Dall’Australia questo messaggio ritorna oggi verso ogni parte del mondo.

RadioVaticana, RadioGiornale ore 14:00, sabato 19 luglio 2008

Oggi su “L’Osservatore Romano”

?   Il discorso di Benedetto XVI durante la veglia con i giovani nell’ippodromo di Randwick per la XXIII Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney
L’omelia pronunciata dal Papa durante la Messa celebrata nella cattedrale di Saint Mary, sabato 19 luglio, alla quale hanno assistito vescovi, seminaristi, novizi e novizie australiani
Un editoriale a firma del direttore de “L’Osservatore Romano”, Giovanni Maria Vian, dal titolo “Sotto le stelle della Croce del Sud”
Servizi dall’Australia dell’inviato Gianluca Biccini
Nell’informazione internazionale, in primo piano la questione del nucleare iraniano: nuovo incontro a Ginevra tra l’Alto responsabile della Politica estera e di Sicurezza comune dell’Unione Europea, Javier Solana, e il capo dei negoziatori di Teheran, Said Jalili
Pubblicazione di stralci della “lecture” del Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, alla Banca centrale irlandese
Un articolo di Marta Lago sulla Dichiarazione di Madrid a conclusione del vertice interreligioso e interculturale che si è tenuto nella capitale spagnola.

RadioVaticana, RadioGiornale ore 14:00, sabato 19 luglio 2008

Appello della mamma di un uomo in coma da 13 anni al papà di Eluana Englaro

?   Domani i sacerdoti delle parrocchie di Roma inviteranno durante la Santa Messa i fedeli ad “invocare il Signore perchè illumini le coscienze sul valore intangibile di ogni vita umana”. Nelle intenzioni di preghiera, proposte dall’Ufficio Liturgico della diocesi, si inviterà a ricordare, soprattutto, la vita nelle situazioni estreme di sofferenza e di dolore, come nel caso di Eluana Englaro, da 16 anni in stato vegetativo. Un nuovo e accorato appello si aggiunge, intanto, a quelli lanciati in questi giorni in difesa della vita di Eluana dopo la recente sentenza della Corte di appello di Milano che ha autorizzato il padre della giovane all’interruzione del trattamento di alimentazione: è quello della signora Mariella Meneghetti, madre di Luca Taverna, in coma da 13 anni in seguito ad un incidente stradale. Ascoltiamo, al microfono di Amedeo Lomonaco, l’appello rivolto dalla mamma di Luca al papà di Eluana:
R. – Non faccio critiche nei suoi confronti, mi sento però di dirgli che non si può sospendere la vita di una persona. Ci vogliono sempre speranza e fede, anche se a volte la speranza non c’è. L’appello che voglio fare, rispettando il suo pensiero, rispettando la volontà della figlia, anche se la figlia effettivamente diceva che non voleva rimanere in quelle condizioni, è di non sospendere la vita di Eluana. E’ vero che ci sono persone che non hanno una vita serena, né loro, né i loro familiari, però non si può togliere la vita donata da Dio.
D. – Dopo questo suo appello, ci uniamo a lei, aggiungendo che non si può prescindere da una profonda comprensione per il dolore di un papà che vede sua figlia in uno stato vegetativo da 16 anni. Io le chiedo, anche alla luce dell’esperienza di Luca, se si può scorgere anche in una situazione così drammatica la forza della vita e dell’amore, una forza che può far andare avanti…
R. – Sì, io lotto per lui. Anche lui sta lottando per la vita perchè ha avuto tanti problemi, tante cose gravi; però, grazie a Dio, si è sempre ripreso. Non riesce né a muoversi né a comunicare. A volte, comunica sorridendo; quando mi sente sorride e per me è già tanto. Dopo 13 anni vedo che mi sorride ed una piccola speranza ce l’ho sempre. Non ho la speranza che torni com’era prima, ma almeno che mi riconosca. Per me è già tanto averlo ancora con me. Sto lottando perchè mio figlio viva, non per farlo morire.
D. – Quindi, suo figlio Luca, quando la vede, si emoziona, sorride… Come gli racconta il mondo che oggi lui non può vedere?
R. – Io gli racconto tutto, quello che sta succedendo intorno a lui, dei nipotini che non ha conosciuto. Lui non vede, non può muoversi, però sentendo la mia voce sorride. Magari non capirà tutto quello che gli dico, però penso che mi riesca a sentire.
D. – E’ difficile capire come una persona possa avere il diritto di decidere di far morire chi non può rispondere. Perchè, secondo lei, l’eutanasia è una strada che non deve essere mai percorsa?
R. – Il mio pensiero è che non si può togliere la vita a una persona. La vita non è nostra: Dio ce la dona e non possiamo noi decidere di interromperla. Anche se ci sono situazioni gravi, un filo di speranza ci deve essere sempre.
D. – In storie drammatiche, come quelle di suo figlio Luca, si intrecciano dolore e amore. Come rendere l’amore più forte di qualsiasi dolore e come far vincere la vita?
R. – L’amore per un figlio è grandissimo: anche se c’è del dolore nelle situazioni come la mia, c’è anche la volontà di fare qualcosa, di aiutarlo. Anche se è impossibile in questo caso, però c’è la voglia di aiutarlo, standogli vicino e amandolo, di volergli un bene al di sopra di tutto: penso più a lui che a me stessa, quello che faccio, lo faccio per lui. Ho altri figli: loro sono sani, hanno le loro famiglie, il loro lavoro. Luca invece non ha niente, ci sono solo io: per lui nutro un amore diverso.

RadioVaticana, RadioGiornale ore 14:00, sabato 19 luglio 2008

La GMG di Sydney vissuta dai giovani nel mondo

?   Gli echi della GMG di Sydney si riverberano e si riflettono nel mondo anche attraverso molteplici iniziative promosse al di fuori dell’Australia: nel sud della Repubblica Ceca, a Velehrad, migliaia di giovani che non hanno potuto raggiungere Sydney, celebrano una GMG simultanea a quella australiana. Tra i partecipanti, ci sono ragazzi provenienti anche da Polonia e Ungheria. L’incontro prevede la Via Crucis, la Veglia e la Messa finale. A Varsavia, i vescovi polacchi hanno organizzato una serie di eventi per far vivere ai giovani rimasti in patria l’atmosfera della GMG: tra questi, dibattiti, spettacoli teatrali e concerti. Grande fermento anche in Spagna, dove in questi giorni i giovani della diocesi di Madrid si incontrano nella cattedrale di Santa María la Real de la Almudena. Per i giovani di Santiago di Compostela l’incontro è nel Seminario Minor de Belvís; quelli di Huelva si ritrovano nella Aldea del Rocio. Per i giovani spagnoli che non sono potuti andare a Sydney, sono in programma veglie di preghiera, celebrazioni eucaristiche, confessioni e momenti musicali. In Svizzera, poi, molti giovani si sono riuniti a S. Maurice, nel canton Vallese: “Ogni giorno – scrivono sul blog della GMG – riceviamo notizie dai nostri ‘rappresentanti’ alla Giornata mondiale della gioventù di Sydney e guardiamo ciò che viene vissuto dall’altra parte del mondo, per cui siamo molto felici di poter dire: Anche noi abbiamo visto il Papa!”. I giovani svizzeri stanno costruendo in questi giorni “La via della pace” con pietre sulle quali incidono i loro nomi, segno dell’impegno a favore della pace nel mondo. “Questa Via – spiegano gli organizzatori dell’incontro – vuole essere una risposta all’appello di Giovanni Paolo II ai giovani svizzeri (“È il tempo di agire”), perché il desiderio di pace non rimanga una semplice parola”. L’arcidiocesi di Maracaibo ha esortato i giovani a prendere parte alla ‘Festa della Gioventù 2008’, previsto domani. In Colombia, la cattedrale di Bogotà sarà sede di un incontro con spazi di preghiera, momenti di catechesi e condivisione. L’arcidiocesi di San Paolo del Brasile ha organizzato per oggi una veglia e una celebrazione eucaristica. In Iraq, si è chiusa inoltre, con una processione eucaristica la GMG della diocesi di Erbil e Amadiyah. All’incontro hanno partecipato migliaia di giovani provenienti anche dal Libano, dall’Australia e dalla Francia. Sul tema “Testimoni nella forza dello Spirito” e con la partecipazione di migliaia di giovani provenienti da Francia, Spagna, Germania, Inghilterra e Italia, è in corso infine la “GMG di Lourdes”. I pellegrini possono seguire alcuni eventi di Sydney e unirsi anche alle celebrazioni per il 150.mo delle apparizioni di Lourdes attraverso il “Cammino del Giubileo”. (A.L.)

RadioVaticana, RadioGiornale ore 14:00, sabato 19 luglio 2008

Conferenza interreligiosa di Madrid: no allo scontro di civiltà

?   Si è conclusa ieri la Conferenza interreligiosa di Madrid convocata dal re saudita Abdallah cui ha partecipato il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, cardinale Jean-Louis Tauran. Al termine della Conferenza è stata resa nota la “Dichiarazione di Madrid” che rigetta l’idea dello scontro tra civiltà, invitando ad un accordo internazionale per combattere il terrorismo, ritenuto “uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo del dialogo e della convivenza”. Si chiede anche all’Assemblea generale dell’ONU di convocare una sessione speciale per la comprensione fra religioni e culture. Nel documento si invita poi il monarca saudita ad adoperarsi a tale fine. Nel suo intervento conclusivo, il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, cardinale Jean-Luis Tauran, ha sottolineato valori comuni, quali “la fede in un unico Dio autore della vita”, la “responsabilità di preservare il creato e le risorse della terra”. Il porporato ha indicato tra i valori condivisi anche “il carattere sacro della persona umana e della sua dignità e i diritti fondamentali che ne derivano”. Il cardinale ha ricordato inoltre “l’imperativo della libertà religiosa”, da considerare “al di là dell’importante necessità di avere luoghi di culto”. Alla Conferenza interreligiosa di Madrid seguirà la creazione di un gruppo di lavoro e da altri incontri. Tra le varie iniziative è in fase di studio il lancio di un canale televisivo satellitare per promuovere il dialogo tra fedi e civiltà. (A.L.)

RadioVaticana, RadioGiornale ore 14:00, sabato 19 luglio 2008

Nelle Filippine talk-show radiofonico per favorire il dialogo interreligioso

?   Nelle Filippine il Movimento interreligioso per la pace e la solidarietà (IRSMP) ha lanciato un programma radiofonico per promuovere il dialogo fra le diverse fedi e la coesistenza pacifica fra cristiani e musulmani a Mindanao. La provincia del sud delle Filippine da quasi 40 anni è teatro di una guerra fra le truppe dell’esercito e i ribelli del Fronte islamico Moro, nonostante gli sforzi dei leader cattolici e degli imam moderati musulmani per ristabilire la pace e accrescere lo sviluppo economico della regione. Il programma radiofonico – rende noto l’agenzia AsiaNews – sarà trasmesso in diretta ogni sabato sera dalle 6 alle 7, e si chiamerà “In Solidarity”. E’ curato dall’emittente Radio Mindanao Network e durerà un anno. Verranno trasmessi reportage e servizi curati dagli studenti universitari iscritti al corso di laurea in Scienze della comunicazione di massa. Il progetto prevede inoltre la realizzazione di un documentario della durata di 30 minuti. In questi giorni, intanto, sembra che sia stato compiuto un sensibile “passo in avanti” nei colloqui fra il governo e i ribelli. Il 24 luglio è in programma un incontro volto a stabilire una data per la firma dell’accordo di pace: il governo propone la creazione di uno Stato “federale” – la Regione autonoma musulmana del Mindanao – che verrà ampliata con l’annessione di altri 712 villaggi a maggioranza islamica. (A.L.)

2.

CAPPUCCINI

www.ofmcap.org ,

www.cantalamessa.org, 19 luglio 2008

Il grano e la zizzania

Omelia per la XVI domenica del tempo ordinario: Sapienza 12, 13.16-19; Romani 8, 26-27; Matteo 13, 24-43

Con tre parabole Gesù traccia nel vangelo la situazione della Chiesa nel mondo. La parabola del granellino di senape che diventa un albero indica la crescita del regno di Dio sulla terra. Sulla bocca di Gesù questa era anche una ardita profezia. Chi poteva credere, in quel momento, che un messaggio predicato tra poveri pescatori di Galilea in villaggi sconosciuti al resto del mondo, avrebbe in poco tempo conquistato il mondo? Anche la parabola del lievito nella farina significa la crescita del Regno, non tanto però in estensione, quanto in intensità; indica la forza trasformatrice del vangelo che “solleva” la massa e la prepara a diventare pane. Queste due parabole furono comprese facilmente dai discepoli, non così la terza, del grano e della zizzania, che Gesù fu costretto a spiegare loro a parte. Il seminatore disse era lui stesso, il seme buono, i figli del regno, il seme cattivo, i figli del maligno, il campo, il mondo e la mietitura, la fine del mondo.
“Il campo è il mondo”: questa frase, nell’antichità cristiana, fu oggetto di una memorabile disputa che è molto importante tener presente anche oggi. C’erano degli spiriti settari, i donatisti, che risolvevano la cosa in modo semplicistico. da parte, la Chiesa (la loro chiesa!) fatta tutta e solo di perfetti; dall’altra il mondo pieno di figli del maligno, senza speranza di salvezza. A essi si oppose S. Agostino: il campo è sì il mondo, ma è anche la chiesa; luogo in cui vivono a gomito a gomito santi e peccatori e in cui c’è spazio per crescere e convertirsi e soprattutto per imitare la pazienza di Dio. “I cattivi, diceva, esistono in questo modo p perché si convertano, o perché per mezzo di essi i buoni esercitino la pazienza”.
La pazienza di Dio: è questo forse il tema più importante della parabola. La liturgia lo sottolinea con la scelta della prima lettura che è un inno alla forza di Dio che si manifesta sotto forma di pazienza: “Tu, padrone della forza, giudichi con mitezza, ci governi con indulgenza. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini; inoltre, hai reso i tuoi figli pieni di dolce speranza perché tu concedi, dopo i peccati, la possibilità di pentirsi”.
Quella di Dio, non è semplice pazienza, cioè un aspettare il giorno del giudizio per poi punire con più soddisfazione. E’ longanimità, misericordia, volontà di salvare. “Non sai, scrive san Paolo, che la pazienza di Dio ti spingi alla conversione?” (Rom 2, 4). egli è davvero, come canta il salmo responsoriale, “un Dio di pietà, compassionevole, lento all’ira e pieno di amore”.
Nel regno di Dio non vi è posto perciò per servi impazienti che non sanno far altro che invocare i castighi di Dio e indicargli di volta in volta chi deve colpire. Gesù un giorno rimproverò due discepoli che gli chiedevano di far piovere fuoco dal cielo su coloro che li avevano rifiutati.
Anche a noi è additata la pazienza del padrone del campo come modello. Dobbiamo aspettare la mietitura, ma non come quei servi a stento trattenuti, con la falce in pugno, quasi fossimo ansiosi di vedere la faccia dei malvagi nel giorno del giudizio. Neppure rimanendo a braccia conserte e senza far niente, ma anzi lavorando con impegno a cambiare noi stessi e, per quanto ci è possibile, gli altri da zizzania in buon grano.
E’ un appello all’umiltà e alla misericordia che si sprigiona dalla parabola evangelica del grano e della zizzania che possiamo mettere in pratica ogni giorno. Se c’è qualcuno che ha sbagliato che non veda i nostri occhi, al prossimo incontro, senza leggervi che siamo con loro, che non li condanniamo più perché la parola di Cristo ci ha fatto cadere la falce dalla mano.
Tutti noi siamo grano e zizzania nello stesso tempo, un misto di bene e di lame, di luce e di tenebre, di carne e di spirito. Uno solo è stato solamente grano senza zizzania, cioè senza peccato: è quel chicco di grano che un giorno cadde in terra, morì e fu sepolto. Nell’Eucaristia quel chicco, divenuto pane, viene a noi per farci “frumento di Dio” .
La parabola del grano e della zizzania si presta a una riflessione di più ampio respiro. Uno dei più forti motivi d’imbarazzo per i credenti e di rifiuto di Dio per i non credenti è stato sempre il “disordine” che c’è nel mondo. Il libro biblico del Qoelet che tante volte si fa portavoce delle ragioni dei dubbiosi e degli scettici, notava: “Tutto succede del pari al giusto e all’empio…Sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’empietà” (Qo 3, 16; 9,2). In tutti i tempi si è vista l’iniquità trionfante e l’innocenza umiliata. “Ma –notava il grande oratore Bossuet – perché non si creda che al mondo c’è qualcosa di fisso e di sicuro, ecco che talvolta si vede il contrario e cioè l’innocenza sul trono e l’iniquità sul patibolo”.
La risposta a questo scandalo l’aveva già trovata l’autore del Qoelet: “Allora ho pensato: Dio giudicherà il giusto e l’empio, perché c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione” (Qo 3, 17). E’ quello che Gesù nella parabola chiama “il tempo della mietitura”. Si tratta, in altre parole, di trovare il punto di osservazione giusto di fronte alla realtà, di vedere le cose alla luce dell’eternità, sub specie aeternitatis. Avviene come in certi quadri moderni che, visti da vicino, sembrano una accozzaglia di colori senza ordine né significato, ma osservati dalla distanza giusta rivelano un disegno preciso e potente.
Anche in questo caso non si tratta di rimanere passivi e in attesa di fronte al male e all’ingiustizia, ma di lottare con tutti i mezzi leciti per promuovere la giustizia e reprimere l’iniquità e la violenza. A questo sforzo, che è di tutti gli uomini di buona volontà, la fede aggiunge un aiuto e un sostegno d’inestimabile valore: la certezza che la vittoria finale non sarà dell’ingiustizia e della prepotenza ma dell’innocenza. In altre parole, la speranza.

3.

FRANCESCANI

www.ofm.org ,

Il Gazzettino, Veneto e Friuli, 19 luglio 2008

Un friulano a custodia del santo sepolcro

Aiello – Con la denominazione di Custodia di Terra Santa, ricevuto fin dai tempi antichi, da più di sette secoli i Francescani oggi come ieri continuano la loro opera, fedeli alla condizione di missionari e di profeti di riconciliazione e di pace. Tra questi frati francescani c’è anche padre Massimo Luca, di 46 anni, aiellese di nascita, tornato a casa per un breve periodo di vacanza, un frate minore, quelli che hanno in custodia i luoghi santi del cristianesimo. Frate francescano dal 1994 ordinato sacerdote, a Marghera, nel 2001 dall’attuale arcivescovo di Gorizia Dino De’ Antoni. E’ stato dal 2002 al 2006 a Gerusalemme dove gli è stato chiesto di andare per studiare le Sacre Scritture ed archeologia presso lo studio biblico francescano. Ora fa parte del corpo docenti, si occupa di greco biblico e della visita del territorio in sintonia tra bibbia, archeologia e ritrovamento storico, e segue anche la formazione delle guide che poi accompagnano i pellegrini che vengono nei luoghi santi. Sui tanti problemi che esistono, la pace è senza dubbio il più importante. «Le possibilità sono tante perchè tutti desiderano la pace, però nel processo di dialogo è necessario rinunciare a qualche cosa per il bene comune perché quando c’è la pace c’è benessere sia per lo stato israeliano che per quello palestinese, e per la comunità cristiana in terra santa». Poi si addentra nei particolari: «Una cosa è parlare di Gaza e le immagini che vediamo in televisione, l’altra cosa è parlare di Gerusalemme, o altra cosa ancora degli altri territori, come Betlemme, certamente la pace è un bene che porta pellegrini, attorno al pellegrino gira un parte dell’economia, che va ad aiutare le famiglie cristiane e non soltanto cristiane, che lavorano e vivono con l’oggettistica religiosa e tutta l’industria del pellegrinaggio, ristorazione, trasporti, diventano fonti di lavoro».

