22 luglio 2008, martedì -PARTE1- 4 Agosto, 2008
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22 luglio 2008, martedì
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6. ‘Domani ‘ [agende...] 7. L’Osservatore Romano del giorno seguente
In particolare:
Del Bollettino della Sala Stampa Vaticana si offre sempre tutto il materiale pubblicato su web.
Dal Radio-Giornale di RadioVaticana, dal quotidiano cattolico Avvenire, dalle Agenzie SIR, MISNA, ASAI NEWS, e dall’ Osservatore Romano del giorno seguente si selezionano notizie ritenute utili al mondo cappuccino e francescano [rapportabili alla mentalità ed esperiena fraterna-ecclesiale; alle presenze pastorali, sociali, culturali e missionarie* (si riceve la Rassegna in Brasile, Etiopia, Costa d'Avorio, Cameroun, Ciad, Thailandia, Israele); al dialogo ecumenico, dialogo interreligioso, dialogo con i non credenti]; e, in generale, notizie ritenute stimolanti anche per altri Istituti di Vita consacrata e per il mondo dei Laici, risultando collegati a presenze missionarie o di aiuto alla Chiesa locale e alla Società civile, locale e internazionale.
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1.
SANTA SEDE
©Libreria Editrice Vaticana.
Santa Sede, Sala Stampa Vaticana, Bollettino, martedì 22 luglio 2008
RINUNCE E NOMINE
RINUNCIA DI AUSILIARE DI MÉXICO (MÉXICO)
Il Santo Padre ha accettato la rinuncia all’ufficio di Ausiliare di México (México), presentata da S.E. Mons. Abelardo Alvarado Alcántara, in conformità ai canoni 411 e 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico. [01167-01.01]
RadioVaticana, RadioGiornale ore 14:00, martedì 22 luglio 2008
I giovani della GMG chiamati a costruire la civiltà dell’amore con la forza dello Spirito Santo. Così il Papa al rientro da Sydney a conclusione della Giornata mondiale della gioventù
◊ “Ho avuto la gioia di incontrare giovani provenienti da tutto il mondo pronti a lasciarsi guidare dalla forza dello Spirito Santo per contribuire generosamente alla costruzione della civiltà dell’amore”: è quanto ha affermato Benedetto XVI in un telegramma indirizzato al presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano al suo rientro dalla Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney. L’aereo papale è atterrato ieri sera a Ciampino verso le 23.00. Il Pontefice si è poi trasferito nella residenza di Castel Gandolfo, dove resterà fino al 28 luglio, giorno in cui partirà per Bressanone, in Trentino-Alto Adige, per un periodo di riposo fino all’11 agosto. Domani, lo ricordiamo, non si terrà la consueta udienza generale del mercoledì. Ma ora che si sono spenti i riflettori sulla Giornata Mondiale della Gioventù di Sydney, cosa resta di questo grande evento ecclesiale? La parola al nostro inviato Roberto Piermarini:
Resta lo stupore di Sydney, una città moderna, secolarizzata, alla vigilia fredda e distaccata, che confina la religione nel privato, ma che è stata “contagiata” dalla figura di Benedetto XVI, che non è venuto solo come maestro ma come Vicario di Cristo per annunciare – davanti a tanto relativismo – la verità del Vangelo.
Resta la parola del Papa. Una parola chiara che ha riaffermato quanto la Chiesa ami la vita, dal concepimento fino alla morte naturale e ami la natura creata da Dio; che l’uomo – a immagine di Dio – è stato creato per amore e quindi è felice solo quando ama, quando si dona, come ha insegnato la beata australiana Mary McKillop; che gli idoli del mondo come la ricchezza, l’amore possessivo ed il potere, ingannano l’uomo che invece di trovare la vita sperimenta la morte.
Resta il profondo dolore di Benedetto XVI che non ha nascosto lo scandalo per gli abusi sessuali sui minori commessi da alcuni esponenti del clero; li ha definiti “misfatti” che danneggiano la testimonianza della Chiesa cattolica e che vanno portati davanti alla giustizia. L’incontro che ha avuto con alcune di queste vittime, resterà come un segno di profonda sollecitudine pastorale del Papa.
Resta la sorpresa della grande stampa australiana affascinata dalla freschezza e dalla gioia di vivere di tanti ragazzi. “Sono amichevoli, entusiasti e totalmente distanti da quel cinismo che spesso trascina in basso la nostra società” ha scritto un giornale locale. Resta la testimonianza di migliaia di giovani di ogni parte del mondo che hanno sfidato le distanze, i costi altissimi del viaggio, i disagi della permanenza. Ma hanno dimostrato con la loro testimonianza che la Chiesa è giovane ed è amica dei giovani e li vuole cercare, ascoltare, accompagnare e ammaestrare.
Resta il silenzio degli oltre 230 mila giovani in adorazione davanti al Santissimo Sacramento durante la veglia a Randwick che ha reso evidente la presenza di Cristo in mezzo a loro. Resta la commozione di tanti giovani ed abitanti di Sydney, città sempre più agnostica, al passaggio della Via Crucis che ha attraversato le vie della città. La crocifissione e la deposizione sono stati momenti di forte intensità emotiva.
Resta l’immagine degli aborigeni e dei nativi di questa terra, che cercano un ruolo in questa società multietnica. Li abbiamo visti solo nel loro aspetto folcloristico, ora il Paese deve continuare i suoi sforzi per integrarli a livello educativo e sociale. Resta la consapevolezza che la GMG non è più solo un’intuizione di un Papa ma ormai – come ha detto il cardinale di Sydney Pell – fa parte della vita della Chiesa.
Resta la grazia dello Spirito Santo, presente in questi giorni a Sydney che grazie ai giovani di ogni latitudine e ogni cultura, ha trasformato questa grande metropoli, in una nuova Pentecoste.
Infine resta l’“Alleluja”, la colonna sonora che ha accompagnato tutti i momenti più forti di questa GMG, in cui si è reso grazie a Dio per questo evento e per tutti i frutti di santità che porterà nei giovani.
A Sydney, pellegrinaggio dei giovani italiani della GMG per ringraziare la Madonna di Loreto
◊ Pur se conclusa ufficialmente domenica, con la Messa del Papa, la GMG ha vissuto oggi un nuovo avvenimento: il pellegrinaggio di ringraziamento alla Madonna di Loreto dei giovani italiani. Il pellegrinaggio, a cui hanno preso migliaia di ragazzi, si è concluso alla Cattedrale di St. Mary di Sydney dove c’era per noi, Francesca Baldini:
La comunità italiana ringrazia Sydney e la Chiesa australiana con un pellegrinaggio nella cattedrale di St. Mary a cui hanno partecipato migliaia di fedeli. La celebrazione di oggi ha segnato l’atto conclusivo di questa Giornata mondiale della gioventù per gli oltre 10 mila giovani giunti dall’Italia. Durante la Messa, presieduta dal cardinale George Pell, sono stati donati alla diocesi di Sydney – in segno di ringraziamento per il calore e l’accoglienza dimostrata in questi giorni – una riproduzione della Madonna di Loreto e la croce di San Damiano alla conferenza episcopale australiana. Ad aprire la celebrazione le parole di mons. Giuseppe Betori, segretario generale della CEI, che ha sottolineato come “questi siano un segno per portare a lungo la memoria di questi giorni e dei giovani italiani che tanto hanno ricevuto in questa settimana”. Inoltre, mons. Betori ha voluto ringraziare il cardinale Stanislao Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, e mons. Josef Clemens, segretario dello stesso dicastero, e la delegazione della regione Marche. Parole colme di gratitudine anche da parte del cardinale Pell, che ha dichiarato: “La vostra fede, la vostra gioia e la vostra allegria sono state un bellissimo esempio per Sydney. Vi ringrazio per questi doni, segno del contributo degli italiani a questa GMG”. La celebrazione è stata molto partecipata, grazie anche ai numerosi fedeli della comunità italo-australiana, felici di aver vissuto insieme ai giovani questo evento, aprendo le porte delle loro case. Numerosi gli applausi nel corso della Messa, tra quelli più sentiti l’ultimo, quando don Nicolò Anselmi, responsabile nazionale della Pastorale giovanile della CEI, ha regalato al cardinale Pell, la caratteristica felpa blu con la scritta Italia, indossata dalle migliaia di pellegrini italiani nel corso della GMG.
Sulla GMG di Sydney, le riflessioni di mons. Bruno Forte e Salvatore Martinez
◊ Al di là delle emozioni, la GMG di Sydney è stata per i giovani di tutto il mondo soprattutto una grande occasione per approfondire la propria fede. Un aiuto fondamentale, in tale direzione, è venuto dai discorsi del Papa. Interventi di grande densità che sicuramente andranno ripresi e approfonditi dai ragazzi con i loro pastori. Alessandro Gisotti ha raccolto la riflessione dell’arcivescovo Bruno Forte di ritorno da Sydney:
R. – Nel discorso della Veglia, che è stata una grande catechesi di spessore teologico profondo, Papa Benedetto si è messo in gioco in prima persona, perché ha messo al centro della sua riflessione la meditazione di Agostino. Ha detto chiaramente come nella sua vita sia stato importante incontrarsi con dei grandi maestri spirituali che lo portassero a vivere l’esperienza dello Spirito. Ora, questo messaggio che coinvolgeva in prima persona il testimone, certamente non era un messaggio facile. Tutto questo doveva passare, attraverso una catechesi, a centinaia di migliaia di giovani che venivano da tutto il mondo. Alcuni mi dicevano che era un discorso che si doveva seguire con grande concentrazione. E questo non è sempre facile nella grande massa delle persone. Al di là di questa difficoltà obiettiva che nasceva dalla difficoltà della cosa, i ragazzi coglievano però il fatto che quest’uomo si mettesse in gioco. Io ho notato questo soprattutto in giovani di cultura anglosassone, che hanno sentito molto fortemente la vicinanza di questo grande vecchio che parlava dalla sapienza del cuore. I ragazzi lo amano!
D. – I giovani amano Benedetto XVI forse anche perché li prende sul serio, non li sottovaluta…
R. – Sì. Faccio l’esempio di un giovane inglese che ho incontrato in aeroporto, il quale mi diceva che certamente seguire il discorso è stato impegnativo. Tuttavia, mi diceva, questo discorso è importante per la sua vita, perché è il discorso di un Papa “che non fa sconti sulla verità”. Mi confidava: “Noi giovani abbiamo bisogno di qualcuno che ci dia dei riferimenti forti, una luce che illumini il nostro cammino e che sia una luce affidabile”. Da questo punto di vista, certamente c’è nei giovani della nostra epoca un bisogno di riferimenti forti, che diano sapore, senso alla vita e motivino anche la passione di vivere.
D. – La GMG è un grande avvenimento, ma ovviamente non è la tappa finale di un percorso, semmai la tappa intermedia. Come i pastori possono dunque aiutare i giovani ad approfondire i temi sviluppati a Sydney e, in particolare, quello fondamentale della Persona dello Spirito Santo?
R. – La GMG è sempre più diventata un cammino che ha qualcosa di importante che lo precede e qualcosa di importante che lo segue. Ciò che precede è il lavoro che si è fatto nelle diocesi. Quelli che erano lì a Sydney erano motivati. Dalla Giornata parte, però, un cammino successivo, che è quello che poi va fatto nelle diocesi. Io ho dato il mandato ai miei giovani, chiedendo loro proprio di meditare su cosa lo Spirito ha detto ai loro cuori e di prendere questo dono dello Spirito come una sorta di impegno e di sfida da vivere poi nella vita diocesana, cammino che ci porti a vivere la vita dello Spirito di cui in maniera molto bella il Papa ha parlato nell’omelia della Messa. C’è, dunque, un cammino che ci aspetta, ma i giovani di Sydney, che hanno dimostrato di arrivare motivati a questo incontro, credo siano affidabili e perciò possiamo pensare ad un cammino che continuerà nelle chiese locali, preparandoci anche così alla grande e successiva tappa internazionale, la Giornata mondiale dei giovani a Madrid nel 2011.
Per una settimana, Sydney ha vissuto l’esperienza di una nuova Pentecoste. La GMG, incentrata sul tema “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” darà un rinnovato vigore ai giovani tornati a casa dopo questa straordinaria esperienza. Ne è convinto Salvatore Martinez, presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo, intervistato da Fabio Colagrande:
R. – Intanto vorrei dire che mai era capitato che in così breve tempo la persona dello Spirito Santo venisse così fortemente ricordata, evocata, invocata e sperimentata. Il Papa non si è smentito, perché nel messaggio che aveva inviato un anno fa ai giovani aveva detto che bisognava prendere lucida coscienza della presenza e dell’azione dello Spirito Santo. Il messaggio di Benedetto XVI nella veglia di sabato è di grandissima attualità e di grandissima profondità. Ha ricordato il bisogno di armonia, di ordine, di non rompere l’equilibrio sociale, l’integrità della persona umana, di non ridurre gli orizzonti della verità, e lo ha fatto proprio indicando nella persona dello Spirito Santo Colui che è capace di creare questa riconciliazione tra l’uomo e Dio. Ce è bisogno – e i giovani di questo sono stati fortemente portatori a Sydney – c’è bisogno di una generazione che non soltanto riscopra il valore della fede, ma che sia capace di donarla, attraverso la creatività che proprio viene dallo Spirito.
D. – Lo stesso Papa ha ricordato come i diversi modi attraverso i quali le Scritture descrivono lo Spirito – il vento, il fuoco, il soffio – mostrano questa difficoltà a comprenderlo in maniera profonda, a rappresentarlo. Perché, secondo lei, c’è questa difficoltà?
R. – Intanto, il Santo Padre ci ha invitato a riconoscere la vera identità dello Spirito Santo, ripartendo dalla Parola di Dio e provando a cogliere la sua presenza, non soltanto nella storia della Salvezza, come appunto la Bibbia è capace di testimoniarci, ma poi nella vita di ogni giorno. Lo Spirito Santo è l’implicito del divino, che poi si esplicita nell’azione, nella vita di ogni uomo. Quando vediamo vincere la paura, quando vediamo che la debolezza si fa forza, quando vediamo che dinanzi alle sfide del nostro tempo ritroviamo forza, non c’è dubbio che alleato dell’uomo, benefico amico dell’uomo, forza interiore che lo spinge, è proprio lo Spirito Santo. L’amore si rende possibile anche nelle situazioni più impensabili. La comunione si rende praticabile allorquando lo Spirito di divisione, lo spirito di morte vorrebbe esaurirla e, dinanzi ai grandi miracoli che ancora accadono, come il grande miracolo della gioia che ha invaso Sydney, chiedersi che cosa significa tutto questo. All’origine della presenza e dell’azione dello Spirito e della Pentecoste c’è sempre questa domanda. Quando l’ordine naturale è sconvolto, quando qualcosa di sorprendente accade, bisogna chiedersi che cosa sta succedendo. Certamente, in quel momento, è all’opera, è all’azione, lo Spirito Santo.
D. – Lei in questo momento ci sta parlando da Sydney, qual è il suo bilancio della GMG?
R. – Questo continente giovane ha riscoperto il vero elisir di giovinezza della storia, che è la fede. Da 2000 anni l’umanità si dibatte nel tentativo di cancellare la presenza di Cristo e Cristo risorge vivo nel volto di questi giovani, che hanno segnato questo continente. Benedetto XVI mostra che la Chiesa è giovane, perché sa ripartire dai giovani, perché sa indicare ragioni di vita e di speranza ai giovani. Ritorna ristorato, rinfrancato dall’affetto che i giovani gli hanno mostrato e lascia un segno indelebile.
Oggi su “L’Osservatore Romano”
◊ “Quel soffio di Dio che abita l’essere umano”: in prima pagina un commento del priore di Taizé fratel Alois di ritorno da Sydney
Intervista di Mario Ponzi a Gianluigi Marrone, giudice unico del Tribunale Vaticano e direttore del nuovo Servizio per la sicurezza e la salute dei lavoratori
Nell’informazione internazionale, in primo piano l’arresto a Belgrado di Radovan Karadzic, accusato di essere il pianificatore del genocidio dei musulmani bosniaci a Srebrenica. In rilievo anche la situazione in Zimbabwe: storico accordo tra Governo e opposizione
In cultura, stralci del saggio di Alessia Amenta contenuto nel catalogo della mostra “La lupa e la sfinge. Roma e l’Egitto dalla storia al mito”, allestita presso il museo nazionale di Castel Sant’Angelo
Maurizio Fontana intervista il neurologo Gian Luigi Gigli sul problema dell’assistenza ai malati in stato vegetativo
Il 25 luglio compie trent’anni Louise Brown, la prima bimba nata in provetta. Sul tema interviene Giulia Galeotti con un articolo dal titolo “I figli disadattati dell’onnipotenza scientifica”
Intervista di Marta Lago al cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, dopo la conclusione della conferenza di Madrid.
La cattura di Karadzic, accusato di genocidio nei Balcani
◊ L’ex presidente della Repubblica serba di Bosnia Radovan Karadzic arrestato ieri sera a Belgrado dopo 13 anni di latitanza, si è avvalso della facoltà di non rispondere alla lettura delle accuse a suo carico da parte del giudice istruttore Milan Dilparic: questi, alla fine dell’interrogatorio, ha firmato l’ordinanza per la consegna di Karadzic al Tribunale penale internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia. L’ex leader dei serbo-bosniaci, accusato dal Tribunale di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, era al primo posto nella lista dei ricercati dell’Alta corte competente per la ex Jugoslavia. Tuttora in fuga invece l’altro grande accusato, il generale Ratko Mladić. Ma cosa ha portato a questa cattura? Sentiamo Antonio Cassese, già presidente del Tribunale per la ex Yugoslavia, intervistato da Fabio Colagrande:
R. – Il cambiamento di governo in Serbia e il desiderio acuto di diventare parte dell’Unione Europea, quindi per ragioni puramente politiche. E’ triste pensare che quest’obbligo internazionale esisteva dal 1995 per tutti gli Stati della regione, e nessuno ha ottemperato a quest’obbligo. E’ stato necessario, appunto, che subentrasse una motivazione politico economica, per far fronte a quest’obbligo di arrestare Karadzic e consegnarlo al Tribunale dell’Aja.
D. – Come commentare quanto detto dal presidente della Commissione europea Barroso, cioè che si tratta di un fatto che può portare ad uno sviluppo positivo e contribuire a riportare la giustizia nei Balcani. Si può dire questo, professor Cassese?
R. – Sì, penso di sì, perché in realtà Barroso vede – dal punto di vista dell’ingresso graduale della Serbia nell’Unione Europea – che è un fatto positivo, perché significa che l’Unione Europea condizionerà il processo democratico della Serbia e cercherà di espungere sempre di più il nazionalismo serbo. Anche perché, oltretutto, a Belgrado, già da qualche anno, la giustizia sta marciando molto meglio nel senso che, finalmente, si possono consegnare alcuni degli arrestati che sono nel carcere dell’Aja, alle autorità di Belgrado perché è fondato sperare che i processi a cui saranno sottoposti, saranno equi e giusti.
Numerosi i commenti internazionali all’arresto di Karadzic. Soddisfazione è stata espressa dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, così come da Serge Brammertz, procuratore capo del Tribunale per i crimini di guerra delle Nazioni Unite, istituito per giudicare i responsabili delle atrocità commesse durante i conflitti nei Balcani degli anni ’90. Brammertz ha dichiarato, in un comunicato, che l’arresto di Karadzic “rappresenta una pietra miliare nella cooperazione” con il Tribunale e si è congratulato con le autorità serbe, mentre la presidenza francese dell’Unione Europea ha definito la cattura “un passo importante della Serbia” nel processo di avvicinamento all’Unione a 27. Unica voce fuori dal coro è quella della Russia che ha chiesto la chiusura del Tribunale penale internazionale per il timore che sia parziale nel giudizio. Ma questo arresto può cambiare il corso delle cose nei Balcani e quindi anche in Kosovo e in Bosnia Erzegovina? Luca Collodi lo ha chiesto a don Lush Gjergji, parroco di Bince, in Kosovo, apprezzato intellettuale cattolico dei Balcani:
R. – Secondo noi sì, perché penso che il presidente Tadic abbia rafforzato ormai il suo potere. Lui è un uomo costruttivo e positivo. Quindi, si aspettava un momento giusto e credo che questo sia il momento giusto per lavorare con la comunità internazionale, per dare questi segnali positivi e non solo dichiarazioni filo-europee e quindi cercare una giustizia vera per cancellare così una colpa che pesava moltissimo sul popolo serbo e anche sul governo serbo.
D. – Don Gjergji, il dialogo religioso in Kosovo, anch’esso sta proseguendo?
R. – Molto bene. Stiamo proseguendo con la comunità islamica, abbiamo ottimi rapporti, anche regolari. Abbiamo reagito insieme, sia per scritto che verbalmente, per la costituzione del Kosovo, riguardo alla difesa incondizionata della vita, riguardo al matrimonio, condannando i matrimoni omosessuali, e riguardo al diritto alla libertà religiosa delle singole comunità. Abbiamo ancora la difficoltà di comunicare con la Chiesa sorella, la Chiesa ortodossa serba, ma io sono profondamente convinto che con l’aiuto di Dio e con la nostra apertura sia verso la comunità islamica, sia verso i fratelli cristiani, che sono ortodossi, serbi e montenegrini, che la nostra Chiesa con molto coraggio porterà avanti sia il dialogo interreligioso e interetnico, sia il dialogo ecumenico.
Radovan Karadzic è considerato la mente del massacro di Srebrenica, le cui vittime, nell’estate 1995, furono ufficialmente 7.800, sebbene alcune associazioni per gli scomparsi e le famiglie delle vittime affermino che furono oltre 10.000. La strage è stata considerata un genocidio dalla Corte internazionale di giustizia e una delle peggiori atrocità dopo quelle della Seconda guerra mondiale. Salvatore Sabatino ha chiesto un commento sull’arresto di Karadzic a Mubina Calik, una sopravvissuta di Srebrenica. Ascoltiamo:
R. – Sono felice del fatto che ci sia finalmente giustizia per persone come lui. Aspettavamo questo momento da tanto tempo: sono passati 13 anni dal massacro di Srebrenica, nel quale ho perso mio padre e tutti i miei familiari, diventando un’orfana rifugiata per sempre.
D. – Lei che ha vissuto quella tragedia, cosa ricorda di quei giorni?
R. – Nel ’92, quando è iniziata la guerra in Bosnia, ero una bambina di 10 anni. In quei tre anni di guerra ricordo la gente uccisa, ferita. Mi sembra come di aver vissuto in un film, che è iniziato la mattina e finito la sera. Mi sembrava di vivere una giornata molto lunga, troppo lunga; mi sembrava strano che in una sola giornata potessero succedere tutte quelle cose. Ricordo che i serbi sono entrati a Srebrenica ed hanno fatto un massacro: ho visto Mladic uccidere, ho visto altre persone uccidere, ho visto i colleghi serbi di mio padre, che erano i suoi migliori amici, uccidere; ho visto portare via ragazzi, ho visto portar via bambini. Credo di non tornare mai più in Bosnia, anche se la nostalgia è grande.
D. – Quanto è importante, a distanza di tanti anni, ricordare quella tragedia per non ripetere lo stesso errore?
R – E’ importante, almeno per noi che siamo sopravvissuti, ricordare le persone care che sono state uccise. L’11 luglio scorso sono stati sepolti i miei due cugini ed io sono qui, da sola e non posso fare niente, non posso fare niente per le persone che arrivano da quella zona. Io non ho l’aiuto di nessuno, ma per me ricordare è molto importante. Io porto dentro di me tutto questo: ci sono troppi diari, troppi quaderni che ho scritto con parole e disegni per ricordare tutto questo.
Memoria di Santa Maria Maddalena. Il Papa: la prima testimone della Risurrezione di Cristo ci ricorda che l’amore di Dio è più forte del peccato e della morte
◊ La liturgia del 22 luglio porta all’attenzione dei cristiani di tutto il mondo una delle figure femminili più straordinarie del Vangelo e, insieme, delle più enigmatiche: quella di Maria Maddalena. Quasi nessun altro tra i personaggi del Nuovo Testamento ha suscitato e suscita ancora oggi dibattiti, ipotesi, produzioni letterarie più o meno attendibili. Ma anche il più recente Magistero della Chiesa ha contribuito a fare chiarezza sulla Maddalena, come ci ricorda in questo servizio Alessandro De Carolis:
La sorella di Lazzaro? La peccatrice pentita? L’adultera salvata e perdonata da Gesù? Per lungo tempo gli esegeti hanno scandagliato le Scritture alla ricerca di analogie e occorrenze per stabilire se l’una fosse anche tutte le altre: se nella vita di Maria di Màgdala vivessero anche le altre Marie e alcune delle altre figure femminili che da duemila anni si stagliano con più forza sullo sfondo dei tanti personaggi del Vangelo. E l’incertezza di una identificazione precisa, priva di ombre, ne ha aumentato il fascino: un appeal al quale non si sono sottratti scrittori di libri e registi di film e sedicenti studiosi, che hanno per lei ricreato scenari rigorosi e verosimili, o fantasiosi e inverosimili, alcuni sconfinanti all’eccesso in ambientazioni romanzesche basate su apocrifi dove le seduzioni della leggenda hanno più diritti della correttezza filologica. In sostanza, due millenni di parole e congetture che in fondo si riducono a una domanda: chi era la Maddalena?
La Chiesa, che l’ha proclamata Santa, risponde rinviando a quella scena dove tutto c’è di palpitante – ansia, ricerca, paura, incontro, commozione, gioia – tranne che il dubbio. L’uomo che si rivolge a quella donna in lacrime davanti a una tomba che non doveva essere vuota lo fa pronunciando chiaramente un nome: “Maria!”. Non c’è esitazione in Gesù, quando rivede colei che aveva avuto il coraggio di assisterlo fino all’ultimo istante, di dimostrare in pubblico di essere amica di quel condannato a morte e di sua madre. Gesù la conosce bene, conosce soprattutto il miracolo avvenuto nel cuore della donna di Màgdala. Lo ricorda Benedetto XVI il 23 luglio di due anni fa, all’Angelus dalla Valle d’Aosta:
“Santa Maria Maddalena, discepola del Signore, che nei Vangeli occupa un posto di primo piano. San Luca la annovera tra le donne che avevano seguito Gesù dopo essere state ‘guarite da spiriti cattivi e da infermità’, precisando che da lei ‘erano usciti sette demoni’”.
Sette demoni. Presenze che lasciano vuoto il sepolcro di un’anima persa prima dell’incontro con Cristo e la rendono per questo luogo ideale per accogliere la notizia inconcepibile della Risurrezione. Inconcepibile per chiunque ma non per lei, che aveva avuto il cuore popolato di ombre e l’aveva avuto guarito da Colui che aveva detto: “Io sono la Luce”. Dunque, spiega ancora Benedetto XVI:
“La storia di Maria di Màgdala richiama a tutti una verità fondamentale: discepolo di Cristo è chi, nell’esperienza dell’umana debolezza, ha avuto l’umiltà di chiedergli aiuto, è stato da Lui guarito e si è messo a seguirLo da vicino, diventando testimone della potenza del suo amore misericordioso, più forte del peccato e della morte”.
Davanti al sepolcro vuoto e al Maestro vivo che le chiede di essere riconosciuto come lui l’ha riconosciuta, Maria Maddalena diventa la prima annunciatrice dell’essenza del cristianesimo, la Risurrezione. Lo diventa prima degli Apostoli: anzi è lei l’“apostola degli apostoli”, dirà secoli dopo San Tommaso d’Aquino. Che aggiungerà, citato dal Papa all’udienza generale del 14 febbraio 2007, questo commento:
“Come una donna aveva annunciato al primo uomo parole di morte, così una donna per prima annunziò agli apostoli parole di vita”.
Questa allora, e non altre, è Maria di Màgdala.
Appello di un vescovo in Orissa per fermare le violenze contro i cristiani: “Chiediamo giustizia”
◊ L’arcivescovo di Cuttack-Bhubabeswar, mons. Raphael Cheenath, ha lanciato un appello alle autorità locali dell’Orissa, Stato dell’India orientale, affinché fermino le violenze contro i cristiani che si stanno moltiplicando nella zona: “Chiediamo giustizia – ha detto rivolgendosi congiuntamente alla Commissione d’inchiesta che ha appena concluso la prima fase dell’attività con udienze e testimoni, al governatore locale e ad autorità politiche, civili e religiose – giustizia per tutte le vittime degli incidenti, senza distinzione per la loro religione”. In Orissa, come riferito dall’agenzia Fides, nel dicembre 2007 ebbero luogo parecchi episodi di violenza ai danni di cristiani ad opera di estremisti indù esortati dal leader radicale Shri Nischalananda Sararswati. Mons. Cheenath, inoltre, era tornato a segnalare analoga situazione di pericolo il 9 luglio scorso, denunciando l’incendio doloso di 13 chiese, la distruzione di case parrocchiali e la vandalizzazione di un orfanotrofio cristiano. Dopo gli ultimi eventi, tutti gli osservatori internazionali si sono trovati d’accordo per un rafforzamento delle forze di polizia nell’area. (R.B.)
Grave siccità nella regione argentina del Chaco: migliaia le persone rimaste senza acqua potabile
◊ La regione nord-orientale del Chaco, in Argentina, sta registrando un periodo prolungato di grave siccità, con gravi ripercussioni per la popolazione, come riferisce l’agenzia MISNA. “La situazione è ogni giorno più critica perché le riserve si sono prosciugate e negli ultimi quattro mesi non è caduta una sola goccia d’acqua” ha dichiarato Pedro Favarón, presidente dell’Amministrazione provinciale dell’acqua del Chaco. “Dall’inizio dell’anno – ha spiegato – le piogge non sono arrivate neanche a 60 millimetri, un livello molto inferiore al minimo necessario”. Cresce dunque la preoccupazione, considerato che le previsioni meteorologiche indicano assenza di pioggia per almeno altri 40/50 giorni. Il Governo provinciale per fronteggiare l’emergenza ha previsto la distribuzione settimanale di 700 litri di acqua potabile a 300 mila persone. “Ma il principale ostacolo per fare fronte alla crisi – ha aggiunto Pedro Favarón – resta la mancanza di infrastrutture. Solo ora, ad esempio, è stata autorizzata la costruzione dell’acquedotto di Sáenz Peña ma non sarà operativo prima della prossima stagione”. Proprio dal Chaco la settimana scorsa la presidente Cristina Fernández aveva criticato i settori peronisti e dell’opposizione che hanno fermato al Senato il progetto legislativo sulle imposte flessibili alle esportazioni di cereali. Uno stop che secondo il governatore del Chaco, Jorge Capitanich, colpirà di fatto i piccoli produttori della sua regione, una delle più povere del Paese latinoamericano, che dovranno tornare a pagare tasse fisse del 35 per cento. (R.G.)
Rapporto annuale 2007 dell’ong “Medici con l’Africa Cuamm”
◊ L’ong padovana “Medici con l’Africa Cuamm”, diretta da don Dante Carraro, ha presentato i dati del rapporto annuale 2007 sulle proprie attività nel continente. Oltre 450 mila visite ambulatoriali, quasi 94 mila ricoveri, più di 21 mila parti e 210 mila vaccinazioni sono parte del lavoro svolto dall’associazione umanitaria nei 16 ospedali dell’Africa sub-sahariana in cui è presente, in aree in cui una donna su 100 muore di parto e anche una persona su 5 è malata di AIDS. Come riportato dall’agenzia Fides e in linea con gli obiettivi sanitari del Millennio, l’ong ha mandato sul campo ben 92 operatori e si è impegnata in 56 progetti investendo oltre 10 milioni di euro per rendere gli ospedali più accessibili ed equi per la popolazione. “Medici con l’Africa Cuamm è attiva sul territorio da oltre 50 anni, – ha detto don Carraro – la situazione non è sempre facile, come in sud Sudan, ma i risultati si toccano con mano. Sono appena tornato da Yirol, dove abbiamo riaperto un ospedale e nell’arco di un mese sono state effettuate 1500 visite d’ambulatorio, 280 ricoveri, 50 parti di cui 3 cesarei, 88 interventi chirurgici, ma naturalmente, per mantenere le attività, abbiamo bisogno dell’aiuto e del sostegno di tutti”. (R.B.)
Paura a Gerusalemme. Ucciso un palestinese a bordo di un bulldozer che ha provocato il caos in città
◊ Torna la paura in Medio Oriente. A Gerusalemme, l’autista di un bulldozer, un palestinese, è stato ucciso dopo essersi scontrato con un autobus e con due auto. Incerto il bilancio: secondo alcune fonti, ci sarebbero tra i 5 e gli 11 feriti tutti non gravi. Solo venti giorni fa, un attentato simile con un uomo a bordo di un cingolato provocò quattro vittime. Un clima di violenza che contrasta con la storica visita, sempre a Gerusalemme, da parte del presidente palestinese, Abu Mazen, al suo omologo israeliano Shimon Peres. Sul tavolo di discussione, la situazione geopolitica nella regione e lo sviluppo di un progetto economico congiunto. Intanto a Nablus, in Cisgiordania, otto miliziani delle brigate dei martiri di al-Aqsa hanno tentato un suicidio collettivo, tre sono in gravi condizioni. Secondo alcune fonti, il gesto è motivato dai ritardi di un atteso perdono israeliano nel quadro delle intese di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese.