Fra Massimo conclude.: «La speranza del popolo palestinese e di quello israeliano, è di riuscire a vedere fiorire la pace, dove ci sia tolleranza di tutte e due le popolazioni, ma la speranza della popolazione cristiana, che vive qui e che è il vero custode dei luoghi santi, che ha bisogno della presenza sia attraverso la preghiera che attraverso le visite, è anche di qualsiasi forma di aiuto, di sostegno e di simpatia, in modo da ricevere da tutta la cristianità quell’aiuto necessario a continuare a vivere nei luoghi santi, perché non ha senso avere i luoghi santi senza avere le persone che rendono vivo il luogo santo». L.N.

Avvenire, 19 luglio 2008

San Francesco alla corte del sultano
DI EDOARDO CASTAGNA
Ha un po’ il sapore della leggenda, tanto suggestivo da apparire perfino inverosimile, se letto con le lenti venate dal pregiudizio dei nostri giorni. Eppure l’incontro tra san Francesco e il sultano d’Egitto è avvalorato da fonti storiche che inducono Gwenolé Jeusset a non avere dubbi: « I documenti sono relativamente numerosi per attestare la veridicità del fatto » , anche se, riconosce, « non conosciamo granché sul contenuto dell’incontro » . A mettere insieme tutti i tasselli del mosaico è allora proprio il francescano francese che, partendo dalla fondamentale testimonianza di san Bonaventura, ricostruisce il contesto, le tappe e il significato del faccia a faccia tra il Poverello e il sultano al- Kamil, sotto le mura di Damietta assediata dai crociati.  Francesco aveva raggiunto l’Egitto negli anni della Quinta crociata, nel corso del viaggio che l’avrebbe condotto in Siria, e l’incontro con il sultano avvenne in un momento di tregua dell’assedio a Damietta. Un contesto storico che Jeusset non esita ad affiancare a quello odierno: « L’avventura vissuta da Francesco d’Assisi – scrive – e Malik al- Kamil, se ce ne lasciamo prendere, può avere un’eco straordinaria all’inizio del terzo millennio » , perché rappresenta un esempio, raro e illuminante, di capacità di dialogo alla pari, di sapersi mettere in discussione anche all’apice del conflitto, per esplorare le possibili vie d’uscita dalle logiche dello scontro. E non di uno scontro generico, ma proprio quello tra mondo cristiano e mondo musulmano: lo « scontro di civiltà » che oggi sembra essere tornato al primo punto dell’agenda politica e culturale di Oriente e Occidente.
Francesco, osserva Jeusset, imposta fin dalla prima battuta il colloquio sul piano della fermezza nei propri principi: « Predicò al sultano – riferisce Bonaventura – il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo » . Nei racconti di tradizione cristiana, all’affermazione della verità segue, da parte di Francesco, la sfida alla prova del fuoco, di fronte alla quale il sultano dovette riconoscere la minor tempra dei suoi sacerdoti, che rifuggono l’ordalia. Lontano dalla logica di quanti vedono nel dialogo una sorta di costante ricerca del compromesso al ribasso, il Poverello esclude l’atteggiamento tanto caro ai teorici del relativismo culturale d’oggigiorno, che vorrebbero ogni cultura – ma in pratica solo quella occidentale – sempre pronta a fare passi indietro, a cospargersi il capo della cenere dei propri errori, ad ammettere la contingenza di ogni verità. Al contrario, Francesco butta subito sul piatto – e sul piatto rischioso del sultano d’Egitto in guerra mortale contro i cristiani – « la dichiarazione sulla vera religione » . Ma proprio per questo il suo atteggiamento e proficuo: di fronte alla prova di fermezza, di rigore e di onestà del santo cristiano, al- Kamil dà prova non solo di squisita cortesia, ma anche di totale correttezza, accettando il dialogo alla pari senza per questo recedere a sua volta dalla saldezza nella sua fede. Mostrando, dal canto suo, una simmetrica apertura al dialogo fermo nei propri principi ma anche disposto ad accettare quelli altrui; un modello per i musulmani di oggi, rileva Jeusset estendendo le possibili analogie dal campo cristiano a quello islamico. Il francescano francese, che ha imparato a conoscere il mondo dell’islam dall’interno durante i vent’anni vissuti da missionario in Costa d’Avorio e che in seguito è stato il primo presidente della Commissione internazionale francescana per le relazioni con i musulmani, mette in luce come il sultano abbia agito non tanto alla luce di un’illuminazione della Grazia che sarebbe poi approdata a una conversione, come mostrano i resoconti cristiani posteriori via via sempre più espliciti, ma anzi un fermo radicamento nell’insegnamento stesso del Corano, che nella sura XXIX recita: « Il nostro Dio e il vostro Dio è uno solo e a lui noi siamo sottomessi » . Nella speranza che questo spirito, presente nella dottrina islamica ma ai nostri giorni messo drammaticamente tra parentesi dal prevalere delle interpretazioni fondamentaliste, risorga, Jeusset conclude sottolineando che « la visita al campo musulmano di Damietta costituisce l’incontro impossibile che diviene realtà » .
Gwenolé Jeusset,  FRANCESCO E IL SULTANO, Jaca Book. Pagine 220. Euro 22,00

www.custodia.org [Terra Santa], 19 luglio 2008

Nuova Cappella nel santuario della Conversione di san Paolo Apostolo, a Tabbalé-Damasco

1. Il santuario della Conversione di san Paolo a Tabbalé-Damasco

Rassegna storica

Saulo nato a Tarso verso l’anno 8 d.C, da piccolo visse a Gerusalemme alla scuola di Gamaliel. Da giovane prende parte attiva nel martirio di santo Stefano. Saul ritiene il cristianesimo un’intollerabile eresia. Ottenuta la licenza delle autorità religiose di Gerusalemme, parte per Damasco per arrestare i cristiani della nuova comunità o, piuttosto, i compagni del Protomartire, che dopo il suo martirio si erano fuggiti in detta metropoli. Dopo una settimana circa di viaggio, stando ormai nelle vicinanze delle mura della città, fu colpito dalla luce di Gesù Risorto che lo invitava a non più perseguitarlo nei suoi discepoli. Accecato dalla luce divina e condotto per mano, entra in città, ormai convertito. La conversione di Saul è considerata come uno dei più grandi prodigi che la Grazia abbia operato in un uomo. Da allora il Cammino di Damasco sarà il simbolo del cambio istantaneo dei propri personali progetti verso ideali più sublimi.

Ma dove esattamente, vicino a Damasco, ebbe luogo la Visione? La tradizione locale non è unanime e ci offre varie località: chi dice che fu a Daraya (distante 14 km. ad ovest di Damasco); chi a Merjisafra-Kiswe, a 17 km.; altri che fu sul Tell Kawkaba, a 18 km., dove i crociati costruirono in seguito una cappella dedicata a san Paolo. Ma la maggioranza degli studiosi credono che il luogo più probabile fu el-Tell, chiamato anche es-Sakhra (nel nostro Memoriale), che si trova a 700 metri a sud della Porta Orientale. Di fatto i pellegrini dei secoli VI (l’Anonimo piacentino), VIII (san Willibaldo) e XIV (Antonio da Cremona), tanto per citarne alcuni, ci parlano del grande monastero di san Paolo sito pressappoco in questa località, dove si recavano in pellegrinaggio. L’ultimo testimone è il pellegrino Mislim (Les Saints Lieux, anno 1875) che ci ha lasciato scritto che a el-Tell anticamente vi era una chiesa, e che egli stesso vede ancora i resti di dodici pezzi di colonne caduti per terra in una medesima direzione.

Nell’angolo NO del giardino del Memoriale di san Paolo, si trova un piccolo promontorio alto 80 cm., con una superficie piana di 4 m., largo 50 cm. e lungo15.

Sotto il promontorio vediamo una grotta adibita al culto da tempo immemorabile.

Il luogo si chiama el -Tell o es-Sakhra (la Roccia) o semplicemente la Grotta di san Paolo

Promontorio e grotta si sono conservati intatti attraverso i secoli in mezzo ad una zona agricola. I fedeli di Damasco hanno ritenuto questo luogo come un santuario paolino ricordando confusamente il luogo della Visione e il luogo dove l’apostolo avrebbe fatto una sosta di riposo e di preghiera durante la fuga precipitosa, subito dopo la tragica calata dalle mura in un cesto.

Il basso promontorio si potrebbe considerare come un piccolo pezzo della via romana, ovvero la via regia, che dalla Porta Orientale di Damasco si dirigeva al Sud, biforcandosi a Dar’a, per poi continuare con una verso la Decapoli, Petra, Aqaba, e con la seconda verso Scitopoli e Gerusalemme. Era la via che ordinariamente prendevano gli ebrei della diaspora di Siria e Mesopotamia quando si recavano a Gerusalemme.

Secondo i registri parrocchiali di Bab Touma, vediamo che nel 1861, l’anno successivo al massacro della fraternità di Bab Touma, seppelivano intorno alla Roccia, chiamandolo “cimitero cattolico”, o “cimitero latino di Terra Santa” o anche “cimitero di san Paolo”.

2. La Cappella dell’anno 1925

Un poco prima dell’anno 1925, le autorità di Damasco hanno delimitato le parcelle dei cimiteri cristiani della zona, la parrocchia latina ha avuto una parcella di 2000 m2 situata a una sessantina di metri a Ovest della Roccia, e da allora fino ad oggi ha funzionato come cimitero della parrocchia latina di Damasco. Nell’antico cimitero fu costruita, vicino alla Grotta di san Paolo, una cappella con l’aiuto della famiglia Salim Khalat (anno 1925).

La Roccia, la Grotta e il giardino furono recintati da un muro e tutta la proprietà fu riservata al santuario della Conversione di san Paolo, che sarebbe stato meta di pellegrini. Alla suddetta proprietà fu assegnato un guardiano perché la custodisse e aprisse la porta ai visitatori. Le guide turistiche, come fra Barnaba Meistermann ofm e altri, hanno incluso i la Cappella e sue adiacenze nelle liste turistiche, procurando di apportare documenti che ne provassero l’autenticità.

La fraternità della parrocchia di Bab Touma si rende in processione a questo luogo ogni 25 del mese di gennaio, festa della conversione dell’Apostolo, e là celebrano solennemente la santa Messa con il popolo e i pellegrini.

La Grotta è stata sempre ben tenuta e abbellita. Nell’anno 1953 fu messa una lapide in latino e in arabo che così recita: Locus Traditionalis Conversionis Sancti Pauli Apostoli.

3. Il Memoriale di san Paolo

Nei giorni 4-6 di gennaio 1964, sua Santità Papa Paolo VI visita Gerusalemme dove incontra Atenagoras, Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, che si scambiano un fraterno e storico abbraccio, il primo dopo nove secoli di separazione. Nel mese di aprile del medesimo anno, il Papa decide di fondare un’opera a Damasco che ricordi quell’abbraccio, perché con la protezione dell’apostolo Paolo, con l’operosità e la preghiera si avanzasse nella strada dell’ecumenismo.

La Custodia di Terra Santa offre e mette a disposizione di Sua Santità il Papa il santuario e il giardino della Conversione di san Paolo. Il Papa raccomandò all’architetto Italo Viesi di progettare un santuario che desse l’idea di una tenda, simbolo degli incontri. Il progetto fu affidato all’ingegnere Farid Awad. La decorazione della chiesa si deve tutta ad artisti italiani, i quali prepararono opere in bronzo, vetrate e mosaici di alto valore artistico. Tutto il complesso, chiesa e casa annessa, fu inaugurato il 23 giugno 1971.

Nel 1969 era stata stipulata una convenzione fra la Santa Sede e la Custodia di Terra Santa, che si apre con queste parole: “Il Santo Padre Paolo VI ha curato l’erezione del Memoriale di san Paolo per onorare la memoria dell’Apostolo delle Genti sul luogo tradizionale che, presso Damasco, ricorda la conversione di Saulo di Tarso, e dove sorgeva una modesta cappella. La direzione di esso è stata offerta ai Francescani di Terra Santa, i quali l’hanno accettata di buon grado…”

Da allora al Memoriale risiedono un sacerdote francescano e una comunità di suore (oggi sono tre suore delle Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria). Tra le molte opere, oltre al servizio della chiesa, gestiscono l’opera dell’accoglienza (Casa Nova), un dispensario di beneficenza, il catechismo e una scuola materna di 70 piccoli bambini.

Il Memoriale riceve la visita storica del Papa Giovanni Paolo II il 7 maggio 2001, durante la quale il Santo Padre pronunziò una significativa allocuzione.

Il defunto fra Marco Adinolfi ofm scrisse nell’anno 2002 un foglietto sul Memoriale dove tratta con maestria e devozione i diversi temi del santuario.

4. La nuova cappella del santuario della Conversione dell’Apostolo

È stata inaugurata il 29 giugno 2008, il giorno che diede inizio all’anno giubilare paolino del secondo millennio della nascita.

La nuova cappella ingloba tutto il santuario della Visione: il promontorio, la Grotta, e offre la possibilità di celebrare nel santuario la santa messa con l’assistenza di circa un centinaio di fedeli.

Quando fu costruita la grande chiesa del Memoriale, il santuario della Grotta restò quasi in penombra, in secondo luogo. Poi in questi ultimi anni la Grotta ha subito infiltrazioni d’acqua, tanto dalla strada esterna come sul fianco dalla parte del giardino. Era quindi già da qualche anno che si pensava di coprire tutto il santuario e poterlo sistemare perché i gruppi di peregrini potessero celebrarvi l’eucaristia.

Nell’anno 2005 fu affidato a fra Michele Piccirillo ofm, presidente della Commissione Custodiale per l’arte sacra, l’incarico di progettare un nuovo assetto del santuario degno del decoro e della bellezza di quelli già affidati da secoli alla Custodia di Terra Santa. Da allora in poi, fra Michele, assieme gli architetti Leoni Luigi e Roveri Chiara dello Studio ricerche di Arte Sacra Padre Costantino Ruggeri di Pavia, Italia, faranno i piani d’un progetto che ingloba tutto l’insieme del santuario.

Il primo lavoro fu il riassetto della parte della strada per impedire le infiltrazioni d’acqua, per tal motivo fu scavata lungo il Santuario una fossa di 5 m. di profondità, costruendo un muro isolante lungo il Santuario, fatto di cemento rivestito in catrame.

Poi, una volta ottenuto il beneplacito del Custode (…) e il permesso del Municipio, si è dato inizio all’esecuzione del progetto degli architetti sopra menzionati, affidandola agli ingegneri locali Pierre Track, come responsabile della corretta esecuzione dei lavori, e a Mouhsen Zedo come appaltatore. I lavori si prolungarono oltre il tempo previsto (quasi un anno e mezzo), ma bisogna tener presente che non fu affatto un lavoro facile, non si è trattato di una costruzione convenzionale, di muri lineari, ma sono entrati in gioco parecchi e diversi elementi imprevisti, che alle volte risultavano quasi incompatibili con il piano generale del progetto. Ciononostante il giorno 28 giugno 2008 il progetto fu pienamente e totalmente realizzato, e il giorno successivo fu inaugurato e aperto al culto e alle visite dei peregrini.

La Grotta: le superficie laterali furono rivestite di pietre dure tanto per impedire il continuo smembramento quanto per dare al tutto un senso di arcaicità. Si sostituì di fatto l’antico pavimento di cemento con pietre antiche, provenienti dal pavimento d’una casa di inizio di secolo di Kafr Dubbin. L’altare, il leggio, i sedili per il celebrante, i concelebranti e gli inservienti al rito della messa sono blocchi di pietra, segati o levigati soltanto nella parte superiore (cfr. foto). Nel fondo è stato rimesso il bassorilievo in marmo che rappresenta la caduta di Saulo durante la Visione, e che apparteneva alla cappella dell’anno 1925. Il soffitto del tetto della grotta lo si è lasciato nel suo pristino stato, come pure si è conservata per intero la superficie piana del promontorio, giacché si considera come un troncone della via romana dove ebbe appunto luogo la Visione.

Ai due lati del promontorio, in fondo, sono state sistemate le due lapidi di marmo (prese dalla cappella dell’anno 1925), su cui sono stati scolpiti lo stemma dell’Ordine Francescano e della Custodia di Terra Santa.

Di fronte la grotta sono stati costruiti 6 gradini in semicerchio, su cui possono sedersi più di cento fedeli. Sotto i gradini sono state ricavate due piccole sacrestie.

Come criterio generale si è voluto conservare nel suo stato primitivo tutta l’area della grotta e il promontorio. Sono stati aggiunti solamente i lavori in pietra per conferire al tutto una parvenza di grotta. I gradini e il resto sono tutti roba nuova, come pure le pietre ben levigate e bianche.

I muri esterni: costituiscono la parte più originale. Si tratta d’un grande quadrato irregolare, costruito con pietre sul medesimo stile del rivestimento dell’interno della grotta, combinandolo con zone costruite in alluminio oscuro e vetro che illumina l’ambiente con luce naturale. Riguardo al tetto, è stato costruito in materiale sintetico, relativamente leggero, che protegge dalla pioggia e isola dal freddo e dal caldo. Oltre i muri all’esterno, si ha un prolungamento di circa 1 m. e mezzo che sporge verso l’alto, conferendo a tutto il complesso una certa eleganza e una sorta di simbologia di un ovile.

Questo scritto è accompagnato da un album fotografico che renderà più comprensibile la presente descrizione.

Come già si è detto sopra, dopo aver costruito la grande chiesa nel 1971, la grotta è rimasta quasi in secondo piano. Allora per creare un nesso di continuità tra il Santuario e la chiesa si è creato un ambiente come una sorta di piazza con un imponente monolito (di 25 tonnellate) su cui è stata scolpita la scena della caduta da cavallo. In tal modo si è realizzata una certa unione e continuità del Santuario della chiesa, che è orientata verso la grotta, e la grotta stessa nella sua facciata principale, ovvero quella dell’Est che guarda alla chiesa. Gli scultori del grande monolito (il maestro Vincenzo Bianchi coadiuvato dalla sua équipe) hanno voluto creare sin dall’inizio del piazzale della chiesa, all’ingresso dalla strada dell’Est, altri 4 monoliti, un po’ più piccoli e leggermente lavorati con la figura del Cristo e di san Paolo, arricchiti con simboli cristiani antichi della Siria, con il sole e la luna, scaglionati lungo una strada lastricata di pietre nere in basalto come le strade dei quartieri antichi di Damasco. Nel muro Nord della chiesa, parallelo ai monoliti, sono scritti nelle lingue sacre: greco, latino e arabo i versetti degli Atti degli Apostoli (At. 9,3-8), dove si parla della Visione.

Pur se i lavori sono stati lunghi, siamo soddisfatti del progetto e crediamo che è venuto alla luce una costruzione degna d’un santuario di san Paolo.

Tutti questi locali sono stati aperti al pubblico il 29 giugno 2008, con la solenne benedizione di fra Rachid Mistrih ofm, rappresentante del Custode. Durante la medesima cerimonia, S.E. il Vicario Apostolico dei Latini e il Nunzio Apostolico hanno letto il messaggio che Sua Santità il Papa aveva inviato in occasione dell’inaugurazione, e hanno proclamato qui al medesimo tempo l’inizio dell’anno Giubilare Paolino. Tutto l’ambiente invita a visitare il santuario in un clima di raccoglimento e di devozione. Deo Gratias!