VIS, Vatican Informations Service, 22 luglio 2008
nuova evangelizzazione e culture africane
CITTA’ DEL VATICANO. “Prospettive Pastorali per la Nuova Evangelizzazione nel Contesto della Globalizzazione e i suoi Effetti sulle Culture Africane” è il tema dell’Incontro in programma dal 23 al 26 luglio, a Bagamoyo (Tanzania), presieduto dall’Arcivescovo Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. All’Incontro che “fa parte di una serie di iniziative che hanno lo scopo di promuovere la pastorale della cultura nelle diverse parti del mondo” – si legge in un Comunicato – saranno presenti i Membri e i Consultori Africani del Dicastero e i Vescovi responsabili della pastorale della cultura nelle loro rispettive Conferenze Episcopali. L’ultimo incontro di questo genere ha avuto luogo a Johannesburg (Sudafrica) nel 2004 – precisa il Comunicato – mentre l’attuale appuntamento offrirà l’occasione di riflettere sull’evangelizzazione delle culture, con particolare enfasi sulle questioni riguardanti la secolarizzazione”. “Nel contesto attuale, fortemente segnato dagli effetti della globalizzazione sull’ambiente culturale e sul modo di vivere delle persone, la Chiesa si sforza di promuovere l’inculturazione della fede e un nuovo umanesimo cristiano che permetterà agli uomini e alle donne in Africa di essere pienamente Africani e pienamente Cristiani. Il Cardinale Polycarp Pengo, Membro del Pontificio Consiglio della Cultura e Presidente del SECAM, terrà la relazione conclusiva sul tema: ‘La Chiesa, famiglia di Dio, e la risposta alle sfide poste dalla diffusione di modelli culturali estranei alle culture africane”. “Ospiterà l’Incontro il Centro Culturale Cattolico Bagamoyo dei Padri Spiritati. Bagamoyo, che in Swahili significa deponi il tuo cuore, è stato uno dei maggiori porti per il commercio degli schiavi che partivano dall’Africa Centrale e Orientale e venivano dirottati ai mercati di Zanzibar. Centinaia di migliaia di persone venivano catturate nelle zone interne del continente e poi imbarcate da questo porto. Nel 1868 è stata aperta una missione per persone scampate dai commercianti di schiavi o riscattate dagli stessi missionari. Nello scegliere il tema gli organizzatori non ignorano il fatto che la secolarizzazione comporta una forma di schiavitù moderna, non meno opprimente o meno lesiva della dignità della persona umana, rispetto alla schiavitù del passato”. “La Chiesa” – conclude il Comunicato – “è consapevole della fondamentale dimensione culturale di uno sviluppo sostenibile, indispensabile per il futuro del continente Africano. Perciò, sarà dato particolare rilievo ai diversi valori culturali presenti in Africa che sono al servizio della dignità della persona umana”.
2.
CAPPUCCINI
www.ofmcap.org , 22 luglio 2008
I cappuccini alla GMG di Sydney
SYDNEY – Per la Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) 2008 ai nostri confratelli australiani si sono uniti circa quaranta giovani cappuccini provenienti dall’America del Nord, Portorico, Nuova Guinea, Italia, Polonia, Germania, Guam e anche due postulanti da Timor Est. In modo particolare hanno risposto le Province dell’America del Nord, inviando circa venti frati. Alla celebrazione vocazionale nell’Exhibition Center il martedì 15 luglio i cappuccini sono stati chiaramente il gruppo più numeroso. La GMG 2008 è d’importanza del tutto speciale per i cappuccini di Australia. I frati australiani sono impegnati con molti gruppi giovanili e gli eventi della GMG li aiuteranno nel loro costante lavoro con i giovani. I frati sperano anche di avere un maggior numero di vocazioni, specialmente a causa della loro ben visibile testimonianza di vita francescana per le strade di Sydney. Alcune attività già erano iniziate il martedì mattina, ma la Messa di apertura è stata celebrata nel pomeriggio, presieduta dal Cardinale di Sydney, Mons. George Pell. Prima della celebrazione liturgica i pellegrini sono stati salutati dal Primo Ministro di Australia, Kevin Rudd, che ha sottolineato il ruolo della religione, e in particolare del cristianesimo, nella storia della società. Molto bella la liturgia, accompagnata da musica ispirata alle culture degli Aborigeni, dei Maori e di alcune delle vicine isole. I frati, evidentemente, erano sparsi tra la folla, ma c’è stato un segno visibile della loro presenza nella persona del Card. Sean O’Malley, accanto al celebrante principale durante la Messa e spesso mostrato nel Jumbotron. Il secondo giorno della GMG, mercoledì 16 luglio, i nostri giovani cappuccini si sono uniti agli altri giovani per una speciale catechesi e per l’Eucaristia presieduta dal Card. Sean O’ Malley a Leichhardt nella chiesa di St. Fiacre. Soggetto della catechesi del giorno è stato “Chiamati a vivere nello Spirito Santo”. Dopo la Messa, i partecipanti hanno preso parte al pranzo con barbecue australiano. Poi sono passati al vicino Italian Forum, per un pomeriggio offerto da vari artisti, fra i quali fr. Dean Mathieson della Provincia cappuccina australiana. Il momento finale è stato offerto da “Pellisintetiche”, guidati da fr. Lucio Saggioro, un cappuccino della Provincia di Venezia. Questa messa in atto, piena di umore e di energia, ha fatto danzare a lungo i partecipanti alla GMG.
Fr. Mark Schenk, Definitore generale di lingua inglese, è stato presente alla GMG. Si può continuare a seguire le attività durante la settimana nel suo Blog. La GMG termina con la Messa di chiusura di Benedetto XVI il giorno 20 luglio. Il Papa stesso ha avuto diversi incontri con i giovani durante la GMG.
Avvenire, 22 luglio 2008
GMG 08. Il debutto dei Gruppi di Padre Pio
Si può definirli, come fece il Papa, «un esercito di intercessori che bussano continuamente al cuore di Dio». Oppure ricorrere a Victor Hugo, che, riferendosi alle suore, parlava di «coloro che pregano per quelli che non pregano mai». Sono i Gruppi di preghiera che san Pio da Pietrelcina volle creare espressamente per rispondere a un appello di Pio XII. Ieri, a Leichhardt, il quartiere più italiano di Sydney a pochi chilometri dal centro, monsignor Domenico D’Ambrosio, delegato pontificio per le opere di Padre Pio, ha guidato la prima, festosa convention dei Gruppi in terra australiana. Sono giunti persino da Darwin e da Adelaide, nella parrocchiale di St. Fiacre, cuore di questa little Italy, per ascoltare l’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo. C’era chi ha appena iniziato a riunire i devoti in casa propria, come Vince Gullotta; chi, come il gruppo di Paramatta, si riunisce in un garage, chi in parrocchia con un gruppo forte di 300 persone. La Messa, l’adorazione eucaristica, la preghiera personale: «Il Signore prende la vostra preghiera e la mette dove non c’è, ma ricordate – ha avvertito monsignor D’Ambrosio, richiamandosi alla spiritualità del santo di Pietrelcina – una preghiera che non si accompagna a un amore vero, concreto, alla carità, non raggiunge Dio». Oggi nel mondo esistono 3.600 gruppi di preghiera di Padre Pio, 2.500 dei quali solo in Italia. In Australia se ne contano 18. Monsignor D’Ambrosio ha ripercorso la vicenda umana e spirituale di Padre Pio per poi sollecitare gli aderenti ai Gruppi australiani: «La vostra devozione è forte – ha detto – ma ricordate sempre che voi chiedete per gli altri e che la vostra preghiera deve trasformarsi in carità, come avete già dimostrato di saper fare», un riferimento alle offerte raccolte qui per l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo: «L’ultima volta che abbiamo dovuto acquistare una nuova apparecchiatura – ha ricordato il presule – grazie alla vostra generosità abbiamo raccolto tanto da poter investire in una nuova cardiochirurgia». (P.Via.)
Il Giornale di Calabria, 22 luglio 2008
Cittadinanza onoraria al card. Martino
Dinami/ Domenica la cerimonia di conferimento ad una delle massime autorità del Vaticano
DINAMI. Domenica prossima, 27 luglio, alle ore 20, il Comune di Dinami, conferirà la Cittadinanza onoraria ad una delle massime autorità del Vaticano, il Cardinale Renato Raffaele Martino, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e del Pontificio Consiglio della Pastaorale per i Migranti e gli Itineranti. Il Cardinale Martino sarà accompagnato da Padre Carmelo Gagliardi, Ufficiale del Pontificio Consiglio per l’Immigrazione alla Santa Sede. A presiedere la cerimonia sarà il sindaco Francesco Cavallaro, presenti autorità regionali e provinciali e tutto il Consiglio Comunale, che consegnerà all’illustre prelato le chiavi della città. Al Cardinale Martino, che nei mesi scorsi è stato “inviato speciale” del Pontefice al V centenario della nascita di San Francesco di Paola, verrà consegnato anche il Premio “Comunicazione Calabria 2008” dal Segretario Nazionale della Fip Cisal, Nicola Maria Cavallaro. L’evento è previsto nell’ambito della seconda edizione dei solenni festeggiamenti in onore di San Pio, organizzati a Melicuccà di Dinami, dalla Parrocchia di Santa Marina, da venerdì 25 a domenica 30 luglio. Con queste iniziative – si legge in una nota – Melicuccà di Dinami si candida a sede di uno degli eventi religiosi e culturali tra i più accreditati del meridione. Saranno, infatti, anche quest’anno migliaia i gruppi di preghiera ed i fedeli provenienti da tutta la Calabria per venerare il sacro reliquiario di San Pio. A supporto della vocazione alla organizzazione di giornate speciali, Melicuccà di Dinami rinnova il suo rapporto privilegiato con la Casa di San Pio di Pietrelcina. Venerdì prossimo, all’avvio della tre giorni per San Pio, al calvario, accolto dalle autorità, giungerà, da San Giovanni Rotondo, accompagnato da don Luca Lupo, padre cappuccino, un reliquiario del Santo, composto dalle ultime croste della mano sinistra del santo, cadute il giorno prima della morte; una pezzuola imbevuta di sangue del santo (emesso dal costato nel venerdì santo) ed il fazzoletto tenuto tra le mani di San Pio nella bara. Le concelebrazioni eucaristiche con omelia di venerdì e sabato saranno presiedute da Padre Luca Lupo, mentre quella di domenica dal cardinale Renato Raffaele Martino. La manifestazione di Melicuccà avrà anche un suo risvolto spettacolare con il concerto di Michele Zarrillo, in programma per domenica, alle ore 21, allo stadio comunale, mentre il giorno prima, alla villa comunale, sempre alle 21, cover band Eros Ramazzotti.
Il Sannio, 22 luglio 2008
De Cianni: «Spoglie di San Pio ‘a casa’, una richiesta legittima»
Ieri la posizione dell’associazione che aveva detto no alla richiesta del sindaco di Pietrelcina, Gennaro Fusco, di traslare le spoglie di San Pio, anche per pochi giorni, nel suo paese natale, e la contemporanea risposta, affidata a Il Sannio Quotidiano, del primo cittadino pietrelcinese, che aveva spiegato che “dopo l’estate chiederà l’autorizzazione alle autorità vaticane”. Un confronto a distanza che ha inevitabilmente acceso il fuoco della polemica, e che oggi fa registrare l’intervento dell’ex consigliere provinciale Teodoro De Cianni, pietrelcinese doc.
“La proposta del sindaco Gennaro Fusco – dichiara Teodoro De Cianni – per accogliere e far rimanere almeno per qualche giorno la salma del nostro concittadino Padre Pio, è intelligente, seria, percorribile e nello stesso tempo fattibile. Non vedo quali possano essere gli ostacoli ad una richiesta legittima e palese. E’ senza dubbio un onore, non solo per l’intera cittadinanza, ma anche per il Sannio e l’intera Regione Campania, venerare per alcuni giorni la salma del frate stigmatizzato. Personalmente, sono convinto che bisogna tentare tutte le strade e non fermarsi davanti a nessun ostacolo, né avere timore che qualche personaggio possa remare contro la nostra richiesta e desiderio sacrosanto. Intanto, vado oltre ai pochi giorni di permanenza nel nostro paese del corpo di San Pio, personalmente mi rivolgerei al Tar (Tribunale amministrativo regionale) per intentare una causa, dal momento che non vi è nessun documento che attesti il desiderio di Padre Pio di essere sepolto a San Giovanni Rotondo. E poi, se dovessero esserci documenti, occorre capire la giusta veridicità. Sappiamo tutti che ogni essere umano, viene generalmente sepolto nella propria terra natale”.
Al di là della proposta di De Cianni davvero singolare e nello stesso tempo forte, lo stesso crede fermamente e “sposa” ciecamente l’idea del sindaco Fusco. “Dobbiamo tutti sostenere il pensiero del primo cittadino – rimarca l’ex consigliere provinciale – in modo precipuo le comunità religiose locali dei frati cappuccini e delle suore, come pure tutte le associazioni presenti sul territorio, che a vario titolo svolgono attività religiose, culturali, sportive e ricreative. E’ senza dubbio una strada davvero percorribile e dobbiamo tutti impegnarci fino allo spasimo. In particolare, tutti i politici sanniti, a prescindere dal colore politico, devono impegnarsi per riuscire nell’intento, vale a dire accogliere e venerare per qualche giorno il corpo di Padre Pio nella terra natale. Mi meraviglio che qualcuno gridi allo scandalo o che dichiari che non sia possibile. Per noi, la richiesta del sindaco Fusco è senza dubbio sacrosanta, sappiamo che il primo cittadino parla a nome personale, ma interpreta anche il pensiero dell’amministrazione comunale e dell’intera collettività. Nel leggere l’epistolario di Padre Pio, lo stesso a più riprese, nel corso della sua vita terrena aveva espresso il desiderio di tornare nella sua terra, purtroppo è stato sempre bloccato e mai ha avuto la gioia di venire almeno materialmente a rivedere i luoghi natali. Anche se, attraverso il dono dell’ubiquità era presente a Pietrelcina. Al desiderio di Padre Pio quando era in vita, fa da contraltare il desiderio e l’impegno di Fusco per avere tutte le autorizzazioni presso le autorità ecclesiastiche, per la salma di Padre Pio a Pietrelcina. Occorre che tutti – termina De Cianni – facciano la propria parte. Bisogna impegnarsi per riuscire nell’ardua impresa, anche se nulla a volte è impossibile, basta crederci fermamente”.
3.
FRANCESCANI
www.ofm.org ,
www.terrasanta.net, 22 luglio 2008
Territori Palestinesi. Telecamere contro i soprusi
Un soldato israeliano spara alle gambe di un prigioniero palestinese bendato, mani legate dietro alla schiena e impossibilitato a muoversi. Il soldato è a pochi metri di distanza dal prigioniero inerme: imbraccia il fucile, lo punta e spara un proiettile di gomma eseguendo l’ordine del suo comandante. La scena, palese nella sua ingiustizia, in questi giorni è on-line su molti siti Internet di informazione del mondo. E di fronte a tanta evidenza le autorità militari israeliane hanno aperto celermente un’inchiesta.
Le preziose immagini non sono però un caso fortuito, ma una nuova forma di auto-difesa che sta prendendo piede tra i palestinesi dei Territori. L’idea è di B’Tselem, centro israeliano di informazione per i diritti umani che si è inventato una campagna di comunicazione dal titolo Shooting back («Rispondi al fuoco», ma il titolo inglese gioca sui significati del verbo to shoot che si può tradurre con «sparare» ma anche con «riprendere», «filmare»). Nell’ultimo anno B’Tselem ha distribuito tra i palestinesi un centinaio di telecamere digitali, con la dichiarata finalità che venissero utilizzate per testimoniare eventuali atti di violenza da parte di coloni o di soldati.
Il ferimento in questione, in particolare, è avvenuto lo scorso 7 luglio a Na’alin, un villaggio della Cisgiordania dove Israele sta costruendo il muro divisorio e un gruppo di palestinesi stavano manifestando la loro contrarietà. Il video è stato girato da una ragazza palestinese di 14 anni, con una delle cento telecamere distribuite; la ragazza ha semplicemente sfruttato il punto di visuale di una finestra della sua casa, nel villaggio. Le riprese di Na’alim non sono però l’unico frutto della campagna di B’Tselem; dall’inizio dell’anno sono circa 15 le testimonianze video raccolte dagli attivisti del centro d’informazione israeliano. «L’esercito e la polizia hanno accolto con favore la nostra azione – spiega Oren Yakobovich, che ha animato il progetto -, perché in questo modo possono contare su documentazione video degli avvenimenti, e questo rende le indagini molto più corte e veloci. Dalla nostra esperienza, spesso alla testimonianza dei palestinesi viene dato meno peso di quella di un poliziotto o di un militare – spiega Yakobovich -. Così, se ci sono le immagini oltre alle parole, le cose cambiano. Abbiamo avuto i soldi per acquistare le telecamere grazie alla generosità di una organizzazione di ebrei americani , i cui membri sono rimasti choccati da una visita alla città di Hebron».
Proprio ad Hebron, il palestinese Rajah Abu Aisha tempo fa riuscì a filmare il suo vicino ebreo, Yifat Alkobi, mentre insultava pesantemente la moglie del primo, apostrofandola tra l’altro come sgualdrina. Nel villaggio di Sussya, nella parte Sud della Cisgiordania, Muna al-Nawaja, 24 anni, a giugno fu in grado di filmare con la telecamera di Shooting back un attacco armato ad alcuni suoi parenti. Una domenica pomeriggio quattro uomini, arrivati dalla strada degli insediamenti israeliani, con il viso coperto e armati di bastoni, aggredirono selvaggiamente due congiunti di 60 e 33 anni. Nawaja riuscì a filmare alcuni secondi decisivi dell’aggressione.
I palestinesi oggi sembrano aver capito lì importanza delle telecamere: «Ci sono palestinesi che mi chiamano per avere una telecamera da tenere con sé – spiega Yakobovich -. Con una telecamera sentono di essere più al sicuro e protetti. È una risposta che per noi vale più dei sassi o di qualsiasi arma. Quando hanno con sé una telecamera subiscono meno violenze, perché funziona come deterrente. Tanto che ci sono palestinesi che girano con telecamere rotte addosso. Solo per evitare che male intenzionati li avvicinino».
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4.
CHIESA e SOCIETA’
Agenzia Asia News, 22 luglio 2008, ore 16:51
CINA. Convocato il Politburo per decidere urgenti misure per l’economia
Dopo che i leader hanno visitato le province più sviluppate, il governo si riunisce questa settimana per decidere sullo yuan e le misure per favorire l’esportazione. E’ in crisi un modello di sviluppo, fondato sullo sfruttamento indiscriminato di risorse e forza lavoro, ma è difficile trovare alternative.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – I gravi problemi economici della Cina saranno discussi questa settimana dal Politburo. Il rallentamento della crescita economica, la rapida inflazione e la diminuzione delle esportazioni preoccupano Pechino, alla ricerca di misure adeguate.
L’incontro è stato deciso dopo che i leader hanno visitato varie parti del Paese. Il presidente Hu Jintao è stato nello Shandong, il premier Wen Jiabao ha visitato Guangdong, Zhejiang, Jiangsu e Shanghai, mentre altri membri del Politburo sono stati nelle province costiere. L’economia nel secondo trimestre 2008 è cresciuta del 10,1%, dato minimo degli ultimi anni, mentre l’indice dei prezzi per i produttori è aumentato a giugno dello 8,8%. Soprattutto, le province più ricche e industrializzate lamentano gravi difficoltà per le più rigide misure antinquinamento, l’apprezzamento dello yuan sul dollaro e la crescita del costo del lavoro. E’ in crisi un modello di sviluppo, fondato sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e della mano d’opera migrante a basso prezzo e favorito da uno yuan tenuto basso in modo artificiale. Peraltro molti investitori esteri e di Hong Kong minacciano di chiudere le fabbriche nel Guangdong e in altre zone, per spostarle in province dove il lavoro costi meno.
Tra le misura all’esame: un più lento apprezzamento dello yuan e sussidi per le ditte esportatrici. Ma se questo favorirebbe la produzione, potrebbe attizzare l’inflazione, che Pechino stenta a contenere nonostante una politica di prezzi imposti per alimenti ed energia. Analisti osservano che il problema è aggravato dalla politica “dirigista” del Partito comunista e che sarebbe necessario favorire non solo la crescita economica ma lo sviluppo delle forze sociali del Paese.
Si discuterà anche delle Olimpiadi, che inizieranno tra 2 settimane. Pechino nei primi 6 mesi del 2008 ha avuto una crescita maggiore (l’11%) rispetto al resto del Paese (10,4%) e persino alle città economicamente più attive come Shanghai (10,3%), ma tutti concordano che sia dipeso soprattutto dalle Olimpiadi e che dopo settembre l’economia della Capitale potrà rallentare.
Agenzia MISNA, 22 luglio 2008, ore 09:25
“ECOLAMPADINE” VENEZUELANE PER I POVERI DI WASHINGTON
Un programma pilota per rifornire di lampadine a basso consumo le famiglie meno abbienti di 11 città americane, a cominciare dalla capitale Washington, è stato inaugurato dal governo di Caracas con la collaborazione delle aziende ‘Citgo Petroleum Corporation’, controllata al 100% dall’azienda petrolifera venezuelana ‘Pdvsa’, e l’organizzazione no profit ‘Citizens Energy’, presieduta da Joseph P. Kennedy II. L’obiettivo, ha riferito la radio nazionale del Venezuela, è distribuire mezzo milione di ‘lampadine a fluorescenza’ nell’ambito del piano denominato ‘Iluminación Energéticamente Eficiente’, iniziativa nata sulla scia della cosiddetta ‘Misión Revolución Energética’ promossa dal governo del presidente Hugo Chávez. “Si prevede un risparmio fino a 15 milioni di dollari e una riduzione del consumo energetico di quasi 165 milioni di kilowatt all’ora. A Washington il programma sarà destinato a 1500 famiglie a cui saranno distribuite 30.000 lampadine tra luglio e settembre” si legge in una nota ufficiale. Secondo il presidente della Citgo, Alejandro Granado, “oltre ad aiutare chi lotta per far arrivare il salario a fine mese, il programma insegnerà ad usare l’energia in modo più efficiente, nel rispetto e la preservazione dell’ambiente”.
Agenzia MISNA, 22 luglio 2008, ore 19:39
CAROPETROLIO: TRASPORTATORI IN SCIOPERO, KARACHI PARALIZZATA
Fermate dell’autobus sovraffollate e code ai distributori di benzina: secondo la stampa locale Karachi, la città più grande e popolosa del paese con circa 15 milioni di persone, è stata letteralmente paralizzata dallo sciopero dei trasportatori cominciato oggi per protestare contro il caro-carburanti. La protesta, che secondo i quotidiani ha coinvolto migliaia di autobus e ‘micro’, piccoli furgoncini collettivi per il trasporto pubblico, segue di due giorni l’annuncio di un incremento dal 14 al 17% dei prezzi di diesel e benzina. “I nostri trasporti rimarranno fermi fino a quando il governo accetterà di ritirare gli aumenti previsti” ha detto Irshad Bokhari, rappresentante di categoria, la cui associazione controlla oltre 20.000 mezzi di trasporto in tutta la città. Testimoni hanno raccontato di cittadini alla ricerca di taxi e risciò per recarsi al lavoro o tornare a casa e di persone costrette a recarsi a piedi o in bicicletta da una parte all’altra della città. L’organico di numerosi uffici della città – riferisce la stampa – era dimezzato, mentre aule dell’università sono rimaste quasi vuote.
Agenzia MISNA, 22 luglio 2008, ore 20:13
CRISI ALIMENTARE: DALLA TANZANIA AL KENYA, MAIS E PIANTAGIONI TRADIZIONALI
Almeno 50.000 sacchi di mais, equivalenti a circa 4000 tonnellate, arriveranno in Kenya dalla Tanzania entro un mese: la decisione è stata presa oggi dal governo tanzaniano per aiutare il paese vicino a fronteggiare la penuria di cibo. Una delegazione keniana ha incontrato la settimana scorsa Jakaya Kikwete, presidente della Tanzania, sostenendo di aver bisogno di 180.000 tonnellate di mais fino a ottobre, quando inizierà il raccolto; la richiesta è stata accettata solo in parte, perché ritenuta troppo consistente per le capacità tanzaniane, ma il governo sta verificando altre opportunità per acquistare il mais raccolto durante la passata stagione dai contadini e venderlo al Kenya a prezzo agevolato. Il governo keniano ha intanto cominciato a distribuire semi di colture tradizionali, come cassava, patate dolci e sorgo: “Queste colture sono conosciute per rendere bene nelle regioni aride, dove l’insicurezza alimentare è un fenomeno comune a causa delle scarse precipitazioni”, ha detto William Ruto, ministro dell’Agricoltura, specificando che questo genere di coltivazioni sono in declino in Kenya per il poco interesse da parte delle imprese che vendono sementi e il cambiamento delle abitudini alimentari. [MV]
Agenzia SIR, martedì 22 luglio 2008, www.agensir.it
09:50 – SYDNEY 2008: UN MILIONE DI ACCESSI PER WWW.WYDCROSSMEDIA.ORG
1.000.000 di accessi nell’ultima settimana, 4500 siti che hanno inglobato il player nelle loro pagine, 19.500 citazioni su Google, una ventina tra le agenzie stampa cattoliche più importanti del mondo unite nello stesso progetto; questi i numeri di www.wydcrossmedia.org il portale nato in occasione della Giornata mondiale dei giovani di Sydney. Oltre 20.000 le visite nel canale dedicato di Youtube e gli esperimenti tecnologici con le dirette da cellulare su Qik e la Tv on demand pubblicata grazie al sistema Mogulus che vanno conteggiati a parte. Per i coordinatori è stato importante “aver messo insieme tante agenzie (tra queste anche Sir), offrendo un servizio ecclesiale a giovani e media cattolici di tutto il mondo grazie alla produzione di servizi multimediali in cinque lingue. Abbiamo cercato di tradurre in bit il messaggio del Vangelo e le parole del Papa”. Wydcrossmedia, tra le proposte legate alla Gmg di Sydney, è stato l’organo di informazione più diffuso nei vari siti che ormai compongono la costellazione del web 2.0. La realizzazione del portale è stata possibile grazie ai contenuti concessi liberamente dalle singole agenzie e al supporto offerto dall’agenzia www.h2onews.org, mentre l’area tecnica è stata supportata da www.lamorfalab.com.
Diverse le agenzie di informazione del mondo cattolico che hanno aderito al progetto Wydcrossmedia, fornendo gratuitamente i loro contributi multimediali e pubblicando banner relativi al portale o inglobando il player nelle loro pagine: Afriradio, Catholic.net, Centro televisivo Vaticano, DonBoscoLand, H2onews, Inside the Vatican Magazine, Korazym, La Croix, Le Jour du Segneur, Misna, Movimento dei Focolari, One o Five live, Pj Online/ San Paolo, Radio Renascença, Radio Vaticana, Reuters, Salt and Light television, Telepace e Zenit. www.wydcrossmedia.org ha fornito costantemente contenuti multimediali in cinque lingue, sperimentando alcune tra le più moderne forme di comunicazione istantanea, possibile grazie a cellulari e tecnologie di ultima generazione. L’esperimento, unico nel suo genere, ha ottenuto la collaborazione per l’area italiana di www.qumran2.net che ha fornito supporto per ospitare files prodotti da agenzie, gruppi ecclesiali e parrocchie in occasione della Gmg di Sydney.
Agenzia SIR, martedì 22 luglio 2008, www.agensir.it
12:40 – ROM: SVIZZERA, INIZIA OGGI IL 10° PELLEGRINAGGIO A EINSIEDELN
Inizia oggi il 10° pellegrinaggio nazionale della “gente del viaggio” (22-27 luglio) della Svizzera all’Abbazia di Einsiedeln (Cantone di Svitto in Svizzera). Il pellegrinaggio all’abbazia dei frati benedettini è una tradizione ormai, che risale dal 1999, ed è organizzato dalla Cappellania svizzera per gli itineranti della Conferenza episcopale svizzera. Vi prendono parte Rom della Svizzera, che parteciperanno a liturgie eucaristiche quotidiane, a momenti di preghiera nella Cappella della Madonna Nera venerata a Einsiedeln e ad incontri con i monaci benedettini dell’Abbazia. Nel corso della celebrazione principale, che si terrà sabato 26 luglio, alcuni ragazzi e adulti rom riceveranno la Prima Comunione e la Cresima. In Svizzera il 90% dei gitani sono di religione cattolica. L’anno scorso, la pellegrinaggio nazionale all’Abbazia di Einsiedeln – che si svolge ogni anno a fine di luglio – hanno partecipato circa 250 persone di etnia rom.
Agenzia SIR, martedì 22 luglio 2008, www.agensir.it
15:00 – GMG SYDNEY: IL “BOOMERANG” DI MONS. STROFALDI (ISCHIA) PER I GIOVANI DELLA SUA DIOCESI
(Dai nostri inviati a Sydney) – Un “boomerang” acquistato in Australia è il regalo simbolico che mons. Filippo Strofaldi, vescovo di Ischia, consegnerà al suo ritorno dalla Gmg di Sydney a tutti giovani della diocesi. “In questi giorni di raccoglimento intorno al Papa – spiega al Sir il vescovo, che ha accompagnato in Australia un gruppo di 21 giovani – abbiamo fatto il pieno di spiritualità, comunione e fraternità”. Adesso che la Gmg si è conclusa questi giovani devono “lanciare il boomerang che hanno ricevuto dal Papa” verso “tutti gli altri che incontreranno tornando a casa”. Allo stesso tempo, questo “boomerang” deve “ritornare indietro”, nel senso che “bisogna mettere in pratica e attualizzare i contenuti ricevuti a Sydney”. Secondo mons. Strofaldi la Gmg è il “culmine” di un cammino iniziato con l’Agorà dei giovani italiani e “l’inizio” di un altro, che si apre con il terzo anno dello stesso percorso pastorale triennale della Cei, e che avrà al centro il tema della missionarietà. “C’è tanto da fare – conclude – anche nella nostra isola: a partire dalla stessa realtà giovanile alla pastorale del turismo. Tutti ambiti in cui la testimonianza dei giovani è fondamentale e il rientro a casa sarà l’occasione per tradurre in opere concrete quanto abbiamo ricevuto in questi giorni”.
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15:02 – CARD. NEWMAN: RICHIESTA LA TRASLAZIONE DEL CORPO NELL’ORATORIO DI BIRMINGHAM
“La Congregazione delle Cause dei santi del Vaticano ha chiesto che il corpo del Venerabile John Henry Newman (1801-1890) sia esumato dalla tomba, e deposto nell’Oratorio di Birmingham, quale parte del processo di beatificazione”, si legge in una nota della diocesi di Birmingham. Il cardinale Newman, fondatore dell’Oratorio inglese di San Filippo Neri, morì nella sua stanza nella casa dell’Oratorio, in Edgbaston, l’11 agosto 1890, all’età di 89 anni, e fu sepolto in un piccolo cimitero di Rednal, alla periferia di Birmingham. Il 22 gennaio 1991 Newman è stato dichiarato Venerabile da Giovanni Paolo II. “Speriamo che la tomba del card. Newman nella chiesa dell’Oratorio di Birmingham permetterà a tanta gente di venire a venerarlo, e forse accendere una candela qui”, ha detto P. Paul Chavasse, prevosto dell’Oratorio di Birmingham e postulatore della causa del card. Newman. “Sicuramente tanti desidereranno onorare questo uomo grande e santo”, ha aggiunto P. Chavasse. Nel frattempo – si legge nella nota della diocesi di Birmingham – P. Chavasse e l’Arcidiocesi di Birmingham cercano di ottenere dal Ministero della giustizia il permesso per esumare il corpo del card. Newman per traslarlo nella chiesa dell’Oratorio”.
John Henry Newman – nato in Inghilterra nel 1801 – era un sacerdote anglicano che, dopo un viaggio in Europa nel 1832, cominciò a interessarsi al mondo cattolico. Nel 1941 pubblicò un saggio in cui cercò di interpretare i 39 articoli della Chiesa Anglicana in un’ottica cattolica, e fu sconfessato da 42 vescovi anglicani. Rinunciò alla parrocchia e, ritiratosi a Littlemore (un piccolo villaggio della contea di Oxford), nel 1942 scrisse il “Saggio sullo sviluppo della dottrina cristiana”, con il quale maturò la sua conversione alla Chiesa cattolica. Nel 1848, dopo l’ordinazione sacerdotale nella Chiesa cattolica, fondò in Inghilterra il primo Oratorio inglese di San Filippo Neri e più tardi, nel 1854 Newman fu nominato rettore dell’Università Cattolica di Dublino. Ha scritto un gran numero di opere, tra le quali l’”Apologia pro vita sua” e la “Grammatica dell’assenso”. “Newman nacque in un’epoca travagliata spiritualmente”, scriveva nel 2001 Giovanni Paolo II in occasione del secondo centenario della morte. “In quel mondo – continuava il pontefice – Newman giunse veramente a una sintesi eccezionale fra fede e ragione che per lui erano «come due ali sulle quali lo spirito umano raggiunge la contemplazione della verità»”. Per Papa Wojtyla il card. Newman è stato “uno dei campioni più versatili e illustri della spiritualità inglese”.