Damasco, 30 giugno 2008

fra Romualdo Fernandez ofm

4.

CHIESA e SOCIETA’

Agenzia Asia News, 19 luglio 2008, ore 11:45

IRAQ – VATICANO – GMG. La Gmg dei giovani iracheni, segno di pace e speranza per il Paese
Nella diocesi di Erbil e Amadiyah un migliaio di giovani, assieme a pellegrini provenienti da Francia, Libano e Australia ha celebrato la Gmg al Santuario della martire irachena Soultana Mahdokhte. Una cantante libanese ha intonato brani della tradizione cristiana siriaca e maronita.

Erbil (AsiaNews) – Con una processione eucaristica e la solenne celebrazione della messa si è chiusa la Gmg nella diocesi di Erbil e Amadiyah, alla quale hanno partecipato diverse migliaia di giovani iracheni insieme a gruppi cattolici provenienti dal Libano, dall’Australia e dalla Francia. Alla fine delle funzioni i pellegrini hanno lanciato un messaggio carico di speranza: che la prossima edizione della Giornata mondiale dei giovani possa essere festeggiata “in tutto il Paese”, non solo nel nord come è avvenuto in questa occasione, senza timore di “scontri e violenze”. Questo sarebbe il vero segnale di un “ritorno alla vita, alla pace, alla quotidianità” per un Paese segnato troppo a lungo da violenze.

“La sera del 18 luglio – racconta mons. Rabban al Qas, vescovo di Erbil e Amadiyah – oltre 1000 giovani hanno portato in pellegrinaggio una croce fino al villaggio di Araden, vicino al quale sorge il monastero di Soultana Mahdokhte”. Dal santuario dedicato alla martire irachena del IV secolo “si poteva ammirare tutta la valle di Sapna – continua il prelato – mentre i giovani intonavano gli stessi canti della Gmg a Sydney. Fatica e stanchezza non hanno minato il loro spirito e sui volti era possibile leggere la gioia, l’emozione vissuta durante la lunga giornata di viaggio”.

La comunità cristiana ha condiviso la Giornata mondiale della gioventù con una delegazione francese di Pax Christi, un australiano di origine irachena che è tornato nella terra natale per sostenere l’iniziativa e due giovani emigrati nativi di Shaqlawa – città del governatorato di Arbil, nel nord dell’Iraq – venuti a trovare la famiglia dopo anni di assenza.

Mons. Rabban sottolinea il clima di “condivisione e fratellanza” che si respirava tra i ragazzi, soprattutto per i delegati francesi di Pax Christi che hanno potuto osservare con i loro occhi “la vitalità della comunità cristiana, condividere le tre giornate di preghiera e di festa, ascoltare dalle loro voci la realtà del luogo, le sofferenze e le speranze dei nostri ragazzi, ma soprattutto la forza della loro fede. Essi rappresentano il futuro della chiesa in Iraq, e momenti di incontro come questo possono aiutarli a prendere coscienza della loro identità, della ricchezza della fede in Cristo, di un popolo che cammina assieme alla Chiesa universale”. Un popolo troppo spesso “dimenticato dalla comunità internazionale e dall’occidente”.

Oltre a momenti di preghiera e di catechesi, i giovani hanno assistito a una serie di concerti proposti da un gruppo libanese accompagnato dalla cantante Abir Nehme: la sua voce ha intonato brani della tradizione cristiana siriaca e maronita, impreziosendo ancor di più le giornate dei pellegrini che hanno ascoltato con entusiasmo e passione. “Ho vissuto un’esperienza straordinaria – sottolinea la cantante libanese – che porterò per sempre con me: stare fra questi giovani in un momento storico in cui sono costretti a sopportare difficoltà e persecuzioni a causa della loro fede è, prima di tutto, un’esperienza concreta di missione. Ho visto persone animate da buona volontà, dal desiderio di pace, da una speranza che, sebbene più volte delusa, non smette mai di crescere e costituisce un esempio da seguire”. Con le sue musiche, Abir spera di “aver impresso un segno di ottimismo per il futuro” e conclude dicendo che una parte di lei “resterà per sempre in Iraq, in mezzo a questi giovani”.

Questa mattina il vescovo e i giovani hanno celebrato la santa messa al termine della quale l’intera comunità cristiana ha espresso il desiderio che “la prossima volta la festa possa coinvolgere i cristiani di tutto il Paese”, non solo la comunità del nord. Domani a Kirkuk verrà celebrata la conclusione della Gmg in Iraq, con il cuore e la mente rivolti a Papa Benedetto XVI e ai giovani riuniti a Sydney.

Agenzia Asia News, 19 luglio 2008, ore 15:54

VIETNAM – GMG. La chiesa vietnamita attende libertà, gioia, vocazioni: i frutti della Gmg
di JB. VU
Vescovi ed educatori si interrogano sul modo in cui la Gmg può rinnovare la vita delle comunità giovanili nel Paese, segnate da droga, AIDS, aborti e mancanza di speranza.

Ho Chi Minh City (AsiaNews) –La Chiesa vietnamita chiede ai giovani pellegrini che rientreranno dalla Gmg in Australia di diffondere il messaggio del Papa, condividendolo con “amici, familiari e fedeli delle parrocchie di appartenenza”. In particolare si domanda ai giovani di condividere con chi è rimasto a casa il messaggio di “amore e speranza” che è stato lanciato da Benedetto XVI ai giovani riuniti a Sydney.

Il messaggio del Papa riguarda da vicino i giovani di Ho Chi Min City, che spesso si sentono emarginati dal contesto sociale e devono fronteggiare gravi problemi. Nella ex Saigon vi sono più di 23mila ragazzi con problemi di droga, i sieropositivi e i malati di AIDS oltre 38mila e i casi di aborto al mese sono più di 1000. Per sfuggire a una realtà segnata dalla difficoltà e dalla sofferenza, oltre 50mila giovani hanno abbandonato la città, in cerca di fortuna all’estero.

Mons. Paul Nguyen Van Doc, vescovo di My Tho, sottolinea il “profondo legame che Benedetto XVI ha saputo instaurare con i giovani”, un rapporto che non è fatto tanto di “parole” ma è il riflesso di “un donarsi in modo completo e totale a Dio, all’insegna dell’amore verso il prossimo e della speranza”. In una realtà segnata dalle difficoltà e dalla crisi della famiglia, un tempo alla base della società vietnamita, egli invita i ragazzi a diventare “testimoni concreti del messaggio di amore verso i propri cari e verso Dio”.

Un giovane della parrocchia di Bach Dang spiega l’interesse dei giovani vietnamiti per la Giornata mondiale della gioventù: “Attraverso i siti cattolici – racconta Duy – ho ascoltato le parole che il Papa ha rivolto ai pellegrini, ho udito la voce di centinaia di migliaia di giovani di tutto il mondo riuniti a Sydney. Spero che un giorno possa accadere la stessa cosa anche a noi vietnamiti… mi auguro che prima o poi il Papa possa venire in Vietnam”. Una insegnante delle scuole elementari della città invita il governo a dedicare maggiore attenzione a quanti chiedono di partecipare a incontri di carattere religioso nel mondo. “Un celebre motto del Paese dice che ‘vedere è credere’ – afferma la giovane Hong – Spero che il governo dia anche a noi giovani vietnamiti la libertà di partecipare a nuovi incontri spirituali internazionali. Il desiderio è ricreare nelle nostre parrocchie lo stesso slancio ed entusiasmo della Gmg e far nascere nuove vocazioni missionarie”.

Avvenire, 19 luglio 2008

IL PAPA AI RAPPRESENTANTI DELLE RELIGIONI
Cultori della trascendenza perciò tenaci nella pace
SALVATORE MAZZA
C’è qualcosa di straordinariamente affascinante nell’insistenza e negli accenti con cui, ogni volta che si rivolge ai rappresentanti di altre confessioni, Papa Ratzinger rinforza di continuo l’idea che vede le religioni come ‘ artefici di pace’. Non semplici ‘ luoghi’ o ‘ strumenti’, bensì fondamenta imprescindibili di una costruzione di sicuro faticosa ma, altrettanto certamente, inevitabile. Da tirar su, rimosse le asperità, mattone dopo mattone, con pazienza infinita. Perché « il senso religioso radicato nel cuore dell’uomo – ha detto ieri – apre uomini e donne verso Dio… ci guida a venire incontro alle necessità degli altri e a cercare vie concrete per contribuire al bene comune. Le religioni… insegnano alla gente che l’autentico servizio richiede sacrificio e autodisciplina » .
Sono passati tre anni da quell’agosto 2005 quando, a Colonia, Benedetto XVI affermò senza mezze misure che il ricordo della storia, delle « guerre affrontate invocando, da una parte e dall’altra, il nome di Dio » , quasi che « combattere il nemico e uccidere l’avversario » potesse essere cosa a lui gradita, è un qualcosa che « dovrebbe riempirci di vergogna » . Da quell’agosto, in quella sua insistenza, decine sono state le occasione in cui ha ripreso e sviluppato la sua riflessione sul ruolo delle religioni nell’edificare la pace, avendo davanti ambasciatori o vescovi, capi di Stato o leader religiosi, e passando da Ratisbona, Istanbul, New York. Niente a che vedere, nel dipanarsi del filo del pensiero di Benedetto XVI, né con l’irenismo new age, né col pacifismo disarmato, incapaci l’uno e l’altro di proporre alternative vere, o anche solo credibili, alla violenza e alla sopraffazione. Perché, appunto, l’idea di pace che il Papa porta avanti è qualcosa che va radicalmente oltre, e richiede il sudore quotidiano degli operai. È, piuttosto, « un dovere che si impone a chi ha spirito religioso » , a fondamento del quale c’è l’idea forte che « la religione, nel rammentarci la limitatezza e la debolezza dell’uomo, ci spinge a non riporre le nostre speranze ultime in questo mondo che passa » . Ed è per questo che l’universalità dell’esperienza umana – « che trascende ogni confine geografico e ogni limite culturale » – rende possibile ai seguaci delle religioni « di impegnarsi nel dialogo per affrontare il mistero delle gioie e delle sofferenze della vita » . Il dialogo, dunque, come via maestra di un cammino il cui fine non è l’annullamento delle differenze, il raggiungimento di un sincretismo dottrinale ed esperienziale, ma un cammino di cui le differenze costituiscano il motore e le identità diverse il combustibile. Cammino capace di farsi gesto nella concretezza delle cause comuni – la solidarietà, la carità, la difesa del creato – e, con questo e anche per questo, di orientare e di guidare il mondo verso un futuro a misura degli uomini e delle donne che lo abitano. Perché è il dialogo che, alla fine, permette la scoperta, la conoscenza, l’apprezzamento e il rispetto dell’altro.  Permette che gli uomini si facciano vicini gli uni agli altri, rendendoli capaci stringersi senza schiacciarsi. Permette di riconoscere nell’altro, in ogni altro, il proprio fratello. Di costruire la pace vera. Un qualcosa che solo la religione, fondamento primario dell’esperienza umana, può realizzare. E un dovere a cui le religioni non possono sottrarsi.  È il dialogo che permette la scoperta, la conoscenza e il rispetto dell’altro

Via Crucis
Sydney per un giorno cattedrale a cielo aperto
DAL NOSTRO INVIATO A SYDNEY  MIMMO MUOLO
Tutti gli sguardi su Gesù. Un Gesù a torso nudo, che trema di freddo appeso alla croce piantata sul molo di Barangaroo. Il Golgota della Gmg è qui, sulla baia di Sydney tagliata dal vento gelido del crepuscolo. Qui dove un ragazzo italo-australiano ripete nella rappresentazione scenica il sacrificio di Cristo. Alfio Stuto ha la barbetta appena accennata e i capelli scuri. Potrebbe essere uno qualsiasi dei giovani della Gmg che lo hanno seguito in silenziosa preghiera per tre ore. Cioè da quando, davanti alla Cattedrale di St. Mary, sedendosi a tavola in mezzo agli attori che impersonano gli Apostoli, ha dato il via a una delle più straordinarie Via Crucis che la Giornata mondiale delle Gioventù ricordi. Ora lassù, a quasi due metri di altezza, in mezzo ai due ladroni, davvero attira tutti gli occhi su di sé. Proprio come dice la Scrittura.  Attira lo sguardo del Papa, che dopo aver letto la preghiera della prima stazione, ha seguito il percorso davanti a uno schermo posto nella cripta della St. Mary’s Cathedral. Attira gli sguardi dei quasi 100 attori, tra i quali spiccano un cireneo aborigeno, coperto della classica pelle di canguro, e un’intensa Maria, che assomiglia alla Olivia Hussey del Gesù di Zeffirelli. Ma soprattutto, il Cristo giovane di Sydney 2008, attira gli sguardi di quanti si sono riuniti nelle sette location sapientemente distribuite nei luoghi simbolo della metropoli. Sono 500mila dal vivo (senza contare quelli davanti alla tivù, 500 milioni secondo gli organizzatori). A fare non solo da cornice alla sacra rappresentazione, ma a immedesimarsi nel clima spirituale, che la bella interpretazione di Stuto, perfettamente calato nella parte del Cristo sofferente, va ricreando sotto i loro occhi.  Li trovi in attesa, fin dall’inizio dell’itinerario, lungo le transenne che delimitano l’itinerario. Li vedi segnarsi al passaggio dei protagonisti, seguiti dalla croce delle Gmg sorretta da un gruppo di volontari. Ragazzi e ragazze di ogni parte del mondo con le loro magliette colorate, con gli zainetti, le bandiere e tutto l’armamentario della festa. Ma oggi la gioia lascia il posto al raccoglimento. E lo si comprende subito, fin da quando il Papa esce sul sagrato per leggere la prima preghiera: «Aiutaci ad apprezzare il grande dono del tuo Corpo e del tuo Sangue, chiave della tua e della nostra Passione». Qualcuno applaude, ma lui invita al silenzio. Da quel momento in poi la partecipazione della folla trasformerà il centro di Sydney in una grande cattedrale a cielo aperto.
L’intero percorso, infatti, è costellato di rimandi simbolici. La Cattedrale, quella vera, per l’ultima cena. Il giardino del Domain trasformato in un moderno Getsemani, dove un ombroso Giuda continua a consumare il proprio tradimento (sottolineato, tra l’altro, da una riuscita coreografia in cui si fondono elementi di break dance e passi di danza classica). Poi la Galleria d’arte moderna, con le sue altissime colonne doriche, che sembra un vero e proprio sinedrio. E su tutto il grandioso fondale dei grattacieli di vetro e acciaio. Gesù ora è rimasto solo. Gli Apostoli si sono già dispersi. Ma non la moltitudine dei pellegrini della Gmg, che continua ad accompagnarlo, mentre raggiunge l’Opera House. Schiacciato dal potere di un Pilato arrogante e arroccato sulla sommità della scalinata che conduce al teatro, condannato senza pietà, mentre il governatore romano si lava le mani, il Cristo dal volto di ragazzo viene appeso per le mani e calato in una botola, dalla quale riemerge a testa in giù, tutto segnato dai colpi del flagello.  Un brivido percorre la folla, quasi a testimoniare che non si tratta solo di un originale colpo della regia di Franco Cavarra. Il pensiero corre alle «molte forme di tortura, che continuano in molti Paesi anche oggi». «Ma Gesù – dice la voce che ad ogni stazione che legge le meditazioni di padre Peter Steele – è vicino a tutti, colpevoli ed innocenti senza eccezione. Ed offre la vita al di là delle loro pene attuali». L’ultima parte della Via Crucis è anche la più suggestiva. Alfio Stuto, caricato della croce, attraversa il porto in battello e raggiunge Darling Harbour dove incontra le donne di Gerusalemme, la Veronica e sua Madre. Poi su alcune piattaforme, ancorate al centro del porticciolo, riceve l’aiuto del Cireneo-aborigeno. Infine il tragitto fino a Barangaroo per la grandiosa scena della crocifissione. Il cielo si è fatto scuro come quel giorno di quasi 2000 anni fa a Gerusalemme. C’è una sola sorgente di luce ed è proprio sotto la croce, dove il Cristo viene deposto tra le braccia di Maria in una posa che ricorda la pietà di Michelangelo. Davvero tutti gli sguardi ora convergono qui, su questo Golgota australe, che attraverso la tivù è visibile dal mondo intero. Per una sera è Sydney la Gerusalemme del terzo millennio.

Una Passione in mezzo ai grattacieli
DAL NOSTRO INVIATO A SYDNEY  PAOLO VIANA
«No, una processione nel centro di Sydney non è una novità. Mi ricordo che ne hanno fatta una anche quando ci furono le Olimpiadi, con la fiaccola». Brian è un broker che lavora di fronte all’Opera House e non ha una gran familiarità con la Via Crucis, ma è sceso in strada anche lui per capire cosa spinge migliaia di ragazzi a sfidare il vento gelido che oggi sibila come se l’Harbour Bridge fosse un’arpa.  Venerdì Santo alla Gmg. La Passione si offre sotto i grattacieli della City. «Quel Cristo che soffre per noi ci riscalda – spiega Luca di Parma, imbacuccato nel pile della Pastorale giovanile nazionale – e l’ambientazione da kolossal è un prezzo che si può accettare per sintonizzarci con la cultura australiana». Infatti, a ogni stazione, ci sono anche loro, gli australiani di tutti i giorni. C’è chi dà un’occhiata e fila via, con il suo cappuccino takeaway, del quale qui vanno matti. «L’amore per il caffè ‘vero’ ci avvicina al gusto italiano, ma sul piano culturale e religioso restiamo molto diversi: processioni come quella di oggi avvengono solo in periferia, dove ci sono immigrati italiani, e l’evento centrale della Pasqua di Sydney è il festival dell’agricoltura», dice Luciano Vranich, di origini istriane. «È vero, da noi si organizza la Via Crucis, ma Campbeltown è una piccola parrocchia», conferma la ventenne Christine Mortimer.
Molti gli australiani che si lasciano conquistare dall’evento. Esplode con un wonderful Kylie, impiegata al servizio clienti della SunCorp. «Le nostre strade oggi parlano di pace e amore, grazie a Benedetto XVI», aggiunge Paula, che lavora all’Opera House. Più pacata Jumana, mamma libanese che ha portato i tre figli a vedere il Cristo: «Questa rappresentazione può risvegliare la fede solo se ce l’hai già dentro di te». John Courtney è un attempato manager, la sua banca si affaccia sul Circular Quay, di fronte al palco della flagellazione. Ha seguito la Via Crucis della Gmg per intero, sul maxischermo: «Sono cattolico e non capita spesso di godere questi momenti. Del resto, l’Australia è un paese laico e multiculturale e la fede è vista come un fatto privato, di cui in ufficio non si deve parlare». Qualche metro più in là, si è fermato Nicolas, 18 anni, atleta di skateboard: «Non sono religioso eppure questi ragazzi che adorano un uomo che sanguina sono stupefacenti».  La Passione «parla tutte le lingue del mondo, non è difficile sintonizzarsi» assicura Caterina, pellegrina di Belluno. «Sarebbe meglio se l’evento fosse meno ‘americano’, perché è bellissimo ma si fatica a concentrarsi», obietta Marco, di Vittorio Veneto. E Christian, di Ischia, sintetizza così lo stato d’animo dei ragazzi italiani per strada: «C’è chi prega e chi è distratto, ma è ugualmente bello seguire Cristo che passa, silenzioso, tra la gente. Questa Passione, tra questi grattacieli, è una metafora della vita cristiana: Gesù passa silenzioso vicino a noi. Il problema è accorgersene».