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16:41 – ARRESTO KARADZIC: POETTERING (EUROASSEMBLEA), “PASSO DELLA SERBIA VERSO L’UE”
“L’arresto di Radovan Karadzic è il chiaro segnale che il nuovo governo serbo è impegnato a rispondere ai suoi obblighi internazionali in particolare verso il Tribunale contro i crimini di guerra dell’Aia”. Hans-Gert Poettering, presidente del Parlamento europeo, interviene per commentare la cattura del leader serbo-bosniaco ricercato per genocidio. Tutte le istituzioni comunitarie hanno levato la voce oggi per commentare l’arresto e sottolineare il ruolo svolto dalle autorità di Belgrado, anche in relazione al cammino di avvicinamento del paese balcanico verso l’Ue. Ricordando la necessità una rapida procedura di estradizione e citando le migliaia di vittime della strage di Srebrenica, Poettering afferma che il Parlamento Ue “sostiene gli sforzi della Serbia per la sua integrazione” nell’Europa comunitaria. Dello stesso tenore il comunicato della presidenza del Consiglio Ue, che parla di una “tappa importante sulla via di un avvicinamento della Serbia all’Unione europea”. Da Strasburgo il presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, Lluís Maria de Puig, afferma che “finalmente giustizia sarà fatta. La memoria delle migliaia di vittime di Srebrenica, dell’assedio di Sarajevo e di tante altre atrocità potrà infine essere onorata”.
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17:14 – ECONOMIA: EUROSTAT, “DUE TERZI DEGLI EUROPEI HANNO LAVORO. CRESCE L’OCCUPAZIONE FEMMINILE”
“Nel 2007, 218,5 milioni di persone residenti nell’Ue27 e con età superiore ai 15 anni avevano un impiego o esercitavano un’attività professionale”. I dati sull’occupazione nell’Europa comunitaria diffusi oggi da Eurostat mostrano un aumento delle persone attive e un maggior grado di attività tra le donne e le persone anziane. Il tasso di impiego totale nell’Unione europea ha toccato il 65,4% contro il 64,5% del 2006 e il 62,1 del 2000. Fra le donne in età lavorativa, il tasso è salito al 58,3% nel 2007 mentre era del 53,6 nel 2000. Il dato sull’occupazione femminile è ai massimi livelli in Danimarca (73,2%), Svezia (71,8) e Paesi Bassi (69,6); è ai minimi a Malta (36,9%) e Italia (46,6%). Fra le persone con età compresa fra i 55 e i 64 anni il dato medio occupazionale ha superato il 44%, mentre sette anni prima non arrivava al 37%: le quote massime di lavoratori over55 riguardano il nord Europa (Danimarca, Paesi Bassi, Svezia) e Cipro. Infine i dati sulle assunzioni a tempo parziale. Il dato medio Ue è al 18,2% dei contratti in essere, ma le percentuali più elevate si riscontrano nei Paesi Bassi (46,8%), seguiti a lunga distanza da Germania, Regno Unito e Svezia. I dati più modesti riguardano i paesi dell’est.
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17:45 – RAPPORTO SVIMEZ 2008: LA SPINA (SOCIOLOGO), “UNA SITUAZIONE CHE VA A PEGGIORARE”
“Il documento dà conto della situazione che va a peggiorare: nel periodo ’96-2000 c’era stata una lievissima riduzione del divario tra Nord e Sud, poi dal 2000 ad oggi il divario è aumentato”. Questo il parere espresso al SIR da Antonio La Spina, ordinario di Sociologia all’Università di Palermo, sul Rapporto Svimez 2008. Tanti i problemi. “Il ceto politico locale – afferma il docente – utilizza male le pur cospicue risorse, vedi i fondi comunitari, di cui usufruiscono le più grandi regioni del Mezzogiorno, ancora inserite nell’obiettivo convergenza fino al 2013: Campania, Sicilia, Puglia, Calabria”. A giudizio di la Spina, “manca alle regioni meridionali la capacità di selezionare e portare avanti progetti utili e realizzabili”. Un secondo fattore negativo “è un orientamento del ceto politico, e in parte anche di quello amministrativo, consolidato e, perciò, difficile da sconfiggere di utilizzare queste risorse per creare consenso”. Anche a livello nazionale sono state fatte scelte sbagliate perché “si è cercato di valorizzare la dimensione locale proprio laddove si registravano le difficoltà già descritte”. Segnali contrastanti dalla società civile e dall’opinione pubblica “per alcuni versi poco critiche rispetto a questi sistemi”, ma anche “impegnate nel contrasto della criminalità”.
Agenzia SIR, martedì 22 luglio 2008, www.agensir.it
In una società che “sottolinea in maniera enfatica la libertà degli individui, senza presentare l’aspetto degli obblighi che derivano dalla libertà”, la “rivendicazione smisurata, e in alcuni casi malata, della propria libertà” è entrata anche nelle comunità religiose, “producendo situazioni di tensione e disorientamento a livello individuale e comunitario”. E’ l’analisi del card. Franc Rodè, prefetto degli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica. Concludendo l’incontro promosso dal Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, il cardinale ha ricordato alle superiori religiose presenti che talora “si finisce col concedere spazi di libertà e si lascia fare liberamente senza limiti, eccetto quelli che la persona stessa stabilisce”. Per Rodè, “non è certamente libero chi è convinto che le sue idee e le sue soluzioni siano sempre le migliori; chi ritiene di poter decidere da solo senza alcuna mediazione; chi pensa di essere sempre nel giusto; chi pensa che obbedire sia cosa d’altri tempi”. Libera, invece, “è quella persona che vive costantemente protesa e attenta a cogliere in ogni situazione della vita, e soprattutto in ogni persona che le vive accanto, una mediazione della volontà del Signore, per quanto misteriosa”.
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19:40 – VITA CONSACRATA: CARD. RODÈ, “LA SPIRITUALITÀ CRISTIANA NON È AUTOREALIZZAZIONE”
La spiritualità cristiana non è “una delle molteplici forme di spiritualità oggi in voga”, ma è “vita secondo lo Spirito”, che “non esclude l’aiuto delle scienze umane, ma non si lascia limitare ad esse o ridurre ad esse”. A puntualizzarlo è stato il card. Franc Rodé, prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, concludendo oggi a Roma l’incontro promosso dal Pontificio ateneo Regina Apostolorum. “Oggi si parla molto di spiritualità – ha affermato il cardinale – ma con questo termine si intende spesso l’arte dell’autorealizzazione o quell’insieme di tecniche adeguate all’analisi psicologica con un vago riferimento al divino”. Di fronte a questa “derivazione psicologica della spiritualità”, la vita consacrata “deve testimoniare con la parola e con la vita i primato della spiritualità che si orienta contemporaneamente all’esperienza di Dio e al servizio degli uomini”. Altra qualità a cui “lo spirito dei nostri tempi è poco favorevole” è la fedeltà: “Basta guardarci intorno – ha detto Rodé – per scoprire la fragilità delle decisioni prese, la poca durata degli impegni, la facilità con la quale si rinuncia ai progetti e agli obblighi assunti”. La vita consacrata – ha concluso il cardinale – è chiamata a “presentarsi come una roccia solida, esempio di fedeltà, anche nelle difficoltà della vita”.
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20:00 – SVILUPPO: MARELLI (FOCSIV), “TUTELARE LA NOSTRA AGRICOLTURA MA ANCHE I PAESI POVERI”
“Sì alla protezione dell’agricoltura europea, ma non a scapito dei Paesi poveri”: lo ribadisce oggi Sergio Marelli, direttore generale di Volontari nel mondo-Focsiv, all’indomani dell’apertura dei negoziati per la riunione ministeriale che dovrà portare a conclusione il Doha Development Round dell’Organizzazione mondiale del commercio. Marelli dice di “comprendere la preoccupazione del comparto agricolo italiano” ma “le grandi sfide della crisi economica, i movimenti dei capitali, e la crisi climatica non si possono affrontare se non con risposte globali, con il dialogo e la cooperazione”. “Non possiamo parlare ora di dumping dei prodotti dal sud – afferma – quando l’Europa per anni ha sovvenzionato le esportazioni nei Paesi del sud per smaltire le proprie eccedenze agricole causando la perdita di lavoro a milioni di piccoli agricoltori, che non riuscivano a competere con i prodotti europei venduti sottocosto nei loro Paesi. Occorre tutelare la nostra agricoltura ma anche quella dei Paesi più poveri”. Il Doha Development Round prevede: l’eliminazione di tutti i sussidi all’esportazione, la possibilità per i Paesi meno avanzati di definire una lista di prodotti speciali da esonerare dalla ulteriore liberalizzazione, l’accesso al mercato europeo dei prodotti provenienti dai Paesi meno avanzati senza dazi e senza quote.
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ELUANA ENGLARO – Il limite della ragione
Si riapre il dibattito su eutanasia e testamento biologico
Il “caso Englaro” ha riaperto il dibattito su eutanasia e testamento biologico, mentre il Senato ha dato il “via libera” alla proposta di sollevare un conflitto di attribuzione presso la Corte Costituzionale contro la sentenza della Corte di Cassazione. Continuano senza sosta, intanto, le adesioni all’appello di “Scienza & Vita” per salvare la vita di Eluana (cfr SIR 53/2008): tra queste, quella della Comunità di Sant’Egidio, secondo cui “la vicenda dolorosa di Eluana non deve diventare una polemica che divide ma un interrogativo interiore,che risvegli le coscienze di tutti”. Sostegno anche dall’Argentina, dove il direttore dell’Istituto di bioetica dell’Università Cattolica, Alberto G.Bochatey, ha promosso un’iniziativa per chiedere alle associazioni e ai singoli cittadini di aderire all’appello di “Scienza & Vita”. Tra le iniziative, da segnalare quella di “Scienza & Vita” di Crotone, che ha portato una bottiglia d’acqua davanti al Palazzo di giustizia per dire “no” alla “condanna a morte” di Eluana, ed il “Rosario per la vita” promosso dalla diocesi di Trani-Barletta-Bisceglie per dire ad Eluana “ti siamo vicini, combattiamo con te”. Molte, inoltre, le testimonianze dirette di chi ha a che fare con pazienti in stato vegetativo: “Eluana – fa notare ad esempio Gianbattista Guizzetti, responsabile Unità operativa stati vegetativi del Centro Don Orione di Bergamo – si trova a vivere in una condizione, per certi versi, ancora misteriosa, chiamata stato vegetativo”, di fronte alla quale occorre chiedersi se il “desiderio che si concluda sia un gesto di pietà o piuttosto l’espressione di una nostra incapacità a stare loro di fronte”. Per i familiari di Salvatore Crisafulli, 43 anni, di Catania, che si è risvegliato l’anno scorso dallo stato vegetativo dopo un incidente stradale avvenuto nel 2003, il problema “sta tutto nell’accettazione o no dell’eutanasia”. Sui risvolti “culturali” del dibatto originatosi dalla vicenda di Eluana, abbiamo rivolto alcune domande alla sociologa Giulia Paola Di Nicola, condirettrice della rivista “Prospettiva persona”.
Ancora una volta, lo schema del dibattito è quello dei “pro” o “contro”. È lecito “mettere ai voti” la vita o la morte di una persona lanciando un sondaggio, quasi fosse uno dei tanti giochi estivi sotto l’ombrellone?
“I sondaggi servono per valutare l’opinione prevalente tra la gente in merito al «caso di cronaca» di volta in volta presentato dai media. In vicende come quella di Eluana, però, procedere «a colpi di sondaggi» sembra una sorta di violenza, di fronte ai risvolti delicati e drammatici di chi si trova a dover fare i conti con le fasi terminali della vita, e tutto ciò che esse comportano per la persona in questione e i propri familiari. Per questo, invece del clamore mediatico oggi prevalente, ci vorrebbe più rispetto per chi è coinvolto, più pudore in situazioni in cui è così difficile stabilire confini”.
Uno dei principi più difficili da far “passare” all’opinione pubblica è quello dell’“indisponibilità della vita”, cui si contrappone il “diritto a morire” basato sulla scelta dell’individuo di disporre della sorte del proprio corpo…
“Non solo a livello italiano, ma anche internazionale ed europeo, è in atto una spinta che tende ad ottenere certi diritti, sui quali il diritto in senso stretto si limita poi a legiferare, codificandoli. Il problema, però, è che si scambiano per diritti i desideri: ogni desiderio, cioè, diventa diritto. Ogni diritto, invece, è relazionale: la vita io ce l’ho non solo per me, ma per i genitori che me l’hanno data, per gli amici, per coloro che mi sono cari… Non esiste nessun diritto che non si fondi sulle obbligazioni che abbiamo gli uni verso gli altri. Al contrario, la temperie culturale che tutti noi respiriamo ci induce a credere che non esistano quei «valori non negoziabili» – primo fra tutti, l’indisponibilità della vita umana – di cui parla il Papa, nella sua tenace resistenza al relativismo assoluto”.
Parlando della figlia, il papà di Eluana ha detto: “È stato interrotto il corso naturale degli eventi”… Ma si può scindere il concetto di “natura” da quello di “persona”?
“A mio avviso, uno degli emblemi di quella sorta di «disumanizzazione culturale» in atto in Italia e nel nostro continente è l’dea che la natura non esiste, e che quindi non esista alcuna idea universale di persona umana. Basandosi, in altre parole, su una falsa idea di libertà, si pretende di decidere la «qualità» della vita in base a parametri del tutto soggettivi, che diventano poi paradigmatici. Le «derive» eutanasiche e il dibattito sul testamento biologico vanno inquadrate in questo contesto”.
L’unica soluzione, allora, sarebbe quella di “alzare un po’ lo sguardo”…
“Certamente. Situazioni come quelle in cui si trova Eluana sono «casi limite» che non possono essere spiegati con la ragione: per affrontarli, è indispensabile una formazione spirituale ed umana forte, che faccia perno su testimonianze positive di vita. Emmanuel Mounier, ad esempio, nelle lettere scritte alla moglie Paulette, parlando della figlia Françoise, cerebrolesa per tutta la vita a causa di una meningite, spiega che per lui il letto di Françoise è stato come un «altare», dove inchinarsi come di fronte ad un richiamo all’essenziale della fede”.
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DARFUR – Decisione delicata
La Corte penale internazionale incrimina il presidente del Sudan
Una decisione presa “nel momento sbagliato”, che rischia di avere “conseguenze negative per il processo di pace per il Darfur”. Commenta così il vescovo Antonio Menegazzo, amministratore apostolico di El-Obeid (la diocesi cattolica in Darfur), la decisione del procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) Luis Moreno-Ocampo di incriminare nei giorni scorsi il presidente del Sudan Omar Al Bashir, accusato di genocidio in Darfur. La regione occidentale del Sudan è teatro dal 2003 di un sanguinoso conflitto civile che si stima abbia causato 300.000 morti e oltre 2 milioni di sfollati. A mons. Menegazzo abbiamo rivolto alcune domande.
Cosa pensa della decisione della Corte penale di incriminare il presidente Al Bashir?
“L’azione giudiziaria di Luis Moreno Ocampo contro il presidente Omar Al Bashir mi ha sorpreso, non perché io sostenga l’innocenza del presidente, ma perché l’azione è contro un capo di stato ancora al potere. Perché non viene presa alcuna azione giudiziaria contro altri capi di stato, forse ancora più colpevoli di Al Bashir?”.
La Lega Araba difende con forza Al Bashir e condanna la Corte dell’Aja. La situazione rischia di diventare esplosiva?
“Il mondo arabo non è unito, ma si unisce subito quando c’è da difendere qualcuno di loro contro l’Occidente, o viene toccata la religione musulmana. Inoltre la decisione è stata presa in un momento sbagliato: senz’altro avrà conseguenze negative per il processo di pace per il Darfur, con un rallentamento degli incontri per la pace”.
La popolazione sudanese come ha accolto la notizia dell’incriminazione?
“Erano da aspettarsi le reazioni negative da parte della maggioranza dei cittadini sudanesi, con eccezione del Darfur e forse del Sud Sudan. Che il loro capo sia incriminato è una grande umiliazione! In Sudan comunque non ci possono essere dimostrazioni contro il presidente. Senz’altro ci sono stati segni di soddisfazione dei ribelli del Darfur, e forse, anche, tra molti cittadini nel Sud. Di solito l’amor patrio prevale su tutto il resto e penso che nel nostro caso anche chi è all’opposizione sostiene il presidente contro l’ingerenza della Corte penale internazionale negli affari interni del Paese”.
Ci sono però responsabilità del governo? È noto, ad esempio, che passava le armi ai janjaweed, i pastori nomadi che hanno massacrato la popolazione “nera” dedita invece all’agricoltura…
“Un certo numero di janjaweed è stato incorporato nell’esercito regolare: che rispetto avranno questi nuovi soldati verso la popolazione civile, che con la guerra non ha niente a che fare? Il governo non coopera con la Cpi: si è sempre rifiutato di consegnare i presunti colpevoli richiesti dalla Corte. Inoltre il governo bombarda villaggi di civili, colpevoli solo di appartenere alla stessa etnia dei ribelli”.
Come valuta la presenza della forza di pace Nazioni Unite – Unione africana (Ua)?
“Apparentemente ha finora inciso poco sulla situazione nel Darfur. Sono ancora pochi i soldati per la vastità del territorio: ne erano stati chiesti 26.000 e ce ne sono appena 9.000-10.000. Inoltre, a quanto ne so io, hanno l’autorità di difendersi, se attaccati e difendere i civili, ma non hanno l’autorità di disarmare i janjaweed, che sono la causa maggiore dell’insicurezza e delle distruzioni dei villaggi. Senz’altro l’Onu-Ua è utile come intermediario tra le forze ribelli e il governo per il processo di pace”.
Però, negli ultimi tempi, le forze di pace sono state oggetto di violenti attacchi da parte dei ribelli, con molte vittime. Si è dato una spiegazione?
“A questa domanda è difficile dare una risposta: perché i ribelli hanno attaccato le forze dell’Ua? È più comprensibile che siano i janjaweed ad attaccare le forze dell’Onu-Ua, le quali sono senz’altro di ostacolo ai loro movimenti e alle loro azioni. Certamente anche le varie fazioni dei ribelli hanno le loro grosse colpe nei riguardi dei diritti umani”.
Com’è oggi la situazione? La gente continua a morire e i profughi a sfollare?
“Non si nota nessun miglioramento; c’è un po’ di calma nel Sud Darfur, mentre all’Ovest, confinante con il Chad, in questi ultimi mesi, ci sono stati ancora combattimenti e bombardamenti di villaggi. I profughi sono cresciuti e gli aiuti da parte dell’Onu e delle organizzazioni stanno diminuendo”.
Come interviene la Chiesa per far fronte a tutto ciò?
“Abbiamo formato un gruppo ecumenico, noi con la nostra Caritas diocesana, altre denominazioni cristiane e anche un’organizzazione musulmana sudanese, per aiutare i profughi soprattutto nel campo dell’educazione, sanità, acqua e cibo, sotto la direzione della Norwegian Church Aid (Nca). La campagna per raccogliere fondi è fatta dalla Caritas internationalis e da Cafod. Con le offerte che vengono direttamente alla diocesi aiutiamo chi non viene aiutato dalle organizzazioni umanitarie, con i nostri sacerdoti e suore che si trovano nelle tre parrocchie di Nyala, El Fasher e El Daein”.
E le organizzazioni umanitarie? Hanno ancora difficoltà ad operare?
“Le organizzazioni umanitarie: sono molte, soprattutto a Nyala e a El Fasher: Trovano doppia difficoltà: da parte del governo, soprattutto quelle non musulmane; difficoltà per i permessi e di movimento; poi c’è l’insicurezza causata dai janjaweed, dai quali vengono attaccate con facilità. A questo si deve aggiungere la crescita del banditismo, che ha reso ancora più pericoloso ogni movimento: vengono assaltati camion che trasportano aiuti umanitari e macchine private. Alcuni campi di profughi non possono essere aiutati dalle organizzazioni, perché troppo lontani e in zone pericolose. L’Onu cerca di fare quello che può e sembra che faccia molto”.
Avvenire, 22 luglio 2008
LA CONSEGNA DI QUESTA GMG ALLA SUCCESSIVA. NON LASCIARSI INGHIOTTIRE DALL’«IDEOLOGIA RELATIVISTA»
di MIMMO MUOLO – Quando si conclude una Giornata mondiale della gioventù viene spontaneo chiedersi quale ne sia stata la nota dominante o quella più originale. Sydney 2008 potrebbe a prima vista essere parsa molto simile ad altri appuntamenti, come quello di Denver (1993) o di Toronto (2002), anch’essi ambientati sullo sfondo di grandi metropoli contemporanee, apparentemente distratte, se non impermeabili al Vangelo. In realtà, la prima Gmg in terra australiana ha detto qualcosa di più rispetto a quei pur significativi appuntamenti. Sia dal punto di vista della Chiesa, sia per quanto riguarda i suoi giovani protagonisti. Benedetto XVI in particolare ha mostrato che l’appuntamento di Colonia 2005, ereditato dall’agenda di Giovanni Paolo II, non era solo un doveroso omaggio di inizio pontificato al suo amato predecessore. Papa Ratzinger crede oggi alle Gmg almeno quanto il Pontefice che le ha inventate (e che dal Cielo – c’è da crederlo – ora continua ad assisterle). Crede alla loro forza evangelizzatrice, alla capacità che hanno insita di trasformare le giovani coscienze e immettere linfa vitale nella vita pubblica, perché i giovani sono oggi strategici per qualunque società; per di più saranno gli adulti di domani, e dunque la speranza di un mondo nuovo e diverso, dove «la vita sia accolta e non temuta», dove l’ambiente sia rispettato e dove la pace trionfi sui conflitti che ancora insanguinano il pianeta, passa attraverso il loro coinvolgimento e la loro concreta formazione. I giovani, come ha confermato il successo della Gmg australiana, questo lo hanno afferrato appieno. Ogni Papa ha la sua personalità. Ma vista l’esperienza di Colonia prima e di Sydney adesso, e ripensando alle Gmg di Giovanni Paolo II, viene spontaneo dire che entrambi hanno impresso il meglio di sé proprio nelle Giornate mondiali della gioventù. Il che non deve stupire se si pensa alla capacità ‘maieutica’ propria dei giovani, ruolo che riescono a svolgere anche rispetto ai successori del Pescatore di Galilea. Ed è in forza di questo impegno senza riserve che tali giornate ormai non appartengono più ad un solo Pontefice, ma come sottolineava ieri l’arcivescovo di Sydney George Pell, «sono diventate un punto di riferimento nella storia della Chiesa ». Benedetto XVI ne ha offerto in maniera palpabile la dimostrazione, affrontando nonostante i suoi 80 anni e più un volo così lungo e faticoso, tanto da confidare esplicitamente ai giovani la sua umanissima «apprensione» nel compierlo. Egli si è speso completamente e si è spinto il più lontano possibile, nel cuore di un Paese profondamente secolarizzato. Specialista anche lui delle missioni più difficili. L’ha fatto per offrire a quanti lo seguivano fino a lì la premura di una presenza paterna – dono già di per sé prezioso – insieme a un magistero di grande consistenza teologica e spirituale.
Il risultato è stato straordinario. In termini numerici (i 350mila di Sydney, viste le distanze e i costi, valgono sicuramente i numeri a sette cifre di altre edizioni), ma anche e soprattutto sotto il profilo programmatico. C’è una persistenza, in questo, straordinaria da parte dei due ultimi Papi. Chi non ricorda le ardue omelie che Giovanni Paolo II puntualmente offriva in occasioni come queste, a cominciare dal primo raduno giovanile da lui promosso per la domenica delle Palme 1984? Oggi, il Papa teologo e pastore, nel viaggio più lungo del suo pontificato, ha offerto ai giovani le chiavi di lettura aggiornate e dunque più penetranti in ordine ad un confronto non soccombente con la post-modernità, all’interno di società secolarizzate come quella australiana, nelle quali è decisivo non lasciarsi inghiottire da quella che lui stesso ha chiamato «l’ideologia relativista ». Ed è proprio qui il tratto di maggiore originalità di questa Gmg «degli antipodi ». Una pista di lavoro che già si proietta su Madrid 2011, e indica la direzione di marcia dei prossimi tre anni.
Giovani, voglia di protagonismo
Bagnasco: una grande presenza, con l’intelligenza e con il cuore
DAL NOSTRO INVIATO A SYDNEY MIMMO MUOLO – Il suo programma, in fondo, impegna non più di cinque giorni. Ma a osservarla quando è appena calato il sipario, la Gmg australiana appare ricchissima di spunti. Che il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, ci aiuta a riordinare da testimone e insieme protagonista dell’evento, nel corso del quale ha svolto due delle oltre 50 catechesi tenute dai nostri vescovi per i giovani italiani.
Eminenza, che immagine le lascia la Giornata mondiale di Sydney?
L’impressione forte di una partecipazione intensa e consapevole da parte dei giovani, a partire dal grande silenzio durante il tempo dell’adorazione nella veglia di sabato. La moltitudine di ragazzi sembrava veramente un cuor solo e un’anima sola nel silenzio totale di fronte a Gesù Eucaristia. Questa intensità deriva dalla parola del Santo Padre, intensa e argomentata, ma anche chiara e concreta, come desiderano i ragazzi che infatti lo seguono con crescente attenzione. Il silenzio di sabato notte è il segno che interiorizzano ciò che il Papa gli dice.
Visti dal palco, che impressione le hanno fatto questi giovani del mondo?
Quella di una grande ‘presenza’: c’erano, non solo ‘fisicamente’ ma con l’intelligenza, col cuore, con la fede. Se consideriamo la grande distanza dell’Australia rispetto a tanti Paesi presenti, la loro partecipazione qui è segno di grande impegno e sacrificio. Nessuna Gmg è una scampagnata, questa meno di tutte le altre.
Cosa l’ha colpita dei 10mila italiani presenti a questa Giornata?
La grandissima simpatia e la vera cordialità verso la Chiesa, i loro sacerdoti, i vescovi delle proprie diocesi. Ovunque ho visto, in prima persona e in forma riflessa, la familiarità allegra e sempre rispettosa dei ragazzi verso i loro pastori, il desiderio di stare con loro, di poterli ascoltare. Sentire i giovani così vicini e desiderosi di essere accompagnati è una grazia molto bella, un segno importante per il mondo giovanile e per noi pastori.
Che messaggio invia alla Chiesa italiana questa Gmg che ha registrato una partecipazione numericamente più contenuta ma con una vera mobilitazione per seguire l’evento anche da casa?
Indica che la Giornata mondiale non è una parentesi ma un patrimonio della Chiesa. L’intuizione di Giovanni Paolo II è stata raccolta da Benedetto XVI con grande convinzione. Anche i giovani che non possono partecipare in prima persona sentono il desiderio e la gioia di essere qui in qualche modo. Grazie ai nostri sacerdoti, alle organizzazioni diocesane e all’impegno dei mezzi di comunicazione tutto ciò si è realizzato. Dalle Gmg si ricevono sempre contenuti che vanno ripresi nei gruppi e nelle riflessioni personali, nelle parrocchie e nei movimenti. Ma da queste esperienze viene anche una grande carica di entusiasmo che non è superficiale perché ’siamo tutti insieme’, ma si mescola ai contenuti di fede e di preghiera. La pastorale giovanile riceve un grande impulso di contenuti, di motivazioni e di entusiasmo per poter crescere nelle nostre diocesi.
La Chiesa in Italia si spende molto sulla questione educativa. La Gmg di Sydney cosa rappresenta su questo fronte?
Ci dà la conferma che siamo sulla strada giusta e necessaria. La risposta di tanti giovani è la testimonianza che l’urgenza educativa, come spesso ha detto il Papa, è prioritaria nella società e nella Chiesa. Annunciare Cristo è la premessa di un’educazione seria, sostanziosa, che persegue il bene autentico della persona.
Delle parole del Papa ai giovani cosa l’ha impressionata?
Mi sembra entusiasmante il richiamo a essere profeti e testimoni di un mondo nuovo, dove la sacralità della vita e la verità dell’amore come dono di sé sono colonne portanti. Il Papa ha chiesto ai giovani di mostrare questo mondo nuovo, con la parola e la testimonianza della propria vita, a una società la cui cultura crea smarrimento nei loro cuori.
Si sente ancora dire che ‘questo Papa non scalda i giovani’…
Dire questo vuol dire chiudere gli occhi di fronte alla luce del sole. In queste giornate i giovani hanno incontrato anzitutto la persona del Papa, uomo mite e la dolce, sperimentando poi la bellezza e la limpidezza del suo magistero, che gli riporta i grandi ideali di Cristo. Quando parla con i giovani il Papa non fa sconti: l’abbiamo visto a Colonia, a Loreto, e ora a Sydney. E forse è proprio questo che affascina i giovani: un uomo che gli propone la verità tutta intera.
In Australia abbiamo trovato una Chiesa sotto l’attacco dei media, che fa i conti con la ferita degli abusi di alcuni sacerdoti. A questa Chiesa e al Paese il Papa ha consegnato parole e gesti forti. Cosa ne pensa?
Non si può che essere profondamente addolorati per episodi che però non vanno mai presentati come l’ordinarietà di una Chiesa, come quella australiana, con un clero generoso e dedito. Le parole e i gesti del Santo Padre, come già negli Stati Uniti, sono la riprova che lui non si tira indietro, non ha paura. Ha espresso e mostrato tutto il dolore e la comprensione per le vittime, entrando, come fa sempre, nel merito delle questioni anche più spinose. E questo aumenta il fascino del suo magistero».
I giovani italiani venuti a Sydney sono rimasti in contatto con chi li seguiva a casa, e viceversa, anche grazie alla presenza sul campo dei media cattolici…
Ancora una volta si rivela l’importanza dei mezzi di comunicazione, insieme alla loro grande responsabilità. Sono molto contento di questo sforzo che è stato fatto in modo così ampio, creando un ponte tra l’Australia e l’Italia così che tutti i giorni potessero rimbalzare in patria notizie sulla Giornata mondiale. Mi auguro che la profondità, la bellezza, le luci di questi giorni non siano mai distorti sui media per motivi ideologici o per pregiudizi, che non si metta in ombra la bellezza che si scorge sul volto di questi giovani se li si osserva con serenità di giudizio.
I ragazzi hanno potuto leggere di quanto accade in Italia, specie sul fronte della difesa della vita umana: basti pensare al caso di Eluana. Vista da qui, questa vicenda come le appare?
I miei sentimenti sono di partecipazione e vicinanza ai familiari che vivono la situazione in prima persona. Nell’opinione pubblica italiana, grazie a diversi soggetti, mi pare stia crescendo la consapevolezza dell’indisponibilità e dell’importanza assoluta della vita di una persona, in qualunque situazione. La vita è così preziosa che non può dipendere da elementi umani, come una sentenza. Una persona ferita dalla malattia richiede un accompagnamento, che nel caso di Eluana si è espresso nell’impegno di tante persone per lunghi anni: penso in particolare alla dedizione delle suore che l’hanno accudita »
Eminenza, come tanti nostri ragazzi anche lei sta per rientrare in Italia. Qual è la cosa più bella che porta con sé?
L’allegria dei giovani, e il loro silenzio.
Sydney, generazione d’amore nel «deserto spirituale» d’oggi
DAL NOSTRO INVIATO A SYDNEY, SALVATORE MAZZA - Guardavi domenica la distesa dell’ippodromo di Randwick e pensavi alle parole del Papa. Guardavi i giovani cantare e danzare sulla spianata, e pensavi alla speranza. L’antidoto all’«indifferenza» e alla «stanchezza spirituale» c’è, allora. C’è qualcosa, qualcuno, che non vuol cedere al «cieco conformismo, allo spirito di questo tempo», capace di reagire al «deserto spirituale» di queste società moderne la cui «prosperità materiale» nasconde una povertà, una miseria dell’anima che sembra senza fine. A Sydney, metropoli secolare nell’emisfero australe, non s’è celebrato un ricorrente rito di massa. A Sydney s’è confermato, una volta di più, come i giovani di una generazione perennemente raccontata come smarrita, sbandata, indifferente, apatica, siano profondamente diversi. E sanno dimostrarlo, esserlo, se solo si voglia, e si sia capaci, di credere in loro, di dar loro fiducia. Il Papa ci crede, e a questi ragazzi radunati a Randwick per la Messa conclusiva della Giornata mondiale della gioventù ha chiesto di essere «profeti », la spina dorsale di una «nuova generazione di cristiani » per costruire un mondo migliore, un mondo di rispetto e di pace, un mondo in cui «la vita sia accolta, rispettata e curata amorevolmente, non respinta o temuta come una minaccia e perciò distrutta».
Sydney, come ha detto il cardinale George Pell nel suo saluto finale al Pontefice, ha dimostrato che «le Giornate mondiali non sono di un Papa, ma un punto di riferimento nella storia della Chiesa attuale». E c’è, in questa sintesi felice, tutto il senso di un evento ecclesiale divenuto pienamente e indiscutibilmente maturo, né kermesse né happening, che è riuscito a far passare gli abitanti di questa città dalla preoccupata diffidenza dell’attesa alla curiosità, alla simpatia, alla solidarietà concreta verso i ragazzi infreddoliti. Fino a farsi travolgere nella stessa corrente d’entusiasmo, e a incamminarsi in centomila, domenica mattina, verso Randwick, a «rinforzare» le file dell’impressionante folla raccolta sotto il palco papale. «Il più grande evento nella storia dell’Australia», ha detto Morris Iemma il premier del New South Wales (lo Stato di cui Sydney è capitale). E non si riferiva solo ai numeri, superiori a quelli delle Olimpiadi del 2000. The Holy Sea, l’ha raccontato un giornale australiano giocando con le parole See, Sede ( Holy See in inglese significa «Santa Sede») e Sea, mare. Il Santo Mare.