Pranzo di famiglia per Benedetto XVI
A tavola con dodici giovani: «Grande emozione, nessuna formalità»
DAL NOSTRO INVIATO A SYDNEY  MATTEO LIUT
Subito dopo il pranzo escono nel giardino della Cattedrale di Sydney, ad attenderli alcune decine di giornalisti; il passo un po’ barcollante, lo sguardo incredulo, l’espressione di chi deve ancora rendersi conto di un evento troppo grande da comprendere. Ma non sono gli effetti di una qualche bevanda australiana: i dodici ragazzi che si affacciano dalla sala della Saint Mary’s Cathedral House sotto un sole invernale splendente e cristallino sono i fortunati che hanno appena pranzato con il Papa. «Un’esperienza eccezionale – dicono in coro davanti alle telecamere dopo le fotografie di rito – ci ha mostrato un volto umano che ci ha messo a nostro agio, è stato come essere seduti a tavola con uno di famiglia, un nonno dolce e affettuoso ». Scelti dalle Conferenze episcopali per rappresentare tutti i continenti, i dodici giovani venivano dalle delegazioni più numerose tra quelle presenti alla XXIII Gmg, unica caratteristica richiesta: che conoscessero almeno una delle lingue parlate dal Papa. Nel gruppo anche i rap- presentanti dei Paesi vicini all’Australia: Calre Dooley, 30 anni, rappresentava la Nuova Zelanda, Gabriel Nangile, 28 anni, la Papua Nuova Guinea e Helena de Sousa, 25 anni, Timor Est. Un menù semplice per il pranzo di ieri attorno a una grande tavola rotonda alla presenza anche del cardinale George Pell, arcivescovo di Sydney: zuppa di patata dolce con le pere, pollo con le patate e i piselli e un dolce di limone e frutto della passione, e poi lo scambio di doni, come si fa con gli amici importanti. Durante il pranzo, durato più di un’ora, molti sono stati gli argomenti di conversazione, ma uno su tutti ha tenuto banco più degli altri: il coinvolgimento dei giovani nella vita della Chiesa e il loro ruolo nel mondo come costruttori di una società diversa. Un tema che ha interessato tutti, nonostante i presenti fossero di Paesi e culture molto diversi tra loro. Un invito a diventare protagonisti che vale negli Stati Uniti, Paese di provenienza di Armando Cervantes, 27 anni, fino alla Spagna, da dove viene Fidel Mateos Rodriguez, 25 anni, dalla Nigeria di Ijeoma Jacinta Igwe, 25 anni, fino al Brasile di Jorgiana Aldren Lima de Santana, 26 anni, e alla Corea di Wonhyong Cho, 28 anni.
«Durante il pranzo non siamo entrati nello specifico delle situazioni dei singoli Paesi – ha raccontato Helena, di Timor Est – ma per tutti il Papa ha avuto parole di incoraggiamento. Quando mi sono presentata la prima cosa che mi ha detto è stata ‘Conosco il vostro presidente’. Si rivolgeva a noi con tono naturale ». «È vero, nessuna formalità, anzi, tutta cordialità e semplicità, è un uomo straordinario», dice Teresa Wilson, giovane australiana di 30 anni, che abita a Melbourne ed è volontaria della Società di San Vincenzo de’ Paoli. « Nella scuola che ho frequentato nei giorni scorsi ho incontrato le studentesse, che mi hanno affidato molte cose da dire e offrire idealmente al Papa», ci aveva raccontato Teresa nei giorni scorsi. Come è andata allora? «Volevo chiedere a Benedetto XVI come fare per rendere i giovani protagonisti nella Chiesa – risponde Teresa, che lavora per l’arcidiocesi di Melbourne – e lui ci ha parlato proprio di quello».
«Ho ricordato al Pontefice che il mio Paese lo attende a braccia aperte, quando vorrà venire», ha raccontato lo spagnolo Fidel, che ha portato in dono al Papa un rosario in argento tipico di Salamanca, il libro del progetto della pastorale giovanile in Spagna e l’immagine di Santiago di Compostela «perché – ha detto – il cammino di Santiago è il simbolo dell’Europa cristiana » . Il Vecchio Continente era rappresentato anche dalla francese MarieBénédicte Esnault, 22 anni: «Il Papa ci ha detto che nel futuro non pensa di cambiare la formula delle Giornate mondiali della gioventù, certo esiste una normale ‘ evoluzione’ ma la cosa che ci ha detto di apprezzare di più è il fatto che al grande incontro finale si arrivi dopo un cammino di preparazione e avvicinamento con i gemellaggi nelle diocesi e gli eventi della settimana della Gmg». Uno sguardo all’orologio e ci si rende conto che la conversazione deve terminare: tra poco inizia la Via Crucis e i dodici fortunati devono correre a raggiungere gli amici per seguirla con i loro gruppi.

Il Papa dà coraggio ai giovani «salvati»
Toccante incontro con ragazzi riemersi da percorsi autodistruttivi: «Scegliete la vita»
DAL NOSTRO INVIATO A SYDNEY  SALVATORE MAZZA
Quella di Samantha, a non ascoltarla fino alla fine, la definiresti una storia disgraziata. Perfino esagerata, se fosse la trama di un romanzo. Ma segnata dalla morte, dalla violenza fisica e mentale, dall’incesto, e ancora dall’abuso e dalla disperazione fino a tentare il suicidio, la sua è una vita vera. Come quella di Andrew, balordo da marciapiede, l’adolescenza e la gioventù a riempire il bicchiere appena vuotato, uno via l’altro, inseguendo nulla se non un altro goccio d’alcol, un altro tiro di sigaretta, un’altra canna di droga. Vite che sono arrivate a un passo dallo schiantarsi, troppo presto. Ieri, queste vite, Samantha e Andrew le hanno raccontate al Papa, accogliendolo nell’Università di Notre Dame di Sydney, e dandogli il benvenuto a nome di un gruppo di giovani con gravi problemi alle spalle che seguono un programma di recupero – « Alive», «Vivi » – promosso dall’arcidiocesi della capitale del Nuovo Galles del Sud. Tutti con storie drammaticamente simili a quelle dei loro due portavoce, ma che invece di finire bruciate fino in fondo hanno incontrato «Alive» : «Nella Chiesa – ha raccontato Samantha – ho trovato la casa che cercavo, e oggi sono una donna nuova » . È un momento toccante come pochi questo alla Notre Dame.
Da fuori quasi arriva l’eco dei canti e delle feste della Giornata della gioventù, e gli occhi di questi ragazzi riemersi alla vita sono lucidi, specie quando il Papa si sofferma a salutarli.
«Avete avuto coraggio » , dice loro Benedetto XVI. Un coraggio, spiega dopo aver ricordato la parabola del figliol prodigo, « dimostrato nello scegliere di ritornare sulla via della vita » , dopo avere compiuto azioni « delle quali ora vi rammaricate (…), abusare di droghe o alcool, entrare in attività criminali o autolesioniste » . Tutte cose, ha osservato, che allora potevano « apparire come una via di uscita da una situazione di difficoltà o di confusione » , ma « adesso sapete che, invece di portare la vita » , hanno « portato la morte » . Questa deriva, ha spiegato papa Ratzinger, arriva quando i beni, l’amore e il potere diventano i « falsi dei » sui quali la gente finisce facilmente per misurare la propria vita. Un vero « culto » che spesso « porta la gente a comportarsi da Dio: cercare di assumere il controllo totale, senza prestare nessuna attenzione alla sapienza e ai comandamenti » . « I beni materiali, in sé, sono cose buone – ha spiegato il Papa –.
Ma, se siamo ingordi, se rifiutiamo di condividere quanto abbiamo con l’affamato e con il povero, allora noi trasformiamo questi beni in una falsa divinità » . Così è per « l’amore autentico » , che è « certamente qualcosa di buono » , ma diventa una « falsa divinità » quando invece di amare «in realtà tende a possedere o a manipolare l’altro » , a trattare « gli altri come oggetti per soddisfare i propri bisogni piuttosto che come persone da apprezzare e amare » . E lo stesso vale per il potere, che utilizzato in modo appropriato e responsabile, ci permette di trasformare la vita della gente… Ma quanto forte è la tentazione di attaccarsi al potere per se stesso, di cercare di dominare gli altri o di sfruttare l’ambiente naturale per i propri egoistici interessi!».

«Religioni del mondo, dalla verità la pace»
Il Papa agli esponenti di 15 fedi diverse: «La nostra voce concorde per risolvere i conflitti»
DAL NOSTRO INVIATO A SYDNEY  SALVATORE MAZZA
Il Papa, « ambasciatore di pace » , chiede un sempre maggiore impegno, condiviso da tutte le religioni, per « aiutare il mondo a conseguire la pace » . Infatti « in un mondo minacciato da sinistre e indiscriminate forme di violenza, la voce concorde di quanti hanno spirito religioso stimola le nazioni e le comunità a risolvere i conflitti con strumenti pacifici nel pieno rispetto della dignità umana » . È stata la solenne Sala Capitolare della cattedrale di St. Mary, a Sydney, a fare da cornice ieri mattina all’incontro tra Benedetto XVI e i rappresentanti di quindici differenti religioni, tra cui ebrei, musulmani, buddisti, induisti, zoroastriani e sabei ( quest’ultima una confessione irachena, sbarcata in Australia con gli immigrati di quel Paese), con ciascuno dei quali, al termine, il Pontefice s’è intrattenuto qualche minuto a colloquio. Ad accogliere Papa Ratzinger sono stati i saluti rivoltigli dal rabbino Jeremy Lawrence e dallo sceicco Mohamadu Saleem, rappresentanti rispettivamente delle comunità ebraica e musulmana della città. Saluti che il Pontefice ha « particolarmente apprezzato » , come ha riferito più tardi il portavoce vaticano padre Federico Lombardi, citando in particolare l’auspicio di Saleem che ha proposto il « fondamentalismo dell’amore » come antidoto al « fondamentalismo dell’odio » . « Molto positivi » poi, ha aggiunto Lombardi, sono apparsi al Papa anche i riferimenti frequenti alla Gmg, che « ci aiutano a vivere questo evento in modo unitario » . Un Benedetto XVI dunque « soddisfatto ed entusiasta » – sono sempre le parole del portavoce – che nel discorso rivolto ai rappresentanti delle altre religioni ha messo in evidenza che « il senso religioso radicato nel cuore dell’uomo » guida gli uomini « ad andare incontro alle necessità degli altri e a cercare vie concrete per contribuire al bene comune » , in quanto « educa l’uomo al sacrificio e all’autodisciplina » , a « una vita semplice e modesta » . Dando il benvenuto al Papa, Lawrence aveva osservato come « incontri come questo evidenziano i tratti in comune piuttosto che le differenze » , citando in proposito le posizioni comuni su questioni come la difesa dell’ambiente, della vita, del diritto, della giustizia, contro l’oppressione e la persecuzione. In questo senso, aveva aggiunto il rabbino, « la Gmg rappresenta il suo impegno nella prosecuzione di questo dialogo…  per il bene dell’umanità dobbiamo far diventare lo straniero un vicino e il vicino un amico, trasformare gli stereotipi dei cristiani, ebrei e musulmani in esseri umani, in amici e cooperatori nella costruzione di un villaggio globale condiviso». Una prospettiva condivisa da Saleem, secondo il quale, per far progredire il dialogo è necessaria più apertura da parte dei musulmani e, nello stesso tempo, meno pregiudizi da parte dei cristiani.

Anfossi: la prima rivoluzione? È dentro di noi
DAL NOSTRO INVIATO A SYDNEY  MATTEO LIUT
La prima missione? Verso se stessi, verso la propria più autentica interiorità, verso il luogo dove è possibile un reale incontro con lo Spirito. Per «avere un mondo migliore» ieri il vescovo di Aosta, Giuseppe Anfossi, ha proposto una «via alternativa » ai 300 giovani italiani che si sono dati appuntamento per la terza e ultima delle catechesi previste in questi giorni della XXIII Gmg a Sydney. Un piccolo ultimo tassello che ha aggiunto un’ulteriore dimensione al tema centrale dello Spirito Santo, quello della «missione» appunto. Se nei primi due giorni, quindi, i vescovi hanno aiutato i giovani a comprendere chi è lo Spirito Santo e come agisce nella Chiesa, ieri, nelle 18 catechesi in lingua italiana come in tutte le altre in diverse lingue, la riflessione si è spostata sull’aspetto più «attivo». Lo Spirito, si era detto nei giorni scorsi, è la «forza» di Dio, che agisce nella storia di Cristo, morto e risorto, come nella storia e nella vita personale di ciascuno; lo Spirito è colui che permette di «cambiare il mondo», proprio come ha fatto con gli apostoli. Ma in realtà la prima «rivoluzione », il primo vero «mondo da cambiare» è l’interiorità, la coscienza, ha sottolineato Anfossi. Una vera e propria sfida in un mondo in cui si esaltano «valori come l’aggressività, la sessualità come libido, una religiosità intesa come magia, tutte le forme di dipendenza fisica e psicologica». Nella Bibbia, ha ricordato il vescovo di Aosta, «si dice che il luogo dell’incontro con lo Spirito di Dio è il cuore, quello che oggi chiameremmo ‘coscienza’. Ma non è il cuore della visione romantica e sentimentale – ha aggiunto il presule –, si tratta piuttosto della propria dimensione interiore più intima». Il cristiano, quindi, è colui che è in grado di ascoltare lo Spirito dentro di sé, «senza sfuggire alla fatica dell’attesa e, alle volte, al dolore provocato dal dover perseguire un obiettivo a lungo termine».
Nessuna utopia nel discorso di Anfossi, che ha indicato con chiarezza la difficoltà di un tale obiettivo nel mondo odierno, dove «chi segue un progetto di vita impegnativo viene indicato come ‘represso’ ». Ma cosa vuol dire essere liberi – ha chie- sto provocatoriamente il vescovo –? «Significa acquisire consapevolezza di sé, della propria interiorità – è la risposta –, tenendo davanti a sé un obiettivo ‘alto’ senza paura di sbagliare, con la volontà di costruire il proprio futuro».  Ed ecco il messaggio davvero rivoluzionario per i giovani di oggi: «Voi siete dimora di Dio, in voi lui si è stabilito e abita». Ma i giovani della Gmg non si illudano pensando che basti «saperlo», che basti «studiare teologia», che basti «conoscere le realtà della fede». Ci vuole qualcosa di più e loro, sempre in cerca del limite, sanno bene cosa vuol dire avere sete di qualcosa di più, contrariamente a quanto accade oggi nella nostra società che «non responsabilizza ». «Gli adulti vi chiedono di ‘restare in palestra’ e non di ’scendere in campo’ – ha concluso il vescovo – ma se voi volete un mondo migliore non potete non giocarvi la vostra partita. Come? Cominciate con riservare il giusto spazio alla vostra interiorità. Il vostro futuro inizia da lì». C’è da scommettere che il messaggio non cadrà nel vuoto: ci si può aspettare davvero grandi cose da ragazzi che hanno attraversato il mondo con un entusiasmo che ha contagiato anche l’Australia.

Avvenire, 19 luglio 2008

Dagli USA in 15mila: i più numerosi. E tante vocazioni

Sono arrivati in 1.140 gruppi da ogni diocesi, guidati dal cardinale Francis George, che oggi celebrerà una Messa per tutti «Sono i frutti delle Gmg e delle parole del Papa, chiare e ferme, come piace a noi»
DAL NOSTRO INVIATO A SYDNEY  NELLO SCAVO
Alla vista di un McDonald’s si sentono a casa. E se incrociano un drappo a stelle e strisce urlano come cowboys a un rodeo. Americani, certo. Ma non i soliti yankee. Per la prima volta il loro è il Paese straniero maggiormente rappresentato a una Gmg. Hanno battuto italiani, polacchi, spagnoli. E non era mai accaduto prima: 15mila da tutte le diocesi cattoliche degli Usa. «Non capisco tutta questa sorpresa – si stupisce Lisa Gain, 32 anni, dalla Virginia –. Dalla Gmg di Denver, nel 1993, nella nostra Chiesa è cambiato molto». Un entusiasmo che a Sydney è dimostrato dalla presenza di 1.140 gruppi da tutte le diocesi cattoliche statunitensi. Il segno di una vitalità giovanile a molti sconosciuta. «C’è una cosa che voi europei continuate a non capire – insiste Lisa –. Quando un giovane americano si avvicina alla fede e prova a seguire la via indicata dal Vangelo, e poi dice di sì, lo fa sul serio. Da noi è così, o si è credenti o non lo si è». Quel che è certo è che un terzo delle nuove vocazioni nei seminari americani si deve alle Gmg, mentre negli istituti religiosi femminili quasi metà delle novizie dicono che nella propria chiamata un ruolo importante l’ha giocato la Giornata dei giovani.
L’ombra dei preti accusati di pedofilia e gli scandali che ne sono seguiti non hanno compromesso la credibilità della Chiesa e la forza dei fedeli. Con i giovani dagli Usa ci sono 50 presuli e il cardinale Francis George, presidente della Conferenza episcopale. «Le parole del Papa quando è venuto nel nostro Paese, poche settimane fa – ricorda Jack, 21enne di New York –, sono state precise contro chi ha commesso del male. E questo ci ha aiutati a credere che di Benedetto e della Chiesa ci si può fidare».  C’è una parola in codice per spiegare la fortunata trasferta dei pellegrini americani: B16. «Benedetto XVI ci ha conquistati con la sua semplicità e la sua fermezza – osserva Francisco Rodriguez, da Denver –, è un Papa che parla chiaro, come piace a noi, e ci dice le cose come stanno». Niente saldi, ma neanche ultimatum. Ne è prova la presenza di un giovane di Austin, in Texas, tra quanti domani riceveranno il sacramento della confermazione, segno di una conversione che può arrivare a qualsiasi età. E stamani per la prima volta in una Gmg verrà celebrata una Messa per tutti i pellegrini provenienti dagli Stati Uniti.
Lungo il ponte pedonale che attraversa lo spettacolare Darling Harbour sfilano decine di ragazzi che dopo ore di cammino, notti non certo confortevoli, e pranzi consumati alla meglio sono ben lontani dal battere la fiacca. In cima all’improvvisato treno di pellegrini ci sono gli americani di Denver. «Una volta – ricorda Alicia, 27 anni – per le Gmg partivamo in pochi, e le nostre parrocchie erano mezze vuote. Poi, dopo la Giornata a casa nostra, ogni settimana ci sono iniziative nuove e temi da ap- profondire». Lo dice per assicurare «che si sbaglia chi sostiene che, passati i raduni, l’entusiasmo passa e si torna vita di prima».  Un mese fa Ratzinger era a Washington e a New York. Per giorni i commentatori al di là e al di qua dell’oceano si sono affannati nel cercare di spiegare il Papa tedesco che sa parlare al cuore dei credenti e all’intelligenza dei ‘lontani’. Una risposta se l’è data il neomaggiorenne Patrick, arrivato in Australia con altri 150 dal Colorado. «Benedetto – dice senza che alcun dubbio gli attraversi lo sguardo – è animato dallo Spirito Santo. È il successore di Pietro e ha ricevuto la grazia di essere il vicario di Cristo. Vi serve altro per capire da dove viene la sua forza?». No, non serve altro.