Al quale Benedetto XVI ha scelto di affidare un messaggio «forte, puntando molto sui contenuti più che sull’effetto di entusiasmi che possono essere facili da suscitare, ma anche effimeri», come ha osservato il direttore della Sala stampa vaticana padre Federico Lombardi tirando un po’ le somme di questi giorni australiani. Messaggio «tutto in positivo, senza mai ricorrere a toni polemici o aggressivi», ha aggiunto lo stesso Lombardi, ribadendo come «il Papa ha voluto che il to- no dei contenuti fosse teologico e spirituale, non emozionale », confidando che stimolino «la voglia di approfondire ». E così a Randwick Benedetto XVI ha opposto alla «disperata ricerca di senso» in cui si dibattono gli uomini e le donne di oggi la chiamata all’impegno per un «rinnovamento» profondo. «In molte nostre società – ha detto – accanto alla prosperità materiale si sta allargando il deserto spirituale: un vuoto interiore, una paura indefinibile, un nascosto senso di disperazione. Quanti nostri contemporanei sono come cisterne screpolate e vuote, in una disperata ricerca di significato, di quell’ultimo significato che solo l’amore può dare?». Il mondo, e col mondo anche la Chiesa, ha allora «bisogno dei giovani, della vostra fede, del vostro idealismo e della vostra generosità, così da poter essere sempre giovani nello Spirito». Di qui l’invito a dare vita a una «nuova era» di «amore non avido ed egoista, ma puro, fedele e sinceramente libero, aperto agli altri, rispettoso della loro dignità», una «nuova era – ha insistito – nella quale la speranza ci liberi dalla superficialità, dall’apatia e dalla chiusura che mortificano le nostre anime e avvelenano i rapporti umani». Un invito ribadito all’Angelus, nel ricordo di come «nel messaggio dell’angelo» Dio avanzò attraverso Maria «una proposta di matrimonio con l’umanità». «A nome nostro, Maria disse di sì», ha spiegato il Papa. «Nelle fiabe – ha aggiunto subito dopo – i racconti terminano qui, e tutti ‘da quel momento vivono contenti e felici’. Nella vita reale non è così facile. Molte furono le difficoltà con cui Maria dovette cimentarsi nell’affrontare le conseguenze di quel ’sì’ detto al Signore… Attraverso le varie prove ella rimase sempre fedele alla sua promessa, sostenuta dallo Spirito di fortezza. E ne fu ricompensata con la gloria». È questo, alla fine, il mandato esigente che Benedetto XVI ha affidato ai giovani qui in Australia, e che i giovani hanno raccolto. «La Gmg – disse due sabati fa, durante il volo verso Sydney – non è semplicemente un avvenimento di questo momento… Questi giorni sono soltanto il momento culminante di un lungo cammino precedente. Tutto è frutto di un cammino, di un essere insieme in cammino verso Cristo. La Gmg, almeno per il prossimo nostro futuro, è una formula valida che ci prepara a capire che da diversi punti di vista e da diverse parti della terra andiamo avanti verso Cristo e verso la comunione. Impariamo così un nuovo andare insieme. In questo senso, spero sia anche una formula per il futuro». Sydney lo ha dimostrato. E già si guarda a Madrid, dove il Papa salutando i giovani ha dato appuntamento per la Gmg 2011.
Avvenire, 22 luglio 2008
Il grazie nel giorno del congedo «Settimana davvero memorabile»
Il saluto di Benedetto XVI: porto dentro di me i molti eventi di grazia sperimentati insieme. OLTRE I NUMERI
DAL NOSTRO INVIATO A SYDNEY MIMMO MUOLO
L’ aereo papale che si libra in volo dall’aeroporto internazionale di Sydney porta scritto sulla carlinga «Spirit of Australia». E in effetti un po’ dello spirito di questa nazione, consacrata fin dal suo nome («Terra australe dello Spirito Santo») alla terza Persona della Trinità, Benedetto XVI lo ha assimilato, se è vero che il premier australiano Kevin Rudd lo definisce «uno di noi» nel suo discorso di commiato. Il Papa sorride, ringrazia e ripensa alla «splendida esperienza» di questa «settimana davvero memorabile». Poco prima di giungere all’aeroporto, dove si svolge la cerimonia di congedo, l’aveva confidato ai 12 mila volontari della Gmg, incontrati al Domain, il parco non lontano dalla Cathedral House che è stato la sua casa in questi giorni: «Mentre mi accingo a ritornare a Roma, porto con me come un tesoro la memoria dei molti eventi pieni di grazia che abbiamo sperimentato insieme».
Le ultime ore di permanenza del Pontefice sul suolo australiano assomigliano a una sorta di bilancio a caldo del viaggio più lungo del pontificato. Tre sono gli impegni che scandiscono l’itinerario dei saluti. Ai due di carattere pubblico già ricordati (e ben noti fin dalla partenza) si aggiunge un po’ a sorpresa anche l’incontro con le vittime degli abusi sessuali da parte di alcuni sacerdoti australiani. Quattro persone, due uomini e due donne, partecipano alla Messa celebrata nella cappella della Cathedral House. E anche nei loro confronti (come riferiamo in altra pagina) Benedetto XVI ripete dunque qui a Sydney il gesto di sollecitudine pastorale compiuto negli Stati Uniti, dando così ancora più forza alla pesante condanna, pronunciata qui come in quella occasione.
Il problema dei preti pedofili, che i media locali avevano enfatizzato nei giorni scorsi, non ha comunque turbato l’atmosfera di quello che ieri il quotidiano Sunday Morning Herald, ha definito con un titolo a tutta pagina, chiosando una definizione del vescovo ausiliare della diocesi ospitante Fisher, «lo tsunami della fede e della gioia». Merito anche di quanti hanno lavorato senza sosta all’organizzazione della Gmg. Perciò il Papa, prima di andar via, ringrazia i volontari che di buon mattino – vestiti delle loro sgargianti giacche gialle e rosse – lo accolgono festosamente al Domain. Ci sono anche gli «ambasciatori » del World Youth Day (personalità locali della cultura e dell’arte), oltre ai cantanti dell’Inno ufficiale (Guy Sebastian e Paulini) e al Gesù e alla Maria della Via Crucis, Alfio Stuto e Marina Dixon. Il cardinale George Pell, arcivescovo di Sydney, che glieli presenta, sottolinea: «Ognuno di loro ha sacrificato il proprio tempo e ha messo a frutto le proprie attitudini per fare di questa Giornata mondiale un successo ». Il «grazie» di Benedetto XVI non può essere più significativo: «I vostri sforzi – dice nel suo discorso – hanno preparato il terreno perché lo Spirito scendesse con forza, plasmando vincoli di unità e di amicizia tra i giovani provenienti da ambienti culturali profondamente diversi, e rafforzando il loro amore per Cristo e per la sua Chiesa». Una Chiesa, aggiunge, che qui è apparsa davvero nella sua universalità. E nella quale, dirà poco dopo ai piedi dell’aereo, «gli attori principali» in questi giorni «sono stati i giovani». Perciò, davanti al primo ministro, alle altre autorità politiche e a una piccola folla di fedeli Benedetto XVI può concludere: «La Gmg ci ha mostrato che la Chiesa può rallegrarsi dei giovani di oggi ed essere colma di speranza per il mondo di domani». Il regalo finale giunge al Papa dal premier Kevin Rudd. «Per la prima volta – annuncia – l’Australia avrà un ambasciatore presso la Santa Sede residente a Roma ». Davvero Sydney 2008 è stata un successo. Per tutti.
Avvenire, 22 luglio 2008
Abusi sessuali dei preti: il Papa accoglie le vittime
DAL NOSTRO INVIATO A SYDNEY SALVATORE MAZZA
Un’ora con alcune vittime di abusi sessuali – due donne e due uomini –, compiuti da sacerdoti, per esprimere una volta di più la propria vicinanza. Un gesto già compiuto negli Stati Uniti, in aprile, e che Benedetto XVI ha voluto ripetere qui a Sydney, ieri mattina prima di ripartire per Roma, dedicando loro un tempo privilegiato: l’ultima Messa celebrata in privato prima di lasciare l’Australia. A sottolineare, in tal modo, l’importanza da lui attribuita a questo momento. «Come espressione della sua sollecitudine pastorale nei confronti di coloro che hanno subito abusi da parte del clero – si legge nel comunicato vaticano con cui è stata data la notizia dell’incontro, avvenuto per rispetto delle vittime nella più assoluta riservatezza – Sua Santità Benedetto XVI ha celebrato oggi una Santa Messa alla presenza di un gruppo rappresentativo di vittime. Il Papa ha ascoltato le loro storie e li ha consolati. Assicurando la sua vicinanza spirituale, ha promesso di continuare a pregare per loro, per le loro famiglie e per tutte le vittime». Con questo gesto paterno, prosegue la nota, il Papa «ha voluto dimostrare ancora una volta la sua sollecitudine nei confronti di tutti coloro che hanno sofferto per gli abusi sessuali». L’incontro ha avuto luogo in occasione della celebrazione della Messa nella piccola cappella della Cathedral House dove il Pontefice abitava in questi giorni. «La celebrazione è iniziata alle 7 – ha spiegato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi –. Erano presenti quattro vittime, due uomini e due donne, accompagnati dai loro supporter e da un sacerdote incaricato della pastorale di accompagnamento». Al termine della Messa, che Benedetto XVI ha concelebrato con il cardinale George Pell, arcivescovo di Sydney, il sostituto alla Segreteria di Stato monsignor Fernando Filoni e i due segretari, «gli ospiti – ha aggiunto padre Lombardi – hanno potuto par- lare singolarmente con il Papa che ha rivolto loro affettuose parole di partecipazione e di conforto». L’incontro «è terminato poco prima delle 8 e tutto si è svolto in un clima di rispetto, di spiritualità e di intensa commozione. Come già avvenuto negli Stati Uniti – ha osservato ancora il portavoce vaticano – il Papa ha desiderato incontrare alcune vittime come gesto concreto per esprimere i sentimenti da lui già manifestati più volte nei suoi interventi sul dramma degli abusi sessuali. In Australia ha desiderato farlo dopo la fine delle Giornate mondiali della gioventù perché queste – ha concluso – erano il motivo specifico del suo viaggio». Il Papa già sabato mattina, nell’omelia della Messa celebrata in Cattedrale alla presenza dei vescovi, sacerdoti, seminaristi e novizie australiani, aveva fermamente condannato gli abusi, riconoscendo «la vergogna che tutti abbiamo sentito» per questi fatti. «Davvero, sono profondamente dispiaciuto per il dolore e la sofferenza che le vittime hanno sopportato e assicuro che, come loro pastore, io pure condivido la loro sofferenza». Parole aggiunte dal Pontefice al testo dell’omelia diffuso poco prima della Messa, che poi così riprendeva: «Questi misfatti, che costituiscono un così grave tradimento della fiducia, devono essere condannati in modo inequivocabile. Essi hanno causato grande dolore ed hanno danneggiato la testimonianza della Chiesa. Chiedo a tutti voi di sostenere e assistere i vostri vescovi e di collaborare con loro per combattere questo male». Le vittime, aveva proseguito Benedetto XVI, «devono ricevere compassione e cura e i responsabili di questi mali devono essere portati davanti alla giustizia. È una priorità urgente quella di promuovere un ambiente più sicuro e più sano, specialmente per i giovani». «Mentre la Chiesa in Australia continua, nello spirito del Vangelo, ad affrontare con efficacia questa seria sfida pastorale – aveva aggiunto Papa Ratzinger – mi unisco a voi nel pregare affinché questo tempo di purificazione porti con sé guarigione, riconciliazione e una fedeltà sempre più grande alle esigenze morali del Vangelo».
La giornalista Totaro: un atto dal valore fortissimo
DAL NOSTRO INVIATO A SYDNEY
«Conquistata » dal cuore dei giovani. E anche « dal messaggio del Papa » , del quale « qualcosa è sicuramente rimasto per tutti » . Paola Totaro, corrispondente di The Sydney Morning Herald, fa a caldo con Avvenire un primo bilancio di questa settimana australiana del Papa. Che è « positivo » perfino « oltre le attese » più ottimistiche.
Il Papa ha detto di aver vissuto qui a Sydney un’esperienza splendida. Lo è stata anche per Sydney?
Sì, senza dubbio. Prima c’era molto scetticismo a proposito di questo evento, ma adesso mi sembra che tutti siano stati molto favorevolmente impressionati da questi giorni. Stiamo parlando di una città fortemente secolarizzata, una città dove la religiosità non è certo molto presente a livello pubblico: ma questi giovani così educati, così allegri, hanno sicuramente rappresentato una bella sorpresa. Basta leggere il tono degli editoriali, o le lettere inviate ai giornali, per rendersene conto.
Ti sembra che sia stato colto anche l’aspetto più strettamente religioso di questo evento?
Credo di sì. Forse in maniera non approfondita da un punto di vista teologico, per così dire, però questa presenza dei giovani non solo come « massa » , ma come preghiera è un fatto che ha molto colpito. La gente ha visto la Messa più grande mai celebrata in Australia, la via Crucis per le strade, ha seguito come mai una lunga serie di eventi religiosi attraverso giornali e televisioni. Qualcosa del messaggio del Papa è rimasto in questo modo per tutti.
Morris Iemma, il premier del Nuovo Galles del Sud, ha parlato di questa settimana come del più grande evento nella storia dell’Australia. Un’esagerazione politica o c’è, a tuo parere, l’espressione di un sentimento comune?
Iemma è cattolico, ed è di origine italiana, e sicuramente le sue sono state parole nate dal cuore. Se dobbiamo riferirci alle dimensioni, ossia ai numeri o alle problematiche organizzative, forse le Olimpiadi sono state un evento più impegnativo. Ma se consideriamo l’aspetto religioso, e anche culturale, forse definire in quel modo la Gmg non è un’esagerazione.
L’Australia attendeva una parola e un gesto del Papa sulla questione degli abusi sessuali. L’una e l’altro sono arrivati. Come sono stati vissuti?
A parte il discorso di sabato, credo che con l’incontro finale con le quattro vittime di abusi il Papa abbia lasciato un messaggio davvero forte. Un fatto molto importante per la Chiesa di Sydney, della quale va detto che forse, in precedenza, non era stata ineccepibile nell’affrontare questa emergenza. Magari qualcuno non si dirà ancora pienamente soddisfatto, ma il significato simbolico di quello che il Papa ha fatto è stato fortissimo.
Salvatore Mazza
Avvenire, 22 luglio 2008
I vescovi italiani: «Torniamo a casa trasformati»
DAL NOSTRO INVIATO A SYDNEY FRANCESCO OGNIBENE
Trentaquattro vescovi: una buona fetta dell’episcopato italiano ha accompagnato in Australia i 10 mila giovani italiani che hanno preso parte alla Gmg appena conclusa. La loro è tradizionalmente una presenza di sostegno e condivisione di un’esperienza cristiana forte con i ragazzi della propria diocesi, ma anche un servizio prestato alla Giornata mondiale. Anche in questa Gmg infatti quasi tutti i vescovi italiani partecipanti hanno guidato una o più catechesi nei giorni che, da mercoledì a venerdì scorsi, hanno preparato i giovani a piccoli gruppi nelle parrocchie di Sydney all’incontro con Benedetto XVI. In sede di cronaca, nei giorni scorsi, abbiamo già raccolto alcune tra le loro voci, in forma più ampia o succinta, anche in base alla disponibilità di testi preparati per gli appuntamenti formativi ( testi che, ove disponibili, sono ora pubblicati sul sito internet www.gmg2008.it a cura dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei). Di altri vescovi, strada facendo, abbiamo registrato le impressioni su questo o quel tema che andava emergendo nei giorni di avvicinamento all’abbraccio col Papa. Oggi, nel momento dei primi bilanci, proponiamo questa riflessione corale che unisce dieci voci. Un panorama forzatamente incompleto per via delle prime partenze e di programmi di viaggio che da ieri si sono fatti molto articolati. Ma una riflessione si imponeva, dal punto di osservazione dei pastori, dopo aver dato più spazio possibile ai ragazzi. Ed è quella che vi proponiamo, confidando di raccogliere nei prossimi giorni nuove impressioni da chi ha compiuto questa indimenticabile esperienza in Australia, agli « estremi confini » della terra e del Vangelo.
Interviste raccolte dai nostri inviati a Sydney ANNALISA GUGLIELMINO e PAOLO VIANA
DE VIVO. «Un evento per aprirsi al mondo»
«Vedere i giovani di tutto il mondo impadronirsi della città mi ha riempito il cuore». Il bilancio è ancora affidato alle prime impressioni. Ma per il vescovo di Pescia Giovanni De Vivo «la partecipazione dei ragazzi è stata sentita. Si sono preparati spiritualmente. Non è stata una gita. La Gmg non lo è mai». Per il gruppo della diocesi toscana uno dei momenti «più alti» è stata la Via Crucis. «Che non è stata vissuta solo dai giovani, ma nella città, per tutti, e ha avuto un riscontro eccezionale». Per il presule «chi fa questa esperienza non la dimentica». I giovani «hanno risposto all’invito dello Spirito di Dio a uscire dal loro ambiente per aprirsi al mondo». Al ritorno la Gmg deve tradursi «in un impegno quotidiano assieme alle diocesi vicine», conclude De Vivo, per il quale «la pastorale giovanile non si fa con un solo evento. I testi del Papa sono ricchi di messaggi, i ragazzi avranno da leggere e da riflettere».