Avvenire, 19 luglio 2008

OBIEZIONI CON RISPOSTA. MA L’ARGOMENTO PIÙ CONVINCENTE VIENE DAL CUORE
FRANCESCO D’AGOSTINO
Per dimostrare una tesi o per prendere una decisione corretta è sufficiente avere a propria disposizione un solo argomento, purché buono. Quando di argomenti se ne elaborano più di uno, diversi e spesso non coerenti tra di loro, viene da pensare che la posta in gioco non sia quella che sembra essere sotto gli occhi di tutti, ma un’altra, tenuta (in buona o in cattiva fede) nascosta. Ritorniamo sul caso di Eluana Englaro. Che groviglio di argomenti! La sua vita sarebbe solo apparente: la ragazza sarebbe morta, morta addirittura da anni, quando entrò nel coma dal quale non è più uscita. Ora, non ci resterebbe altro da fare se non aiutarla a ‘morire definitivamente’ (perché allora sospenderle l’alimentazione? Non sarebbe più coerente sopprimerla subito?). Non convince questo argomento? Si usi allora un’altra strategia. Eluana non è morta, è viva, ma la sua vita avrebbe perso ogni dignità. Perché mai? Perché è una vita malata, estremamente malata? Tesi terribile, questa, che sottintende che solo i ’sani’ meriterebbero di vivere. Perché avrebbe perso capacità relazionale? Ma come la mettiamo allora con i malati di Alzheimer in fase avanzata o con gli handicappati mentali gravi? Perché sarebbe stata la stessa Eluana a manifestare la volontà di non essere tenuta in vita in questa tragica condizione? Questo implicherebbe ammettere la liceità di un’eutanasia su esplicita richiesta della persona. Ma l’omicidio del consenziente è proibito dalla legge. Bisogna almeno cambiare argomentazione: Eluana avrebbe semplicemente manifestato la ferma volontà di non essere sottoposta a terapie coercitive. Ma sono vere terapie l’alimentazione e l’idratazione? O non sono semplicemente pratiche di sostegno vitale, di natura infermieristica e compassionevole? I medici e i bioeticisti più autorevoli sono divisi tra loro al riguardo: perché dovremmo dar credito all’opinione più intransigente e mortifera e trascurare quella contraria?
Ma – si insiste – la volontà di Eluana andrebbe rispettata sempre e comunque: la ragazza, ha detto il padre, usando una metafora ardita e suggestiva, era «un purosangue della libertà». Ma l’autentica libertà è quella pienamente consapevole delle sue scelte, così come in medicina il consenso è autentico solo quando è pienamente informato. Nessuno, e a mio avviso nemmeno la persona che più ha amato Eluana e cioè il signor Beppino Englaro, può darci la certezza che Eluana, dichiarando, per di più in forma privata, il suo sgomento di fronte alla tragicità dello stato vegetativo persistente, avesse elaborato decisioni anticipate competenti e informate. Possiamo fermarci qui? No, non possiamo; dobbiamo ricordare almeno un’altra opinione, che sta crescendo sui maggiori quotidiani italiani, quella di chi dice: in questioni del genere non c’è chi ha ragione e chi ha torto, bisogna assecondare sia la volontà di chi vuole rinunciare a una vita vissuta in condizioni così tragiche, che la volontà di chi vuole essere comunque curato e accudito. Sembra una soluzione molto semplice. Peccato che nella stragrande maggioranza dei casi (e quello di Eluana è uno di questi) non abbiamo e non potremo mai avere indicazioni certe e sicure sulla volontà autentica dei pazienti, perché la malattia si è impadronita di loro, rendendoli incapaci di manifestare le loro intenzioni, o comunque deformando irrimediabilmente la loro prospettiva psicologica e morale. Il rispetto dell’autodeterminazione è sacrosanto, ma ben pochi sono sempre stati, sono e saranno i pazienti in grado di autodeterminarsi.  Ci aiutano queste riflessioni non dico a risolvere, ma almeno a bene impostare il caso Eluana? Certamente no, non ho illusioni al riguardo. Penso però che esse possano giustificare non tanto un ulteriore argomento, ma un auspicio: perché non cerchiamo di verificare se si possa affidare il dibattito oltre che alle ragioni dell’intelletto a quelle del cuore? Non sto contrapponendo la razionalità dell’intelletto all’irrazionalità del cuore (il cuore ha le sue ragioni…), ma la freddezza delle ragioni dell’intelletto al calore delle ragioni del cuore. Le ragioni del cuore sono quelle di chi giorno per giorno si reca al capezzale di un malato (anche se ridotto a stato vegetativo) per accudirlo, per nutrirlo, per parlare con lui (ricordate il film di Almodóvar?). Le ragioni dell’intelletto sono invece quelle di chi (convinto che il malato sia già morto o che voglia morire, o che la sua vita non abbia più alcuna dignità, o che abbia dato disposizioni ineludibili, ecc.ecc.), si porta al suo capezzale, nell’attesa di operare l’accertamento finale: quello del suo decesso. Operato questo accertamento resta una sola cosa da fare: portare la spoglia al cimitero e (finalmente!) seppellirla.

«Intervenire subito per evitare una tragedia»
Vincenzo Nardi, avvocato generale presso la Cassazione: «Il legislatore ha voluto favorire il diritto alla vita»
DA ROMA  GIOVANNI RUGGIERO
Vincenzo Nardi, avvocato generale presso la Corte di Cassazione, sulla vicenda di Eluana Englaro, pur manifestando tutta la comprensione umana per il padre, esprime un giudizio netto: «La vita va difesa, è un valore non negoziabile». E aggiunge: «Se fossi il procuratore del capoluogo lombardo interverrei subito per evitare una tragedia nella tragedia».
Ritiene corrette le decisioni prese dalla magistratura sul caso di Eluana?
Non entro nei dettagli delle argomentazioni addotte dai magistrati di Milano, però la decisione suscita molte perplessità. Non parlo da credente, quale sono, e non voglio nemmeno parlare da esperto di bioetica, perché non lo sono. Ma per quanti sforzi faccia, non riesco a trovare nel nostro ordinamento elementi che ci consentano di ritenere che un soggetto possa rivendicare un ‘diritto alla morte’. Al contrario, nel nostro ordinamento giuridico troviamo sempre e soltanto il principio del favor vitae, principio per cui si ha ‘diritto alla vita’, come sancisce l’articolo 36 della Costituzione.  «Il conflitto di attribuzione da parte del Parlamento è una novità dal punto di vista giuridico ma in teoria è possibile»
Quali sono queste norme?
Innanzitutto l’articolo 579 del codice penale sull’omicidio del consenziente. In pratica, anche se si consente ad altri che commettano omicidio in proprio danno, quindi con il consenso espresso della vittima, questo consenso non scrimina l’azione delittuosa, non la rende lecita. L’omicidio del consenziente resta una specie criminosa, certo distinta dall’omicidio come previsto dall’articolo 575, ma resta pur sempre un reato, anche se punito ovviamente con pena minore. Il legislatore penale ha voluto favorire evidentemente il diritto alla vita. Poi c’è la norma prevista dall’articolo 580 dello stesso codice che punisce l’istigazione al suicidio. Anche qui ci si ispira al diritto alla vita. C’è, infine, l’articolo 5 del codice civile che vieta che un soggetto possa disporre di parte del proprio corpo. La legge vuole che non sia intaccata l’integrità fisica del no- stro corpo e, a maggior ragione, questo obbligo sussiste nei confronti di altri soggetti che non possono intaccare il corpo altrui. Quindi, per quanto mi sforzi, non vedo un fondamento normativo nel nostro ordinamento vigente.
Fino a che punto il consenso potrebbe trovare spazio nel nostro ordinamento, visti questi divieti?
Come credente, una norma del genere non l’approverei.
Certo, un magistrato non potrebbe non applicarla se questa norma esistesse. Il magistrato non potrebbe fare obiezione di coscienza. Se non se la sente di applicare una determinata norma, può solo smettere la toga. Ma non comprendo l’intervento dei magistrati nel periodo formativo della norma, perché il Parlamento è il detentore della sovranità popolare e quindi è libero di procedere all’approvazione di una norma. Sarebbe un atto eversivo se il magistrato intervenisse prima, come sarebbe poi eversivo se si rifiutasse di applicare una norma. Ma – ripeto – de iure condido, stando cioè all’ordinamento vigente, non vedo elementi che possano supportare un diritto alla morte.
Mancando una norma, per il caso di Eluana, non si fa ricorso all’analogia e ai principi generali dell’ordinamento?
In questo caso non esiste neppure la norma a cui far ricorso per analogia, e quindi si dovrebbe far riferimento ai principi generali, come sarebbe corretto. La decisione presa porta però lontano da questi principi che sono per il favor vitae.
Sarà sollevato il conflitto di attribuzione da parte del Parlamento. Lo ritiene praticabile?
In effetti, è un caso nuovo. Non è mai avvenuto che il Parlamento sollevasse un conflitto di attribuzione con la magistratura. Finora è sempre stato sollevato tra Regioni e Stato o tra governo e Stato. Però teoricamente è possibile, perché si tratta sempre di un contrasto tra poteri dello Stato. È la prima volta che se ne parla, e questo dimostra che, anche in Parlamento, ci si rende conto che non c’è una norma che afferma un diritto a morire. E questo ci riporta al discorso iniziale. In materia valgono solo i principi dell’ordinamento vigente che favoriscono il favor vitae.

«Se lei venisse lasciata morire quante vittime all’orizzonte?»
Pier Paolo Donadio, primario della rianimazione centrale delle Molinette di Torino: ogni forma di demenza, di disabilità, di malattia potrebbe legittimare la morte
DI FRANCESCA LOZITO
«Vede, il problema è che qui s’insinua un principio pericoloso »
Quale?
« Che una vita vale in base alla sua capacità di performance » .
Ovvero?
« Che il suo valore è determinato dalla prestazione: poiché quella di un vegetativo permanente è apparentemente nulla, non ha senso che vivano; certo, può essere difficile trovare un senso alla sopravvivenza meramente biologica di un corpo senza più mente. Ma se accetto che il senso della vita stia nella performance, ogni forma di demenza, di disabilità, di malattia alla fine diventa ragione della perdita di senso; preferisco considerare la vita un mistero troppo alto perché un uomo possa decidere se ha o non ha un senso, anche quando parla della propria. Diversamente, chi potrebbe stabilire l’unità di misura? » .

È arrivata una sentenza a dire come deve morire una persona.
«Rispetto questa sentenza come quelle di segno contrario che l’hanno preceduta. Non credo però che questi siano argomenti da tribunale: essere giunti fino a lì è il sintomo di molti problemi non risolti che stanno a monte » .
E intanto condiziona voi medici: perché vi dice quel che dovete fare e quel che non dovete fare con un malato.
«Le raccomandazioni finali sono dettate da una intenzione compassionevole, ma non possono eludere la contraddizione che, se si sceglie di sospendere il sostegno artificiale, il corso naturale è la morte per inedia » .
Tutta questa drammatica vicenda parte proprio da un reparto come quello da lei diretto: c’è un incidente, c’è un trauma, la possibilità di una ripresa e la scoperta, invece, che la prospettiva è quella di una vita vegetativa. Il medico che ha curato Eluana in quei momenti dice che se tornasse indietro rifarebbe quello che ha fatto con lei, perché sostiene di avere agito in scienza e coscienza.
«Ed io direi esattamente la stessa cosa. L’ 80% dei pazienti ricoverati in rianimazione ne esce con le proprie gambe; dunque rifiutarla a priori è assurdo per il paziente e negarla a priori è inaccettabile per il medico. Tutti vorremmo saper individuare per tempo quel caso, rarissimo per fortuna, che diventerà un vegetativo, e se lo potessimo fare sarebbe giusto  astenersi; ma non siamo in grado di farlo, e quindi, poiché la stragrande maggioranza dei pazienti evolve favorevolmente, è lecito, è ragionevole ed è doveroso trattarli. Non è nemmeno immaginabile di non sottoporre a rianimazione un traumatizzato per evitare la remotissima possibilità che ne esca uno stato vegetativo » .
Poi? Quando la vita prende una piega diversa dal recupero?
«Obiettivamente diventa una tragedia, più per la famiglia che per il paziente. E c’è una grande variabilità di reazioni, di elaborazioni di questa sofferenza e conseguentemente di atteggiamenti, tutti comprensibili, tutti da rispettare. Alcuni di questi, tuttavia, pongono questioni che travalicano il caso singolo e diventano questioni che coinvolgono la società, la politica, l’organizzazione sanitaria, le coscienze » .
Il discorso però non si può esaurire con queste constatazioni.
«Certo che no. Il pericolo s’insinua nel momento in cui a queste osservazioni senza risposta qualcuno aggiunge la possibilità che salti il paletto dell’inviolabilità della vita. A quel punto personalmente ritengo che la difesa dell’interesse dei molti che inevitabilmente rischierebbero di essere abbandonati quando tale paletto fosse saltato debba prevalere, sia pure dolorosamente, sull’interesse del singolo che, non senza le proprie ragioni, richiede allo Stato di farlo saltare » .
Insomma Eluana Englaro dovrebbe restare lì dov’è in buona sostanza.
«A questo punto, cioè quando la questione diventa una questione di principio, di tribunali, di dibattito pubblico, pur con autentica compassione per questo caso e col massimo rispetto delle posizioni e del dolore del papà di Eluana, ritengo che sì, Eluana debba restare lì, a difesa di tante altre vite deboli. E dico questo in modo laico, indipendentemente dalla mia fede cristiana. Vedo all’orizzonte troppe vittime se saltasse questo paletto » .
I sostenitori del testamento biologico tornano a proporlo con forza in forma di legge proprio in questi giorni alla luce della sentenza Englaro.
«In effetti la questione giuridica si è dipanata sull’attendibilità delle dichiarazioni del papà, che un  living will avrebbe in parte chiarito. Tuttavia non credo proprio che, se Eluana avesse potuto mettere per scritto la propria volontà prima dell’incidente, questo caso non avrebbe scosso allo stesso modo

Avvenire, 19 luglio 2008

Le megalopoli made in Italy
L’effetto «concentrazione urbana» è arrivato anche in Italia
DA ROMA GIORGIO D’AQUINO
L’effetto ‘megalopoli’ è arrivato anche in Italia. Non a caso – come spiega il Rapporto RurCensis Muncipium 2008 – il 55% della popolazione italiana vive in nove grandi aree metropolitane, vale a dire la ‘grande Milano’ (da Varese a Piacenza, a Bergamo e Lecco), la metropoli veneta (da Vicenza a Padova, a Mestre, con innesto a Ovest sul quadrivio veronese), l’area torinese e genovese, l’area emiliana (da Parma a Rimini), il bacino metropolitano dell’Arno, Roma, la metropoli napoletana e il sistema etneo. Un «megacentrismo territoriale» – sottolinea il Censis – che sta sostituendo il «policentrismo un po’ isolato e individualistico dei vecchi sistemi locali di piccole e medie imprese». Realtà – come ha detto il presidente del Censis, Giuseppe De Rita – nate negli ultimi dieci anni, durante i quali «alla preminenza della ‘provincia italiana’, ricca e con alta qualità della vita, si è affiancato un addensamento in mega città estese su ampi territori, talvolta persino interregionali, che sembrano oggi costituire il meccanismo traente dell’urbanizzazione». Nelle proprie città per il 65% degli italiani la qualità del- la vita è «abbastanza buona», ma per il 12% di chi abita nelle grandi aree urbane è inaccettabile e il 7% spinge per la fuga dalla metropoli. I problemi segnalati con più forza sono il traffico, l’inquinamento, l’insicurezza di fronte a reati percepiti come in crescita, il degrado sociale fra campi rom abusivi e prostituzione nelle strade.  Sembrano insomma numerose e diverse le esigenze e le speranze degli italiani per migliorare la propria vita. Dall’indagine emerge che l’auto è il mezzo di spostamento più usato, soprattutto a Napoli e a Roma. E che gli italiani vorrebbero un incremento del trasporto pubblico e l’aumento delle piste ciclabili come ricetta per combattere il traffico nelle città. Il sud Italia (62,9%) chiede maggiori infrastrutture per poter crescere, mentre nei piccoli centri «campioni di qualità» prevalgono i dubbi, le resistenze e la contrapposizione esplicita verso opere che possono innescare processi di cambiamento in grado di modificare assetti territoriali consolidati e apprezzati.  Il tema ‘caldo’ della criminalità è considerato grave dal 56% degli abitanti delle città piccole e medie, contro il 73,7% delle grandi città. Ai primi posti nella valutazione dei problemi sociali più gravi percepiti dai cittadini si trovano la disoccupazione (66%) e la criminalità (60,5%). Confermando in generale una correlazione diretta tra intensità dell’allarme sociale e dimensione urbana.  Quanto si pensa a Napoli è poi peggiore di Roma e di Milano. La quasi totalità dei cittadini partenopei (più del 90%) ritiene «gravi» sia i problemi connessi alla presenza in città di attività criminali, sia gli attuali livelli del tasso di disoccupazione. E appena qualche punto percentuale più in basso si colloca la preoccupazione per il disagio giovanile (87,%), per la diffusione della droga (87,2%), nonché per la carenza dei servizi sociali (80,9%). Di contro Milano, dove i valori corrispondenti sono molto più bassi, è la città in cui vi è un maggiore allarme per l’immigrazione, ritenuta una questione grave dal 79,4% degli intervistati (66,1% a Roma).  Se tuttavia proprio Napoli è la città in cui è più alta la quota di intervistati (79,9%) che vorrebbe maggiore sicurezza, valori elevati si registrano anche a Milano (70,0%), a Roma (64,2%) e nei piccoli centri (53,4%).

Avvenire, 19 luglio 2008

Un patto per la laicità
DI ERNST-WOLFGANG BÖCKENFÖRDE
IDEE. Il costituzionalista tedesco Ernst-Wolfgang Böckenförde riflette sullo «Stato post-secolare»: «Nessuna contrapposizione con la fede»
Si parla oggi sempre più sovente dello Stato secolarizzato, talvolta addirittura dello ‘Stato postsecolare’. A prescindere dalla crescente importanza attribuita al fattore religioso, lo Stato secolarizzato continua a presentarsi come un’epocale conquista della cultura politica, per aver reso possibile a persone di convinzioni religiose e visioni del mondo differenti di vivere in pace e libertà nell’ambito normativo di un ordine comune. D’altro lato ci si può chiedere se questo Stato, grazie ai principi cui s’ispira, sia realmente in grado di far fronte alle sfide indotte dall’accentuato riaffermarsi della religiosità e dalla crescita di movimenti fondamentalisti, se cioè non debba essere oggetto di una ristrutturazione, forse addirittura di una metamorfosi basata su una sua ridefinizione in termini di ‘Stato post-secolarizzato’.
Il carattere dello Stato secolarizzato può essere descritto  prima facie nei seguenti termini: nel suo ambito la religione, e in particolare una determinata religione, non è più né il fondamento vincolante, né il fermento dell’ordine pubblico. Stato e religione sono separati l’uno dall’altra per ragioni di principio: in quanto tale lo Stato non rappresenta nessuna religione. In quanto secolarizzato lo Stato non nega però affatto, né elimina la religione.  Anzi, vi si rapporta poiché essa è preesistente al suo affermarsi. Questo legame è caratterizzato dal fatto che la religione – svincolata dall’ambito di competenza dello Stato – acquista una sua specifica libertà. Al termine di un lungo processo evolutivo, lo Stato secolarizzato rinuncia a ogni forma di sovranità sulla religione, né si presta più a garantire il ricorso della religione al braccio secolare, né le pretese indottevi. D’altro lato, la libertà della religione e la sua capacità d’incidenza sono circoscritte dallo Stato e dal suo ordinamento giuridico in riferimento ai compiti e agli scopi perseguiti in ambito secolare.
Il fatto che la religione sia stata liberata significa che essa – come ha ricono- sciuto con chiaroveggenza Karl Marx – viene relegata dallo Stato nell’ambito della società. La religione non determina più lo spirito dello Stato, che di conseguenza non può più essere uno Stato cristiano, islamico o vincolato in qualche modo a una religione. La religione si sviluppa invece all’interno della società civile e dell’ordine che ne regola le libertà. Situata in quest’ambito, essa dispone della possibilità di esercitare o di incrementare il proprio influsso nella configurazione e nell’ordinamento della convivenza civile, e di farlo contestualmente ai singoli processi di formazione del consenso politico nonché in ragione della costitutiva capacità di fornire ai fedeli determinati orientamenti nel rapporto tra cittadini e Stato. Non va pertanto esclusa a priori la possibilità di un suo impegno politico nel perseguire finalità e obiettivi indotti da una motivazione religiosa.
Due sono le prospettive di base cui si è prevalentemente ispirato lo Stato nel configurare la propria neutralità: da un lato vi è la categoria della neutralità volta a prendere le distanze, realizzata in termini esemplari nella laicité  francese – non invece nella laicità turca che altro non è se non un islam amministrato dallo Stato – dall’altro, vi è la categoria di una neutralità aperta a tutte le religioni, così com’è in vigore nella Repubblica federale di Germania, ma non solo lì. La neutralità volta a prendere le distanze ha la tendenza a relegare per ragioni di principio la religione nella sfera privata o privato-sociale e a far sì che non la superi, mentre la neutralità aperta a tutte le religioni garantisce, oltre che la loro attuazione nella sfera privata, anche quella nella sfera pubblica, come ad esempio la scuola, le istituzioni culturali e ciò che viene definito in termini generali come ordine pubblico, senza peraltro che questa garanzia comporti una qualche forma di identificazione. La diversità tra le due categorie non è solo di natura formale, ma si manifesta soprattutto nei settori caratterizzati al contempo da un aspetto religioso-spirituale e da uno politico-secolare che non si limiti all’esercizio della liturgia e del culto, ma includa anche la vita nel mondo e le relative norme di comportamento, come avviene nella religione cristiana nonché nell’islam e nell’ebraismo.
La neutralità volta a distanziarsi dalla religione regola l’ordinamento giuridico sulla base di finalità puramente secolari e rifiuta i relativi aspetti di tipo religioso come irrilevanti e privati, mentre la neutralità aperta a tutte le religioni cerca di perseguire un equilibrio tra il credo espresso da una determinata religione e la possibilità che i suoi membri vi conformino la propria vita anche in ambito pubblico. Come ha affermato di recente il papa Benedetto XVI, la fede ha riconosciuto in nuovi termini la propria ampiezza interiore e la propria, specifica ragione.  I cristiani avevano infatti il compito di accogliere «le vere conquiste dell’Illuminismo, i diritti dell’uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l’autenticità della religione ». Tutto ciò è ora avvenuto.

Avvenire, 19 luglio 2008

Al via Giffoni, il cinema visto dai ragazzi
Oltre 2000 giovani di 33 Paesi giudicano i film
DI ALESSANDRA DE LUCA
Si è aperta ieri a Giffoni e proseguirà fino a sabato 26 luglio la 38esima edizione del festival dedicato al cinema per ragazzi e come ogni anno, puntualissimi, sono arrivati anche gli auguri del Presidente della Repubblica al direttore artistico Claudio Gubitosi. «Questa manifestazione ne- gli anni – scrive Giorgio Napolitano – ha saputo conquistare un importante ruolo nel panorama delle rassegne cinematografiche nazionali e internazionali. Sono certo che questa edizione dedicata a Miti e maestri  e specificatamente al diritto dell’infanzia saprà offrire nuovi significativi momenti di riflessione sul drammatico tema dei bambini soldato e, più in generale, sullo sfruttamento minorile».  Sono molti gli ospiti attesi dai giovanissimi nella cittadina campana. Oggi tocca all’americano Tim Roth incontrare parte della numerossima giuria del festival che conta ben 2205 ragazzi provenienti da 33 Paesi. Forse i più giovani non avranno visto l’attore in Funny Games,    scioccante apologo sulla violenza firmato da Michael Haneke e arrivato da poco sugli schermi italiani, ma senza dubbio avranno apprezzato ne L’incredibile Hulk la sua trasformazione nel mostruoso nemico del gigante verde. Nei prossimi giorni invece a Giffoni arriveranno Meg Ryan, la piccola star di Little Miss Sunshine   e L’isola di Nim Abigail Breslin e David Grossman dal cui romanzo è tratto il film Qualcuno con cui volare   in concorso nella sezione «Y Gen» e in arrivo nelle nostre sale il 7 novembre. Diretto da Oded Davidoff, il film racconta il viaggio di Assaf, sedicenne timido e impacciato incaricato di ritrovare il proprietario di un cane abbandonato seguendolo per le strade di una Gerusalemme insolita.  Piacere Dave, la commedia fantascientifica interpretata da Eddie Murphy nei panni di un alieno inaugura stasera le grandi anteprime di Giffoni che proseguiranno con Il principe Caspian, secondo capitolo della saga fantasy Le cronache di Narnia,   il cartoon Kung Fu Panda   e il disneyano Camp Rock. Ottanta saranno invece le opere in concorso suddivise in cinque sezioni dedicate a diverse fasce d’età. Il primo giorno del festival è stato inoltre l’occasione per posare la prima pietra di Giffoni Multimedia Valley, ‘open space’ della cultura che comprenderà un’arena per 8mila spettatori, spazi espositivi, strutture produttive e la prima cineteca al mondo destinata al cinema per ragazzi, oltre al museo «Testimoni del tempo» dedicato alla settima arte. Per suggellare l’evento i giurati del festival hanno inoltre consegnato messaggi con i loro sogni e desideri all’interno di una scatola trasparente che verrà cementata in uno dei pilastri della nascente struttura.  Sino al 26 luglio grandi anteprime da Hollywood e incontri con le star:Tim Roth, Meg Ryan e lo scrittore David Grossman. Gli auguri di Napolitano

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EUCARISTIA, CHIESA CARITA’ e CARISMI

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DOMANI

Calendario liturgico dei successivi sette giorni
20     D     *     XVI DOMENICA TEMPO ORDINARIO
S. Apollinare (mf)
Sap 12,13.16-19; Sal 85; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43 – Tu sei buono, Signore, e ci perdoni     IV
21     L     *     S. Lorenzo da Brindisi, cappuccino, dottore della Chiesa (mf)
Mi 6,1-4.6-8; Sal 49; Mt 12,38-42 – Accogli, Signore, il nostro sacrificio di lode     IV
22     M     *     S. Maria Maddalena (m)
Ct 3,1-4 opp. 2Cor 5,14-17; Sal 62; Gv 20,1.11-18 – Ha sete di te, Signore, l’anima mia     P
23     M     *     S. Brigida, patrona d´Europa (f)
Gdt 8,2-8; Sal 10; Mt 5,13-16 – I giusti, Signore, contemplano il tuo volto
Rito ambrosiano: Gdt 8,2-8; Sal 10; 1Tm 5,3-10; Mt 5,13-16

beata Cunegonda, vergine, clarissa
IV
24     G     *     S. Charbel Makhluf (mf)
Ger 2,1-3.7-8.12-13; Sal 35; Mt 13,10-17 – Dissétaci, Signore, sorgente d’acqua viva

beata Ludovica di Savoia, vergine, clarissa
IV
25     V     *     S. GIACOMO (f)
2Cor 4,7-15; Sal 125; Mt 20,20-28 – Chi semina nel pianto, raccoglie nella gioia
Rito ambrosiano: Sap 5,1-9.15; Sal 125; 2Cor 4,7-15; Mt 20,20-28

beato Antonio Lucci, francescano, vescovo
P
26     S     *     Ss. Gioacchino e Anna (m)
Ger 7,1-11; Sal 83; Mt 13,24-30 – Com’è dolce, Signore, abitare la tua casa     IV

I Santi di domenica 20 luglio 2008  www.santiebeati.it

NB/   di primo mattino (dalle ore 03 alle 04) si può ricevere l’email dal sito www.santiebeati.it con la scheda dei santi del giorno e breve commento per ciascun personaggio.

93885 > Sant’ Ansegiso di Fontenelle Abate Your browser may not support display of this image.20 luglio

33650 > Sant’ Apollinare di Ravenna Vescovo e martire MR Your browser may not support display of this image.20 luglio (23 luglio) – Memoria Facoltativa

63750 > Sant’ Aurelio di Cartagine Vescovo MR Your browser may not support display of this image.20 luglio

63710 > Beato Bernardo di Hildesheim Vescovo MR 20 luglio

91024 > San Cassiano Abate di san Saba Your browser may not support display of this image.20 luglio

63650 > Sant’ Elia Profeta MR Your browser may not support display of this image.20 luglio

92394 > Sant’ Ethelwitha Regina Your browser may not support display of this image.20 luglio

91405 > Beata Francisca del S. Cuore di Gesù Aldea Araujo Suora, martire in Spagna MR Your browser may not support display of this image.20 luglio

75400 > San Frumenzio Vescovo in Etiopia MR Your browser may not support display of this image.20 luglio

63660 > Beato Giuseppe Barsabba il Giusto MR 20 luglio

63730 > San Giuseppe Maria Diaz Sanjurjo Martire MR 20 luglio

90930 > San Leone Ignazio (Léon-Ignace) Mangin Gesuita martire in Cina MR Your browser may not support display of this image.20 luglio

63760 > Santa Maria Fu Guilin Martire MR 20 luglio

63770 > Sante Maria Zhao Guozhi, Rosa Zhao e Maria Zhao Martiri MR 20 luglio

63700 > Santa Marina (Margherita) d’Antiochia di Pisidia Vergine e martire MR Your browser may not support display of this image.20 luglio

63720 > Santi Martiri di Seul MR 20 luglio

90931 > San Paolo (Paul) Denn Gesuita martire in Cina MR Your browser may not support display of this image.20 luglio

63690 > San Paolo di Cordova Martire MR 20 luglio

63740 > San Pietro Zhou Rixin Martire MR 20 luglio

91404 > Beata Rita Dolores Pujalte Sanchez Suora, martire in Spagna MR Your browser may not support display of this image.20 luglio

63680 > San Vulmaro Presbitero MR 20 luglio

90723 > Santa Wang-Hoei (Rosa) Martire in Cina MR Your browser may not support display of this image.20 luglio

91504 > San Xi Guigi Martire in Cina MR Your browser may not support display of this image.20 luglio

Agenda  domenica 20 luglio

- Domenica XVI del Tempo Ordinario.

- V Domenica dopo Pentecoste, per le Chiese che seguono il calendario giuliano.

- Viaggio Apostolico a Sydney. Alle ore 8.45, il Santo Padre si imbarca su un elicottero, all’eliporto di Victoria Barracks, per il sorvolo del Southern Cross Precinct, l’area dove sono radunati i giovani in attesa della Celebrazione Eucaristica; il Southern Cross Precinct comprende la grande estensione del Centennial Park e dell’Ippodromo di Randwick.  Dall’eliporto il Papa raggiungerà in auto l’Ippodromo, dove presiederà la Santa Messa per la XXIII Giornata Mondiale della Gioventù (ore 10.00)  e terrà l’omelia. Al termine della liturgia, la preghiera dell’Angelus Domini con le parole del Santo Padre.  Nel pomeriggio è previsto l’incontro del Santo Padre con i benefattori e gli organizzatori della XXIII Giornata Mondiale della Gioventù, nella Reception Hall della St. Mary’s Cathedral House e nella Sala Capitolare della Cattedrale (ore 18.00). Il Papa rivolgerà loro un discorso e al termine dell’incontro rientrerà nella St. Mary’s Cathedral House (ore 19.00).

Domani ? L’Osservatore Romano,  20 luglio 2008

L’invito del Papa a essere testimoni dello Spirito di Dio per trasformare la terra

L’amore misura e sfida della vita

Misura, sfida, missione:  Benedetto XVI usa tre parole per spiegare l’amore ai giovani radunati sabato sera all’ippodromo di Randwick per la veglia della Giornata mondiale della gioventù di Sydney. Tre parole che esprimono la forza trasformante di quello che è per eccellenza “il segno della presenza dello Spirito Santo”. Perché l’amore, ricorda il Papa, indica la strada per “andare oltre le visioni parziali, la vuota utopia, la precarietà fugace” e offrire al mondo “la coerenza e la certezza della testimonianza cristiana”.
Il discorso del Pontefice è stato un invito a non fuggire da se stessi o dalla realtà della vita. Dio non appartiene al mondo della fantasia, ha detto, ma orienta l’uomo “a ciò che è reale, a ciò che durevole, a ciò che è vero”. Da qui nasce una visione nuova e più ampia della fede:  “Solida e insieme aperta – l’ha descritta il Papa -, consistente e insieme dinamica, vera e tuttavia sempre protesa a una conoscenza più profonda”. È questa fede che permette all’uomo di mettersi in ascolto della voce dell’umanità disperata e sofferente, di quel “grido umano che anela a un riconoscimento, a un’appartenenza, all’unità”.
Unità e riconciliazione sono i due orizzonti indicati da Benedetto XVI ai giovani. Per realizzarli, ha precisato, non bastano gli sforzi individuali ma occorre aprirsi all’azione dello Spirito di Dio, “la Persona dimenticata della Santissima Trinità”. “La nostra fede – ha ammonito in proposito il Pontefice – non è in primo luogo ciò che facciamo, ma ciò che riceviamo”.
In questa logica del dono, l’amore – ha spiegato il Papa prendendo in prestito le riflessioni di sant’Agostino – crea anzitutto un’unità basata sulla comunione e non su “relazioni che neghino l’uguale dignità delle altre persone”. Poi, si realizza come una realtà durevole che “dissolve l’incertezza, supera la paura, porta in sé l’eternità”. Infine, si offre come una “sorgente perenne” di vita dinanzi alla “follia di una mentalità consumistica” che lascia continuamente insoddisfatti e delusi.
Così vissuto, l’amore dà forma e direzione alla testimonianza del credente. Mettendolo in grado di “edificare la Chiesa” e, allo stesso tempo, “servire il mondo”. La Chiesa infatti, ha ribadito Benedetto XVI, “compie lo stesso viaggio con l’intera umanità”. E con lei attraversa “gli alti e i bassi della vita quotidiana”, mostrando che alla fine l’esistenza “non è semplicemente accumulare e avere successo” ma “essere aperti alla forza dell’amore di Dio”. Così il Pontefice ha chiamato i giovani a liberare dentro se stessi i doni dello Spirito per “trasformare le famiglie, le comunità, le nazioni”.
La riflessione della veglia di preghiera ha richiamato e completato l’omelia rivolta ai preti, ai seminaristi, alle religiose e ai religiosi durante la messa nella cattedrale di Sydney. Anche a loro il Papa ha ricordato che mettere a tacere Dio affermando “l’indifferenza alla dimensione religiosa dell’esistenza umana” vuol dire “tradire l’uomo stesso”. E “laddove l’uomo viene sminuito – ha aggiunto – è il mondo che ci attornia a essere sminuito:  perde il proprio significato ultimo e manca il suo obiettivo”. Anche qui il Papa ha riproposto la logica del dono:  “Ritroviamo noi stessi – ha spiegato – solo donando le nostre vite, accogliendo l’amore di Dio e operando per condurre ogni uomo e ogni donna verso la bellezza di quell’amore”. In questa direzione, il compito di sacerdoti e consacrati è quello di “dare profetica testimonianza a un mondo che può apparire sordo alle esigenze della parola di Dio”.
Un appello, quello del Papa, apparso ancor più esplicito e forte alla luce delle parole di condanna “inequivocabile” degli abusi sessuali sui minori compiuti da alcuni preti e religiosi australiani. Si tratta di “misfatti – ha chiarito il Pontefice – che costituiscono un grave tradimento della fiducia” e che “hanno danneggiato la testimonianza della Chiesa. Sono profondamente dispiaciuto – ha aggiunto – per il dolore e la sofferenza che le vittime hanno sopportato”. E ha chiesto giustizia per “i responsabili di questi mali”.
(©L’Osservatore Romano – 20 luglio 2008)

Sotto le stelle della Croce del Sud

I segni della visita di Benedetto XVI in Australia si vanno moltiplicando e, nello stesso tempo, convergono sempre più verso l’essenza dell’essere cristiani. Così, nella messa per la consacrazione del nuovo altare della cattedrale di Sydney la splendida liturgia celebrata con i vescovi ha significato davvero l’inizio di una nuova edificazione della Chiesa australiana, e allo stesso modo l’emozionante veglia con i giovani – sotto le stelle della Croce del Sud, in una notte fredda e limpida – ha espresso la necessità di aprire il cuore allo Spirito Santo, centro di questa importante giornata mondiale della gioventù. Con una testimonianza evidente, insieme agli altri simboli di questo viaggio papale, di fronte a un mondo che ha bisogno della novità cristiana. Anche se sembra ignorarla, o addirittura vuole rifiutarla.
Nella cattedrale intitolata a Santa Maria, culla del cattolicesimo australiano, al centro della celebrazione è stato il nuovo altare dedicato dal Papa e sul quale spicca un originale bassorilievo ispirato all’immagine sindonica. Per sottolineare con immediatezza che Cristo è insieme sacerdote, altare e vittima. E come l’altare, anche i cristiani sono consacrati:  cioè messi a parte per il Regno di Dio – ha sottolineato il vescovo di Roma – in un mondo che vorrebbe invece mettere Dio da parte. No, la fede non può essere messa da parte né essere ridotta a una dimensione solo personale; nella proposta di Benedetto XVI la questione di Dio deve infatti ispirare una visione del mondo coerente e capace di un dialogo rigoroso con le molte altre visioni umane.
La consacrazione dei cristiani nel mistero della fede è poi tanto reale quanto esigente. Per questo il Papa ha ancora una volta espresso – con un dolore e una forza che non lasciano spazio a dubbi – la vergogna e il dispiacere per i casi di abusi sessuali sui minori. Esortando subito dopo i seminaristi e i religiosi a divenire altari viventi, nella fedeltà di una scelta radicale capace, con la grazia divina, di vincere il peccato. Come nella cattedrale di Sydney mostra la coloratissima vetrata dell’abside, che rappresenta Maria, nuova Eva, mentre offre a Cristo, nuovo Adamo, una mela:  a raffigurare il capovolgimento e il risanamento della colpa originaria portati dall’Incarnazione.
Sì, la fede cristiana non è rivolta a un Dio lontano, perché lo Spirito divino, pur silenzioso e invisibile, è capace di cambiare i cuori umani. E proprio allo Spirito Santo, “in vari modi la Persona dimenticata della Santissima Trinità”, Benedetto XVI ha dedicato, in parte sulla traccia di sant’Agostino, tutta la lunga meditazione che ha segnato la veglia tra luci, canti e preghiere. Sottolineando ai giovani presenti – ma attraverso di loro parlando a tutta la Chiesa in un testo che è tra i più belli del pontificato – che lo Spirito di Dio è nella vita di ogni essere umano e attira a ciò che è reale, a ciò che è durevole, a ciò che è vero. Oltre i limiti di tutto quello che passa, e ben al di là della follia consumista. Perché l’umanità, come la donna samaritana del vangelo, ha sete di Dio.

g. m. v.
(©L’Osservatore Romano – 20 luglio 2008)

I saluti del cardinale Pell, di un seminarista e di una religiosa durante l’incontro in cattedrale

Tante vite dedicate a Cristo come le pietre dell’altare

“Le do il benvenuto nella cattedrale dedicata alla Beata Vergine Maria, ausilio dei cristiani, la chiesa madre dell’Australia, uno splendido edificio che evoca il trascendente, santificato dalle preghiere di generazioni. Le pietre di questa cattedrale raccontano la storia della Chiesa cattolica in Australia, la storia di uno sforzo determinato di fronte alle difficoltà”. Con queste parole il cardinale George Pell ha accolto Benedetto XVI all’inizio della messa con i vescovi australiani, con i seminaristi  e  con i novizie e le novizie nella cattedrale di Saint Mary in Sydney. “Questo è un edificio vivo in una Chiesa viva – ha aggiunto -. Questa cattedrale e la nostra Chiesa in Australia sono piene di speranza, questa mattina, grazie alla presenza di tanti giovani seminaristi e membri di ordini religiosi”. Evidenziando la dedicazione del nuovo altare da parte del Papa, il cardinale ha detto che “al cuore di questa cattedrale, quindi, si trova l’altare del sacrificio, adornato proprio con l’immagine di Cristo che è morto per noi e per la nostra salvezza. Preghiamo che le future generazioni che passeranno da questo magnifico edificio, sia che odano il suono delle sue campane o colgano uno squarcio del suo imponente profilo da lontano, si rendano conto che questa cattedrale esiste grazie a ciò che avviene su questo altare. Questa cattedrale, così come la Chiesa nel suo insieme, trae la sua vita e la sua missione dal santo sacrificio della messa”.
Successivamente, ha preso la parola Kim, originario del Vietnam e studente nel seminario “Sacred Shepard” di Homebush di Sydney, il quale rivolgendosi a Benedetto XVI ha detto:  “Nel mio percorso di formazione, per grazia di Dio ho scoperto Cristo. E ora che l’ho trovato voglio amarlo di più, conoscerlo di più, aprirgli il cuore di più. Da quando egli gratuitamente mi si è rivelato, com’è bello sapere che il mistero della mia vita fa parte del mistero di Cristo. Essendo un convertito alla fede, sono stato piacevolmente sorpreso nello scoprire quanto Dio mi sia vicino e quanto egli possa mostrarsi potente nella mia vita”. Nonostante gli slanci, nel cammino di formazione si incontrano difficoltà. A questo proposito, il giovane ha affermato che “qualche volta, però, non è stato facile seguire il cammino che so che porta alla luce. La vita della disciplina, della virtù e della fede non è facile, è un lavoro duro; in questa via, però, sperimento la gioia, la pace e la felicità, perché vedo come Dio opera nella mia vita. Oggi lei dedicherà questo nuovo altare, nella nostra chiesa cattedrale, sul quale verrà offerto il sacrificio di Cristo. Mentre questo altare viene dedicato, anche noi seminaristi riuniti qui vogliamo dedicare le nostre vite a Cristo”.
In seguito, Julie Brcar, consacrata delle suore di Schönstatt, ha parlato a nome di tutti i consacrati, dicendo:  “Tutti noi abbiamo incontrato l’amore senza limiti e incondizionato di Dio in un modo unico, e abbiamo riconosciuto che Egli ha chiamato ognuno di noi in modo molto personale a essere suoi strumenti. Con un forte desiderio di fare la sua volontà e rispondere al suo dono d’amore, noi – con coraggio e in completa libertà e fiducia – abbiamo dato con gioia a Dio il nostro fiat, il nostro “sì” alla sua chiamata. Proprio come la nostra Beata Madre ha dato il suo intero cuore, ha dato se stessa interamente a Dio, anche noi abbiamo risposto con il dono di noi stessi”.
Suor Brcar ha poi aggiunto:  “Caro Santo Padre, la ringraziamo per la sua così ben scritta enciclica Deus caritas est, che proclama nuovamente al nostro mondo moderno la verità e il messaggio centrale della Sacra Scrittura:  Dio è amore. Siamo chiamati in un modo molto speciale a questa vocazione d’amore. Attraverso la nostra testimonianza, la nostra apertura e la nostra ricettività trasformate dallo Spirito Santo, ci auguriamo di diventare autentici apostoli dell’amore, affinché anche tutti coloro che incontriamo possano essere attirati verso il cuore di Dio e della nostra Santa Madre. Con gioia ed entusiasmo, vogliamo dedicare tutte le nostre forze e tutte le nostre energie a servire fedelmente lei e la Chiesa, perché possiamo essere fecondi nel costruire una nuova civiltà della verità, della vita e dell’amore. Vogliamo aiutare l’umanità a riguadagnare senso e finalità nella vita, e che tutti si impegnino per diventare quello che Dio aveva pensato agli inizi:  imago Dei, un’immagine di Dio, un’immagine dell’amore”. “Vogliamo rimanere fedeli – ha concluso la religiosa – alla nuova ed eterna Alleanza che il nostro Signore ha sigillato sul Golgota attraverso il sacrificio del suo preziosissimo sangue. Il suo dono di sé è la nostra fondazione, il modello del nostro ruolo per un amore cristiano autentico. Siamo grati per il dono di sua Madre, che ci guida e ci aiuta ad annunciare il messaggio sul cammino della nostra vita verso il cuore di Dio”.
(©L’Osservatore Romano – 20 luglio 2008)

Oltre duecentocinquantamila giovani hanno fatto da corona al Papa nell’ippodromo di Sydney

Una veglia di preghiera da consegnare alla storia

dal nostro inviato Gianluca Biccini

“Lasciatevi plasmare dalla Spirito Santo”, perché “la vita non è semplicemente accumulare ed è più che avere successo”. Essere veramente vivi significa aprirsi alla forza dell’amore di Dio per poter poi trasformare le famiglie, le comunità, le nazioni. Alla folla immensa di giovani di tutto il mondo, che alla luce delle fiaccole gremivano la grande spianata di Randwick incuranti del freddo, Benedetto XVI ha chiesto di spalancare il cuore e la mente ai sette doni dello Spirito.
La veglia di preghiera svoltasi sabato sera consegna alle pagine della storia un Papa amatissimo dalle centinaia di migliaia di ragazze e di ragazzi convenuti dai cinque continenti a Sydney. Un padre che parla con semplice chiarezza di sant’Agostino, confidando anche le proprie difficoltà da bambino e da studente a comprendere la “persona dimenticata” della Trinità, quello Spirito Santo che nell’andamento controverso della vita quotidiana fa maturare la fede, come dimostrano i dieci patroni di questa XXIII Gmg:  santa Teresina di Lisieux, santa Faustyna Kowalska, santa Maria Goretti, san Pietro Chanel, il beato Pietro To Rot la beata Mary MacKillop, il beato Pier Giorgio Frassati, la beata Madre Teresa di Calcutta, il servo di Dio Giovanni Paolo II e Nostra Signora della Croce del Sud.
È stata una notte indimenticabile quella vissuta nel “Southern Cross precint” – che ha unito l’ippodromo di Randwick e il Centennial park in un unico luogo – così denominato in onore della Vergine Maria patrona d’Australia. Una notte fatta di preghiera, ma anche di musiche, di canti, di balli coreografici e di testimonianze. “Armato” di k-way tende, materassini, sacco a pelo e cuscini per affrontare l’umidità e il freddo, bandiere, berretti, foulard e maglie da rugby con la scritta “Benedetto 16″ sulla schiena, un esercito festante si è presentato in massa a questo appuntamento con il Pontefice. Dopo una preghiera per chiedere proprio allo Spirito Santo “la forza di camminare sul suo sentiero ed essere testimoni di Cristo” in oltre duecentocinquantamila si sono messi in marcia verso la zona scelta per le celebrazioni conclusive della Gmg 2008, invadendo tutte le strade e i luoghi simbolo della città:  l’Harbour Bridge, il ponte sulle acque di Port Jackson, Anzac Parade, le aree dei Royal botanic gardens, del Domain, dell’Hopera House, della baia di Darling.
Concerti, esibizioni in Australia hanno scandito l’attesa, prima che la veglia avesse inizio con il suggestivo ingresso della luce, mentre tutto attorno era buio. Recata sul podio da danzatori, la luce ha preceduto la grande Croce lignea e l’icona mariana simboli delle Gmg. Un’ovazione da stadio ha accolto Benedetto XVI, che ha fatto il suo ingresso accompagnato da dodici giovani, mentre la diciannovenne Lauren Zolezzi intonava l’inno mariano “Our Lady of the southern cross”. Preso posto sulla cattedra, con i cardinali Bertone, Rylko e Pell seduti accanto, il Papa ha assistito all’accensione delle lampade dei dodici giovani da parte di una coetanea aborigena. Queste a loro volta hanno illuminato le fiaccole dei presenti, compresi i numerosi cardinali e vescovi intervenuti:  non solo quelli australiani e del Seguito papale, ma anche tanti pastori che hanno accompagnato qui a Sydney i giovani delle loro diocesi.
L’invito alla preghiera da parte del Pontefice ha poi introdotto le testimonianze di sette giovani accompagnate dal ricordo dei patroni della Gmg. Negli abiti tradizionali dei Paesi di provenienza hanno invocato lo Spirito affinché ispiri le loro vite, proprio come ha fatto con questi dieci modelli di santità, la maggior parte dei quali loro coetanei.
Dopo aver parlato durante la festa di accoglienza di due giorni prima del dono del battesimo, Benedetto XVI ha spostato l’attenzione sul “come” diventare testimoni di Cristo. Per farlo – ha detto – bisogna conoscere la persona dello Spirito Santo e la sua presenza vivificante nella storia dell’uomo. Il Pontefice sa che non è cosa facile perché la varietà di immagini che si trovano al riguardo nella Scrittura sono un segno della difficoltà a comprenderlo. Perciò ha attinto direttamente ai ricordi personali, di quando era ancora ragazzino e i suoi genitori gli insegnavano le prime nozioni della fede cristiana; o di quando era ragazzo e aveva una comprensione ancora carente della Terza Persona della Trinità; o ancora di quando da giovane sacerdote incaricato di insegnare teologia, decise di studiare i testimoni eminenti dello Spirito nella storia della Chiesa con la folgorante scoperta di Agostino. Al santo vescovo di Ippona si devono infatti le tre grandi intuizioni che Papa Ratzinger ha voluto riproporre. La prima:  una vera unità non può mai essere fondata su relazioni che neghino l’uguale dignità delle altre persone. La seconda:  Dio condivide se stesso come amore nello Spirito Santo. L’amore è dunque il segno della presenza dello Spirito Santo. La terza:  il Dio che si concede a noi come dono è lo Spirito Santo. Benedetto XVI ne ha tratto una triplice  consegna  per  i  giovani  di Sydney 2008:  far sì che l’amore unificante sia la loro misura, l’amore durevole sia la loro sfida, l’amore che si dona la loro missione. Chiamandoli a un’attiva partecipazione alla vita della Chiesa, nelle parrocchie e nei movimenti ecclesiali, nelle lezioni di religione a scuola, nelle cappellanie universitarie e nelle altre organizzazioni cattoliche, il Pontefice ha invitato a diffidare di quanti parlano della loro comunità locale come di un qualcosa di separato dalla cosiddetta Chiesa istituzionale, descrivendo la prima come flessibile e aperta allo Spirito e la seconda come rigida e priva dello Spirito. Purtroppo non si tratta di una tentazione nuova:  la storia della Chiesa mostra molti esempi di come approfittare delle debolezze umane, per creare utopie spirituali. Sono tentativi che invece di costruire l’unità in realtà la minano. Per questo separare lo Spirito Santo dal Cristo presente nella struttura istituzionale della Chiesa comprometterebbe l’unità della comunità cristiana.
Ampliando lo sguardo all’esterno della Chiesa Benedetto XVI ha poi voluto ricordare i bimbi derelitti dei campi profughi nel Darfur, gli adolescenti turbati, i genitori in ansia in una qualsiasi periferia, come simboli di un mondo fragile, in cui la creazione di Dio è indebolita da ferite che vanno in profondità, quando le relazioni sociali si rompono o quando lo spirito umano finisce schiacciato dallo sfruttamento e dall’abuso delle persone. Ecco allora che dinanzi al processo di frammentazione provocato nella società contemporanea dal relativismo bisogna offrire la speranza di pace, di guarigione e di armonia che solo lo Spirito può dare.
All’applaudito discorso di Benedetto XVI ha fatto seguito l’invocazione dello Spirito Santo, durante la quale sono stati presentati i 24 candidati che domani riceveranno la Cresima:  quattordici australiani e dieci in rappresentanza dei cinque continenti. Insieme con il Papa si sono inginocchiati a lungo in adorazione del Santissimo Sacramento. Poi, con tutti gli altri, hanno ascoltato i saluti rivolti dal Pontefice in varie lingue, anche in cinese, prima di lasciare la spianata. Ma per i giovani di Sydney la veglia continua con momenti di silenzio e di meditazione, in attesa della messa conclusiva di domenica, che sarà preceduta dal canto delle lodi guidato dal presidente della Conferenza episcopale australiana.
In precedenza lungo il tragitto per recarsi a Randwick, Benedetto XVI aveva fatto una breve sosta per visitare il cardinale Edward Bede Clancy, ottantacinquenne porporato australiano, che ha guidato l’arcidiocesi di Sydney dal 1983 al 2001. Nella residenza per anziani Mount Saint Joseph’s home, a Randwick, gestita dalle Little Sisters of the Poor, che ospita il cardinale, il Papa ha salutato anche alcuni anziani vescovi e sacerdoti, e la signorina Rosemary Goldie, già sottosegretario del Pontificio Consiglio per i Laici, prima donna a ricoprire un alto incarico nei dicasteri della Santa Sede ai tempi di Paolo VI.
(©L’Osservatore Romano – 20 luglio 2008)

La messa per la benedizione e la dedicazione del nuovo altare della cattedrale di Sydney

Un segno di rinnovamento per la Chiesa in Australia

dal nostro inviato Gianluca Biccini

Un rinnovamento dell’intera Chiesa in Australia:  la messa celebrata dal Papa sabato mattina a Sydney, durante la quale ha benedetto e dedicato il nuovo altare della Cattedrale di Saint Mary, segna una svolta verso la rinascita di una comunità giovane eppure già segnata da difficoltà, e lascia un’eredità per le prossime generazioni a ricordo di questo grande avvenimento che è la Gmg 2008.
Nel tempio edificato sul luogo dove sorse la prima cappella cattolica del Paese, la presenza del successore di Pietro ha rappresentato un momento di ri-dedicazione e di riconciliazione, nel cammino della Chiesa locale, sotto accusa per abusi sessuali sui minori, commessi da alcuni sacerdoti o religiosi. “Sono profondamente dispiaciuto – ha detto il Pontefice – per il dolore e la sofferenza che le vittime hanno sopportato”. “Come loro Pastore – ha aggiunto – io pure condivido la loro sofferenza”. Si tratta infatti di episodi che tradiscono in modo grave la fiducia dei giovani nell’istituzione ecclesiale e perciò vanno “condannati in modo inequivocabile”, avendo provocato grande dolore e danneggiato la testimonianza della Chiesa.
Benedetto XVI ha quindi chiamato in causa tutti i fedeli del Paese, affinché sostengano e assistano i vescovi e collaborino con loro nella lotta contro questo male. “Le vittime devono ricevere compassione e cura – ha spiegato – e i responsabili di questi mali devono essere portati davanti alla giustizia”. Per il Papa la promozione di “un ambiente più sicuro e più sano, specialmente per i giovani” costituisce una priorità pastorale urgente e le sue parole assumono un particolare significato in queste giornate della Gmg:  le nuove generazioni, del resto, sono un tesoro prezioso e una grande parte della missione dei cattolici in questo Paese è stata dedicata alla loro educazione. Una sfida dunque per la Chiesa in Australia, alla quale il Pontefice ha voluto unirsi nella preghiera perché “questo tempo di purificazione porti con sé guarigione, riconciliazione e una fedeltà anche più grande alle esigenze morali del Vangelo”.
Ma la storia dei cattolici in Australia registra anche tanti positivi contributi al progresso del Paese dove ora rappresentano la prima religione, a soli pochi decenni dai tempi della colonia penale britannica, quando erano una minoranza discriminata. Anche le vicende della stupenda cattedrale in stile neogotico, arricchita da vetrate policrome, – il più grande edificio australiano in arenaria, la pietra su cui sorge Sydney – riflettono questo percorso:  il primo vescovo potè giungere in città solo mezzo secolo dopo l’arrivo dei pionieri e la piccola cappella di Saint Mary, che sorgeva sullo stesso luogo, con una serie di ampliamenti divenne cattedrale. Per questo nella sua omelia Benedetto XVI ha anche reso omaggio alle schiere di sacerdoti, religiosi e fedeli laici che hanno contribuito a costruire la Chiesa in Australia:  come quelle famiglie di immigrati, un “piccolo gregge” cui padre O’Flynn affidò il Santissimo Sacramento al momento di partire; o come quei 2.600 “amici” cattolici e protestanti – a ricordarlo è una targa posta nella cattedrale – che tra il 1880 e il 1882 risposero all’appello dell’arcivescovo per raccogliere i fondi necessari a trasformare la prima cappella eretta in Australia nella più grande cattedrale del Paese. Completamente distrutta da un incendio nel 1865, fu parzialmente ricostruita nei successivi vent’anni, e riaperta nel 1882. Ma solo nel 1905 essa potè essere consacrata, mentre la costruzione della navata centrale fu portata a termine ottant’anni fa nel 1928, anno in cui a Sydney venne celebrato il xxix congresso eucaristico internazionale, come testimonia una stampa nell’epoca. Nel 2000, infine, in occasione del Giubileo e in coincidenza con le Olimpiadi, sono state completate le due guglie che le conferiscono un aspetto maestoso.
Sotto queste magnifiche volte hanno trovato posto oltre tremila fedeli per partecipare alla messa con i vescovi, i sacerdoti,  i  diaconi,  le  persone  consacrate  e  i  laici  dell’arcidiocesi  di Sydney, alla quale erano presenti molti seminaristi e giovani religiosi, definiti dal Papa “segno di speranza e di rinnovamento, che avranno il compito di edificare la casa di Dio per la prossima generazione”. Rivolgendosi a loro il Pontefice li ha invitati a non avere paura; a camminare ogni giorno con Cristo mediante la fedeltà alla preghiera personale e liturgica, nutriti dalla meditazione della parola. Poi ha parlato loro del “paradiso spirituale” descritto dai Padri della Chiesa, quel “giardino dove camminare liberamente con Dio, ammirando la bellezza e l’armonia del suo piano salvifico”. Per Benedetto XVI infatti solo così sarà possibile scoprire quella libertà e quella gioia che possono attrarre altri alla vocazione di sacerdoti e consacrati. Con Benedetto XVI hanno concelebrato i cardinali Bertone, Pell e Rylko; i presuli del seguito papale e sessantacinque vescovi australiani. Era presente il cardinale irlandese Sean Baptist Brady.
Sui passi dei predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II che qui celebrarono la messa (nel 1970 il primo, nel 1986 e nel 1995 il secondo), Papa Ratzinger ha ammonito chi vorrebbe mettere Dio “da parte” e nel nome della libertà e dell’autonomia dell’uomo vorrebbe la religione ridotta a devozione personale. Perché una mentalità del genere finisce con l’offuscare la comprensione della Chiesa e della sua missione anche tra i cattolici, spesso tentati di ridurre la vita di fede a una questione di sentimento privato. Ma la storia, anche quella odierna, insegna che la questione di Dio non può mai essere messa a tacere, e che l’indifferenza alla dimensione religiosa dell’esistenza umana finisce con il tradire l’uomo stesso. Citando sant’Ignazio di Loyola, Benedetto XVI ha sottolineato che l’unica “misura” vera alla quale ogni realtà umana può essere comparata è la croce e il trionfo del suo messaggio di amore non meritato. Anche la deposizione di Cristo, scolpita orizzontalmente sulla base del nuovo altare della cattedrale, rimanda alla progressiva trasformazione spirituale che rinnova chi accetta la logica della croce. Tutta la liturgia celebrata dal Pontefice, del resto, ha offerto una lettura simbolica di questa visione, attraverso riti che richiamano alla mente quelli del battesimo, in cui è l’uomo a essere ri-consacrato:  l’aspersione dell’acqua, la proclamazione della parola di Dio, l’invocazione dei santi, la preghiera di consacrazione, l’unzione e il lavacro dell’altare, rivestito di bianco e addobbato di luce. “Siamo creature di Dio dotate di una dignità inviolabile – ha commentato il Papa – e laddove l’uomo viene sminuito, è il mondo a essere sminuito; perde il proprio significato ultimo e manca il suo obiettivo”.
La messa si è conclusa con il canto del Te Deum. Successivamente Benedetto XVI ha pranzato con i vescovi giunti da tutte le diocesi del Paese. Al termine il presidente della Conferenza episcopale, l’arcivescovo Philip E. Wilson, ha pronunciato un discorso nel quale ha ricostruito le vicende storiche della Chiesa australiana. Nell’occasione presuli di rito orientale, che guidano le locali comunità melkita (cinquantacinquemila fedeli in Australia), caldea (trentaseimila), ucraina (cinquemila) e maronita (un migliaio), hanno offerto al Papa un’icona di san Benedetto e un libro di icone.
(©L’Osservatore Romano – 20 luglio 2008)

Il discorso dell’arcivescovo Wilson all’incontro con i presuli australiani

Al termine del pranzo con i vescovi australiani, sabato 19 luglio, il presidente della Conferenza episcopale, l’arcivescovo Philip E. Wilson, ha rivolto al Papa un indirizzo di saluto riproponendo brevemente la storia della Chiesa in Australia
“Le persone qui riunite – ha poi notato – non avrebbero mai potuto immaginare che un giorno più di 40 Vescovi australiani avrebbero celebrato una messa con il Papa nella cattedrale di Saint Mary, a Sydney. Ricordiamo anche che qui veniva spesso la beata Mary MacKillop per consultarsi con l’arcivescovo di Sydney sulla vita e lo sviluppo della sua nuova congregazione”.
Dopo aver sottolineato il valore della giornata che stavano vivendo il presule ha affrontato la questione che scuote oggi la comunità cattolica nel Paese:  “Santo Padre, sa che oltre alle numerose benedizioni a noi concesse, ci sono sfide che sono specificatamente locali, ma anche universali. Il secolarismo e il relativismo hanno fatto irruzione nella vita di alcuni. La disgregazione della famiglia e una cultura di permissivismo sessuale e morale hanno avuto una grande incidenza e hanno allontanato tante persone dalla Chiesa. Lo scandalo terribile degli abusi sessuali da parte di alcuni ecclesiastici, religiosi e uomini di Chiesa, e il modo in cui tali questioni sono state affrontate in passato, hanno avuto conseguenze profonde e durature”. “Posso assicurarla – ha concluso – che stiamo compiendo ogni sforzo per affrontare i casi di abuso sessuale con compassione e sollecitudine per le vittime”.
“Su questo sfondo di sfide e benedizioni accogliamo l’esperienza della Giornata mondiale della gioventù qui, sui nostri lidi, con tale profonda speranza cristiana”.
La assicuriamo, Santo Padre, del nostro intenso desiderio di unirci a lei, in comunione con lo Spirito Santo, nel rinnovare la vita della Chiesa in questo Paese e nel proclamare il Vangelo di Cristo”.
L’arcivescovo ha poi voluto illustrare al Papa i programmi pastorali per il futuro:  “Come Conferenza episcopale abbiamo già cominciato a esaminare come animare la Chiesa in Australia proclamando le convinzioni attuali e la visione futura relativamente alle esigenze pastorali della Chiesa locale”. Una pianificazione pastorale che si articola su tre temi centrali:  contemplazione; impegno con Dio, comunione; impegno con l’altro, missione; impegno per il mondo moderno. “La assicuriamo – ha concluso l’arcivescovo dopo aver ringraziato il Papa per l’incontro – della nostra lealtà e del nostro amore e la assicuriamo delle nostre preghiere costanti per lei e per il suo ministero petrino, per la sua salute e la sua serenità”.
(©L’Osservatore Romano – 20 luglio 2008)

Politica monetaria aspettative e mercati finanziari

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento di Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia, alla Whitaker Lecture della Banca centrale irlandese, svoltosi venerdì 18 a Dublino.

di Mario Draghi
Governatore della Banca d’Italia

Il modo in cui le banche centrali sono in grado di motivare le proprie decisioni e comunicarle con chiarezza, completezza ed efficacia costituisce un aspetto importante della conduzione della politica monetaria.
Fino alla seconda metà degli anni ottanta, era opinione corrente che le decisioni di politica monetaria, per essere efficaci, non dovevano essere comunicate in anticipo. Un linguaggio opaco e involuto era considerato appropriato. Oggi, quel modo di pensare è superato, e la franchezza e la chiarezza nella comunicazione delle banche centrali sono considerate un obbligo.
Le informazioni sono anche diventate più tempestive. Le banche centrali ora informano il pubblico non appena una decisione viene presa, in conferenze stampa oppure diffondendo i verbali delle riunioni. La trasparenza degli obiettivi, delle strategie, delle analisi e delle decisioni non solo assicura la legittimazione democratica delle autorità monetarie indipendenti; aumenta la capacità delle banche centrali di raggiungere gli obiettivi finali, plasmando le aspettative di coloro che fissano i prezzi e diminuendo i costi da sostenere, in termini di attività economica, per mantenere sotto controllo l’inflazione. Essa migliora anche l’efficacia della politica monetaria.
Nell’area dell’euro, la necessità di una chiara comunicazione è ancora maggiore per via dell’ambiente multilingue e multiculturale. Un’interpretazione coerente delle decisioni della bce da parte dei vari operatori nazionali richiede di stabilire dei termini di riferimento comuni, nonché il loro adattamento agli specifici contesti nazionali. Le banche centrali nazionali svolgono un ruolo chiave.
Tuttavia, non dobbiamo giungere alla conclusione che esista oggi un paradigma comune che copre ogni aspetto della comunicazione di una banca centrale.
I profondi cambiamenti che ho appena descritto e i loro perduranti effetti sulla dinamica dell’inflazione devono essere tenuti in considerazione nel valutare l’azione di politica monetaria nella presente congiuntura, nella quale l’inflazione dell’area dell’euro, trainata principalmente dai prezzi del petrolio e degli alimentari, ha raggiunto il quattro per cento, un livello mai registrato dai primi anni novanta.
Negli ultimi due decenni, le innovazioni nella formulazione della politica monetaria e nella sua comunicazione hanno contribuito a ridurre il livello e la volatilità dell’inflazione, mentre allo stesso tempo i bassi tassi di interesse reali hanno stimolato l’occupazione e la crescita. Le aspettative di inflazione sono meglio ancorate oggi che nei decenni trascorsi, come emerge sia dalle indagini campionarie sia dagli indicatori del mercato finanziario. Inoltre, le aspettative a lungo termine appaiono più saldamente ancorate nei Paesi in cui l’obiettivo di politica monetaria è definito con maggiore chiarezza. Ad esempio nell’area dell’euro – dove la stabilità dei prezzi è chiaramente e quantitativamente definita – vi è evidenza che le notizie macroeconomiche incidono sulle aspettative di inflazione a breve termine, mentre altrove esse incidono anche su quelle a lungo termine.
Restano aperte alcune questioni relative al legame esistente tra la politica monetaria, le aspettative di inflazione e l’inflazione effettiva. Sarebbe utile disporre di maggiori informazioni sulle modalità con cui le aspettative aggregate di inflazione incidono sulla formazione dei prezzi a livello microeconomico. Inoltre, mentre disponiamo di varie misure delle aspettative di inflazione delle famiglie, degli economisti e dei mercati finanziari, le informazioni sono ancora limitate proprio sulle aspettative di quei soggetti che fissano i prezzi (come le imprese).
In ogni caso, il trade-off a breve termine tra inflazione e stabilizzazione dell’attività economica sembra essere notevolmente migliorato. La comunicazione è stata certamente fondamentale. Tuttavia, una strategia di comunicazione efficace richiede che la banca centrale sia credibile, e ciò a sua volta significa che alle parole devono corrispondere i fatti.
Il nostro successo fino a oggi nel controllo delle aspettative di inflazione dipende in modo cruciale dalle lezioni che abbiamo appreso dagli shock al prezzo del petrolio degli anni settanta. Le banche centrali devono ora evitare gli errori che furono fatti allora da numerosi Paesi. In realtà, l’esperienza degli shock petroliferi degli anni recenti fornisce una palese dimostrazione dei benefici di una politica monetaria credibile, anche nella congiuntura attuale. Vi è ampia evidenza a livello internazionale che gli effetti negativi degli shock petroliferi sull’economia sono oggi molto meno severi che trent’anni fa.
Questo risultato riflette indubbiamente le modifiche strutturali dell’economia, quali la maggiore efficienza energetica della produzione e del consumo e mercati del lavoro più flessibili. L’evidenza empirica indica anche, tuttavia, che la maggiore credibilità e la migliorata trasparenza della politica monetaria sono state fondamentali nel ridurre l’impatto degli shock petroliferi sull’inflazione.
Risultati recenti, inoltre, confermano che il diminuito impatto degli shock del prezzo del petrolio sull’inflazione e sulla produzione è dovuto in parte all’accresciuta consapevolezza degli investitori circa l’orientamento anti-inflazionistico delle autorità monetarie o, in altri termini, alla credibilità delle banche centrali.
Secondo le nostre previsioni l’aumento dell’inflazione è temporaneo, ma esso appare oggi più persistente di quanto ci aspettavamo alcuni mesi fa. Mentre nei mesi scorsi gli spillover erano stati modesti e l’inflazione di fondo era rimasta contenuta, recentemente i rischi sono aumentati. Vi sono segni di accelerazione dei costi interni di produzione; anche le misure delle aspettative di inflazione a medio-lungo termine indicano la presenza di tensioni.
Le autorità monetarie in tutto il mondo devono tenere ben presenti queste lezioni del passato. Le politiche monetarie espansionistiche a livello mondiale possono aver accentuato le tensioni strutturali sul mercato del petrolio. Vari Paesi emergenti registrano attualmente un’inflazione rapida e crescente. In parte ciò riflette l’incidenza significativa degli alimentari nei rispettivi indici dei prezzi al consumo, ma in molti casi deriva anche dalle condizioni monetarie accomodanti dovute a fattori quali la rapida crescita degli aggregati monetari e creditizi e la scelta del regime di cambio. Tali andamenti stanno avendo un impatto sull’inflazione a livello globale e richiedono adeguate misure di policy. La credibilità della politica monetaria deve essere preservata nei Paesi avanzati e perseguita nei Paesi emergenti; deve aumentare la consapevolezza del rischio insito nell’aumento dell’inflazione.
Una prima lezione delle turbolenze sui mercati finanziari riguarda il ruolo delle autorità monetarie nel segnalare i rischi per la stabilità finanziaria. Le banche centrali indipendenti, con la loro solida reputazione, le loro elevate capacità tecniche, la loro prospettiva a medio-lungo termine sono nella posizione ideale per valutare i rischi sistemici che emergono dai mercati finanziari e comunicarli in modo credibile al pubblico. Tuttavia, sembra che i mercati non abbiano prestato sufficiente attenzione ai nostri avvertimenti, in questa crisi come negli episodi del passato.
La seconda lezione che abbiamo tratto dalla crisi è che, perché siano colti appieno tutti i benefici della trasparenza delle banche centrali, il settore finanziario nel suo complesso – istituzioni finanziarie, strumenti finanziari e comportamenti del mercato – deve essere anch’esso trasparente.
La terza lezione che abbiamo appreso dalle turbolenze finanziarie è che quando si generano tensioni e i mercati diventano illiquidi, le banche centrali devono spiegare come intendono agire per mantenere la stabilità dei prezzi preservando allo stesso momento condizioni ordinate nei mercati finanziari. Questo problema può sorgere in particolare nel mercato monetario, il cui funzionamento è fondamentale per la liquidità dei mercati finanziari in generale.
In tempi di grande incertezza, la politica monetaria deve esser percepita come una forza stabilizzatrice che fornisce un solido ancoraggio alle aspettative di inflazione.
(©L’Osservatore Romano – 20 luglio 2008)

Auspicato il sostegno delle Nazioni Unite

La Dichiarazione di Madrid rilancia il dialogo tra le religioni

di Marta Lago

Mantenere viva l’esperienza del congresso sul dialogo interreligioso:  è questo l’obiettivo che gli organizzatori di questo vertice interreligioso e interculturale, evidenziano nel documento finale, la Dichiarazione di Madrid, che mira a ricevere il sostegno dell’Assemblea Generale dell’Onu.
Più di duecento rappresentanti dell’ebraismo, del cristianesimo, dell’islam e di altre confessioni, politici ed esperti, si sono riuniti nella capitale spagnola dal 16 al 18 luglio, in un appuntamento innovativo rispetto ad altri del passato. Si è trattato di un’iniziativa diretta del re saudita Abdallah Bin Abdelaziz Al Saud il quale l’ha inaugurata personalmente, accanto al re di Spagna Juan Carlos I. Significativo è anche il fatto che sia stata organizzata dalla Lega del Mondo Islamico (www.themwl.org), organismo con sede a La Mecca, che rappresenta i popoli e le minoranze di questo credo in tutto il mondo.
Il segretario generale della Lega, Abdullah Bin Abdul Mohsin al Turki, si è fatto portavoce del desiderio di un “dialogo serio e sincero che rafforzi la sicurezza, la stabilità e la collaborazione fra tutte le nazioni e i popoli”.
A tal fine i partecipanti hanno articolato la Dichiarazione di Madrid, partendo dal valore condiviso che le diverse religioni e culture attribuiscono al dialogo come “il cammino migliore per l’intesa e la cooperazione reciproca nelle relazioni umane e nella convivenza pacifica fra le nazioni”.
Nel documento si affermano i seguenti principi:
“L’origine unica della razza umana e l’uguaglianza di tutti gli uomini, senza distinzione di colore, razza o cultura.
La natura umana è di amare il bene, odiare il male, ricercare la giustizia ed evitare l’ingiustizia. Inoltre, la natura umana conduce l’uomo alla misericordia, lo spinge alla ricerca della certezza e della fede.
La diversità culturale fra i popoli è un segno della divinità di Dio ed è alla base del progresso umano e della sua prosperità.
I messaggi divini hanno come obiettivo quello di mettere in pratica l’obbedienza degli uomini al Creatore, e di ottenere la felicità, la giustizia, la sicurezza e la pace per tutte le persone; cercano di rafforzare l’intesa reciproca e la convivenza fra i popoli, indipendentemente dalla loro origine, razza o lingua, invitano a diffondere la virtù seguendo le maniere migliori, rifiutano l’estremismo, il fanatismo e il terrorismo.
I messaggi divini vanno rispettati e l’uso della religione per incitare la discriminazione razziale va condannato.
La pace, il rispetto degli impegni, delle specificità dei popoli e del loro diritto alla sicurezza, alla libertà e all’autodeterminazione sono alla base delle relazioni fra le persone. Il loro conseguimento è uno dei grandi obiettivi delle religioni e di qualsiasi cultura umana.
Altri principi sono l’importanza della religione e dei valori più nobili, il ritorno degli uomini al loro Creatore per la lotta contro la delinquenza, la corruzione, le droghe e il terrorismo, per il consolidamento della famiglia e la protezione delle società dalle deviazioni.
La famiglia è il fondamento della società e la sua pietra d’angolo. La sua tutela è il fondamento di qualsiasi società sicura e stabile.
Il dialogo è una necessità della vita, è lo strumento più importante per la conoscenza reciproca, la cooperazione, lo scambio di interessi e il conseguimento della verità che contribuisce alla felicità umana.
Salvaguardare l’ambiente e la natura e proteggerli dalla contaminazione e dai pericoli ambientali che li minacciano è l’obiettivo fondamentale condiviso da tutte le religioni e le culture”.
La Dichiarazione di Madrid individua nel terrorismo “uno degli ostacoli più grandi allo sviluppo del dialogo e della convivenza” e “un fenomeno globale che esige sforzi internazionali per contrastarlo”. In questa linea si raccomanda di:
“Lottare contro le teorie che favoriscono lo scontro fra le civiltà e le culture e avvertire del pericolo delle campagne che cercano di acuire la discordia e minare la pace e la convivenza.
Rafforzare i valori umani comuni, contribuire alla loro diffusione nelle società e affrontare i problemi che impediscono tutto ciò.
Promuovere il dialogo e una cultura di tolleranza e comprensione, che fungano da cornice per le relazioni internazionali, mediante le conferenze e i simposi, e anche per migliorare i programmi culturali, educativi e informativi che conducono a ciò.
Sottoscrivere un patto mondiale per il dialogo fra religioni e culture, che consacri i valori più alti e i principi etici, che rappresentano il denominatore comune fra i seguaci delle religioni e le culture umane, per promuovere la stabilità e la prosperità degli esseri umani.
Adoperarsi per la redazione di un documento da parte delle organizzazioni internazionali, sia ufficiali sia civili, che promuova il rispetto delle religioni e dei loro simboli e criminalizzi quanti attentano contro di esse”.
Il documento conclusivo propone infine i seguenti strumenti per il conseguimento degli obiettivi della conferenza:
“La formazione di un gruppo di lavoro per esaminare i problemi che ostacolano il dialogo e non consentono di ottenere i risultati desiderati, per preparare studi che contengano le prospettive per risolvere queste problematiche e per coordinare le istituzioni mondiali per il dialogo.
La cooperazione fra le istituzioni religiose, culturali, educative e informative per consacrare i nobili valori morali e promuovere le pratiche sociali buone, per far fronte al libertinaggio, alla decadenza, alla disgregazione della famiglia e ai diversi vizi.
L’organizzazione congiunta di incontri e congressi, le ricerche, la preparazione di programmi d’informazione, l’uso di internet e dei diversi mezzi di comunicazione sociale per promuovere una cultura di dialogo, d’intesa e di convivenza pacifica.
L’introduzione dei temi del dialogo fra i seguaci delle religioni e nei forum giovanili, culturali, educativi e informativi.
L’invito all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a sostenere le conclusioni di questa conferenza e a utilizzarle per dare impulso al dialogo fra i seguici di tutte le religioni, civiltà e culture, organizzando una sessione speciale per il dialogo”.
Il testo confida nel fatto che il re saudita si adoperi per sollecitare questa sessione il più presto possibile. Contiene anche il desiderio di partecipare ad essa con una delegazione eletta dalla Lega del Mondo Islamico:  “Mantenere il dialogo aperto in forma periodica” è l’esigenza finale sottolineata dalla Dichiarazione di Madrid.
(©L’Osservatore Romano – 20 luglio 2008)

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