FRAGNELLI. «Un investimento per la pastorale»
La Gmg ha raggiunto due obiettivi, e se ne può auspicare un terzo, secondo il vescovo di Castellaneta, Pietro Maria Fragnelli. «Il primo: abbiamo offerto ai ragazzi un incontro nella fede, contribuendo a spezzare la cappa del secolarismo dal profondo. Il secondo, di più lungo respiro: abbiamo visto vescovi che con i loro ragazzi si aprono a uno spirito missionario, che in Italia e in Europa non riusciamo ancora a recuperare a sufficienza. La missionarietà deve fare parte della nostra identità». Per il presule pugliese questo avvenimento è destinato a incidere anche nella vita delle Chiese locali. Si può auspicare «una conversione pastorale per i nostri preti: la Gmg è un investimento per la pastorale locale che deve lasciare un segno». Tenendo conto della lunghezza del viaggio e della sua onerosità, «hanno partecipato in molti e quindi dobbiamo augurarci una bella ricaduta sugli educatori».
GIUDICI. «La preghiera scopre nuove forme»
Per il vescovo di Pavia Giovanni Giudici il valore aggiunto della Gmg di Sydney è stato «il contatto con culture e stili di vita cristiana diversi». Questa Gmg «ha valorizzato le popolazioni dell’Oceania in genere dimenticate. Sono state in prima fila nei momenti più spettacolari ma soprattutto nelle occasioni di preghiera. Un’opportunità come questa persuade del fatto che il lavoro compiuto per rinsaldare l’appartenenza alla Chiesa nei cuori della gente è giunto a un punto d’arrivo che è allo stesso tempo una spinta nuova». Ciò che di più prezioso va portato con sé al rientro in Italia e nella vita comunitaria, secondo Giudici, sarà per tutti «la preghiera: abbiamo scoperto forme liturgiche diverse dalla nostra, nei canti e nei gesti, che hanno affascinato i ragazzi». Un modo questo, ha aggiunto il vescovo, per «ripensare la nostra liturgia, rispondendo maggiormente alle esigenze dei giovani».
MAZZA. «Con la forza della missionarietà»
«Abbiamo vissuto una Gmg aperta sul futuro. Darà grandi frutti». Questo il commento del vescovo di Fidenza Carlo Mazza. «La forza dello Spirito Santo ha aperto i cuori dei ragazzi, ma anche di noi vescovi e dei sacerdoti – spiega Mazza dopo le intense giornate australiane –. A Sydney abbiamo sentito la forza della missionarietà, dell’essere cristiani nel mondo, senza paura». La parola del Papa, per il presule, «ha accompagnato nel profondo i ragazzi, li ha colpiti, chiamati in causa. Hanno sentito di essere, in prima persona, protagonisti della missione della Chiesa. Di essere inviati. Hanno percepito l’universalità, l’appartenenza ai popoli del mondo, l’invito a uscire dai ‘cortili’ per aprirsi». Perciò, conclude il vescovo, «per le nostre Chiese diocesane è un nuovo slancio di partecipazione alla Chiesa universale, non da passivi ma da attivi comunicatori della Parola».
RUPPI. «Ora diamo più fiducia ai giovani»
«È stata la grande Pentecoste del terzo millennio». Per l’arcivescovo di Lecce Cosmo Francesco Ruppi la Gmg 2008 è un evento che «parte dal nuovo mondo e si diffonderà nel vecchio, in quell’Europa che ha un gran bisogno dello Spirito Santo». Per Ruppi «è una meraviglia vedere come una moltitudine di giovani sia guidata da Benedetto XVI a riconoscere che la forza della Chiesa è lo Spirito. Se è vero che la primavera della Chiesa è lo Spirito Paraclito, i giovani di oggi sono i veri portatori dei doni dello Spirito. Se daremo loro fiducia, questo sarà il millennio dell’unità e dell’amore universale». «La Chiesa italiana – aggiunge – ha il dovere di raccogliere il grido dello Spirito. Come nei momenti della grande crisi storica si è fatto ricorso allo Spirito, così anche oggi la crisi mondiale sarà risolta dalla forza impetuosa del Paraclito che parla un linguaggio di fede e di gioia, le due virtù essenziali per la nostra epoca».
SANTORO. «E adesso non lasciamoli soli»
Nel mosaico delle Gmg, quella appena vissuta ha un posto speciale per il vescovo di Avezzano Pietro Santoro, che l’ha definita «straordinaria per intensità dei contenuti, accoglienza delle comunità locali, profondità della catechesi del Santo Padre». Un’esperienza che «ha reso dinamici i cuori dei giovani: adesso hanno voglia di continuare nella propria comunità la missione e la testimonianza dei doni dello Spirito». «Quella dei ragazzi – continua – e dei loro accompagnatori non è stata una partecipazione improvvisata. La dimensione interiore, quella culturale e quella sociale state curate e sono avanzate in simbiosi». Ora questi giovani carichi di entusiasmo e di voglia di comunicarlo «sono nelle nostre mani: non lasciamogli percorrere cammini solitari», conclude il presule. La Gmg di Sydney «deve continuare nelle nostre strade, nelle nostre periferie, sotto i nostri campanili».
VITTORELLI. «Una vitalità da portare agli altri»
«Hanno scoperto che la loro fede è la stessa fede dei ragazzi di tutto il mondo, e questa esperienza li ha entusiasmati». Dom Pietro Vittorelli, abate ordinario di Montecassino, ha ascoltato i commenti dei 25 ragazzi della sua diocesi. «Si porteranno dietro a lungo una grande ricchezza – commenta –. Hanno vissuto con gioia gli eventi più intensi, come la veglia all’ippodromo di Randwick». Ma anche le tante catechesi e l’adorazione. Adesso «sanno che devono guardare al futuro». Vedono la Gmg di Madrid come una «nuova meta» e sono «consapevoli del cammino che faremo in diocesi. Mi aspetto da loro – aggiunge il pastore – che formino una ‘task-force’ missionaria nella nostra Chiesa locale, desiderosi di trasmettere agli altri il loro bagaglio di vitalità, facendo rifluire quello che hanno imparato a Sydney nella vita quotidiana. La loro disponibilità alla richiesta di fare squadra e farsi testimoni dello Spirito Santo è stata immediata».
VECERRICA «Missionari di un annuncio puro»
«La Gmg dimostra che tra i giovani di oggi c’è un’attrazione per il pellegrinaggio, noi vescovi dovremmo valorizzare questa domanda e collegarla alla Gmg in modo che essa divenga il punto focale di un impegno più ampio». Il vescovo di Fabriano-Matelica Giancarlo Vecerrica è rimasto molto colpito dai ragazzi di Sydney, «motivatissimi, pieni di attesa, di entusiasmo, altro che giovani vuoti». Le parole del Papa a questi giovani, spiega, «esprimono tutta la passione della Chiesa per loro», perché «senza i giovani non c’è profezia, loro aprono la prospettiva della Chiesa verso il futuro». «Se questi ragazzi diventano missionari nella società in cui vivono, siamo certi che il loro sarà un annuncio puro». Dalla Gmg, quindi, la Chiesa «riceve un’iniezione di coraggio e di testimonianza nuova, che coinvolge anche noi vescovi, che qui abbiamo sentito la bellezza di essere guide amorevoli ed entusiaste».
TONUCCI. «Un dialogo chiaro e coraggioso»
«Sono rimasto impressionato dalla comunione tra i giovani e il Papa. Quest’intesa, del resto, non è questione di età ma di chiarezza e di coraggio. E le parole del Papa sono state di grande chiarezza e di straordinario coraggio». È il commento dell’arcivescovo prelato di Loreto Giovanni Tonucci al termine della Gmg di Sydney. I giovani, spiega il presule, cercano questo stile «che non nasconde la verità, e anzi la proclama senza timori». Una sfida anche per i vescovi italiani, «poiché dobbiamo dimostrare lo stesso coraggio e avere fiducia nei giovani che sono capaci di raccogliere questa grande sfida». Oggi, nell’atto ufficiale che conclude la Gmg degli italiani nella cattedrale di Sydney, verrà regalata alla diocesi che ha ospitato la Gmg proprio una copia della statua della Madonna di Loreto. Per Tonucci, oltre che un regalo, sarà «un invito a condividere la stessa fede con coerenza e fedeltà» e un ricordo della presenza italiana alla Gmg 2008.
SECCIA. «I ragazzi, primi divulgatori»
Comunica tutto l’entusiasmo dei giovani della diocesi di Teramo- Atri il vescovo Michele Seccia. Ora per il centinaio di giovani «comincia la fase più bella e critica – commenta il presule –: quella del ritorno e del riscontro dell’esperienza vissuta». Primo passo sarà divulgare la catechesi del Papa, in particolare sulla missione. In diocesi «c’è grande aspettativa». Nella veglia di sabato notte più di mille persone si sono ritrovate davanti allo schermo nel santuario abruzzese di San Gabriele dell’Addolorata. «I ragazzi saranno i primi divulgatori. E gli educatori dovranno verificare cosa li abbia maggiormente colpiti e come possano trasmettere questa forza e le loro idee nei propri ambienti». Quest’anno, spiega il presule, il centenario della beatificazione di san Gabriele dell’Addolorata, morto a soli 26 anni, «sarà l’occasione per far passare tra i giovani il messaggio appreso alla Gmg: quello della santità come misura alta della vita cristiana ordinaria».
Avvenire, 22 luglio 2008
Rouco: la Gmg a Madrid Oltre l’edonismo c’è di più
Il cardinale, arcivescovo della capitale, parla della prossima Giornata in Spagna come di una preziosa occasione di missionarietà per i giovani «Tra derive culturali e il sorgere di nuovi movimenti molto dinamici è il momento giusto per impegnarci»
DAL NOSTRO INVIATO A SYDNEY MIMMO MUOLO - Dal momento in cui il Papa ha annunciato che la prossima Giornata mondiale della gioventù si svolgerà a Madrid nel 2011, domenica dopo l’Angelus, il cardinale Antonio Maria Rouco Varela ha stabilito un record. Sarà infatti il primo vescovo del mondo a ospitare per due volte la Gmg nella sua diocesi. Il porporato spagnolo, arcivescovo di Madrid e presidente della Conferenza episcopale del suo Paese, era infatti alla guida della diocesi di Santiago di Compostela nel 1989, quando i giovani di tutto il mondo e Giovanni Paolo II fecero tappa presso il famoso santuario. L’era delle Gmg era agli inizi, ma quel raduno mondiale segnò in qualche modo una svolta. Come spiega lo stesso cardinale in questa intervista ad Avvenire, poche ore dopo l’annuncio e a margine della conferenza stampa che l’arcivescovo madrileno ha tenuto con i giornalisti spagnoli a Sydney.
Eminenza, dopo l’Australia si torna dunque nel cuore dell’Europa. Quali sono i suoi sentimenti?
Una grande gioia, perché Madrid 2011 è una grazia di Dio. E una profonda gratitudine al Santo Padre. Sono certo che questa Gmg farà un gran bene alla Spagna.
Quando è nata l’idea di proporre Madrid come sede della Giornata?
Già dopo Toronto 2002. In Spagna stiamo attraversando da qualche anno un momento in qualche modo critico. Da una parte c’è una deriva che si sviluppa in senso individualistico e materialista. D’altro canto, però, nella vita della Chiesa sono nati movimenti nuovi e molto dinamici. Abbiamo ritenuto, dunque, che fosse il momento giusto per impegnarci. La Gmg, infatti, è uno strumento eccellente per incrementare la dimensione missionaria della comunità ecclesiale, soprattutto verso i giovani, e per aiutarli a superare la visione materialista ed edonista della vita.
Qualcuno penserà che si tratta di una sfida al governo Zapatero.
No. Come ho già detto, abbiamo fatto la prima richiesta nel 2002, quando c’era un governo di un altro colore politico. E del resto ai vescovi non interessa chi governa, purché sia assicurato il principio della libertà e vengano rispettati i diritti umani. È certo, però, che in questi anni è venuta a crearsi una nuova situazione culturale in Spagna e io penso che la preparazione e lo svolgimento di Madrid 2011 sarà molto utile per riflettere sulle radici cattoliche del Paese e sul ruolo che la fede può svolgere per il presente e il futuro della nazione, anche sotto il profilo dell’educazione dei giovani.
A Sydney gli spagnoli sono arrivati quasi in cinquemila. Qual è, al di là di ciò che dicono i media, la situazione della gioventù in Spagna?
Sono tantissimi i giovani che restano fedeli alla Chiesa. Ma sono pur sempre una minoranza, se consideriamo l’intera popolazione giovanile.
L’aspetto positivo è che la loro vita di fede è molto intensa, a differenza di quanto succedeva in passato, e su di loro i vescovi contano molto.
Lei era il vescovo di Santiago di Compostela nel 1989. In che modo farà tesoro di quella esperienza?
Sono passati diversi anni, la Gmg si è evoluta e dunque le due esperienze non sono direttamente confrontabili. Però a Santiago furono introdotti elementi che si sono rivelati decisivi per lo sviluppo dei successivi appuntamenti. Innanzitutto la dimensione della Gmg come pellegrinaggio è nata a Santiago. E anche le catechesi sono state introdotte allora. Oggi la Giornata ha una sua fisionomia ben definita. A noi tocca connotarla sempre più in senso missionario, perché vorremmo che il suo frutto fossero le vocazioni: per la vita consacrata, per il sacerdozio, per il matrimonio e la vita laicale nella società. Questo sarà importante anche a Madrid.
E a Madrid 2011 quale eredità trasmette Sydney 2008?
La realtà della universalità della Chiesa, vissuta e sperimentata. Qui abbiamo davvero toccato con mano che la Chiesa cattolica è veramente per tutti gli uomini, fino agli estremi confini della terra.
Un invito per i giovani italiani?
Mi auguro che siano così bravi come hanno mostrato di essere qui a Sydney, a Colonia e in tutte le Gmg precedenti, e che vengano numerosissimi in Spagna, confermando il vincolo strettissimo che li lega al Santo Padre e alla Chiesa.
«Adelante» contro il laicismo: ragazzi e sacerdoti si preparano
DAL NOSTRO INVIATO A SYDNEY PAOLO VIANA - La Messa è appena finita, e il koala si è già vestito di giallorosso. Spagnolo, s’intende. Per capirci: la Giornata di Sydney è finita, inizia quella spagnola. Scendono di corsa giù dal palco di Randwick, brandendo il koala di peluche che è il simbolo dell’Australia, avvolto completamente nella loro bandiera nazionale. I ragazzi della diocesi di Madrid si sentono già pronti a ospitare la prossima Giornata della gioventù, tra tre anni. E puntano in alto: «Venire a Sydney era complesso, a Madrid invece avremo almeno tre milioni di ragazzi» spara Juan Barbeito Diaz, seminarista ventenne della capitale. L’entusiasmo dei giovani iberici è alle stelle e la delegazione presente in Australia domenica l’ha mostrato generosamente. «Siamo pronti – annuncia il sacerdote Gonzalo Peres Boccherini che ha guidato il gruppo sul palco papale –. Gli australiani ci hanno dato una lezione sul piano dell’organizzazione della quale faremo tesoro». È il momento della gioia per la Gmg che ha posto il suo sigillo e per il cammino che inizia. L’inno ‘ Receive the power’ va in sottofondo e salgono i cori: « Benedicto amigo, España està contigo ». Gonzalo prova ad andare oltre: «Questa è stata la Gmg della meditazione sul secolari- smo e della condanna per la sporcizia della Chiesa, la nostra potrebbe focalizzare il tema dei rapporti tra Stato e religione, gli attacchi laicisti ai cattolici in Spagna sono insostenibili». E cosa dirà Zapatero? «La Gmg in Spagna è un’opportunità anche per lui» commenta il sacerdote con un sorriso. E aggiunge: «La Chiesa propone un cammino di umanizzazione perfettamente compatibile con la società moderna e avanzata che il nostro governo vuole realizzare, e spero che tutti se ne rendano conto». L’entusiasmo non parla solo madrileno.
«Questo raduno giovanile a casa nostra sarà una scossa salutare – annota Pablo Sala, giovane di Valencia –. Nei prossimi anni dobbiamo canalizzare la gioia di Sydney nell’attività delle Chiese locali. I ragazzi chiedono alla Chiesa di contrastare le distrazioni del nostro tempo con una spiritualità autentica, esigono coerenza e passione: per questo attraversano gli oceani e incontrano il Papa, pregano insieme nella notte e nel freddo, mangiano quel che capita, ridono e cantano insieme». Miguel de la Llana, ventiduenne di Pamplona, ammette che «la nostra è una lotta costante contro la cultura che ci propone modelli molto distanti da quelli di queste giornate», ma per Edgar Esteve, stessa città e stessa età, «il laicismo della cultura può essere sconfitto dalla testimonianza cristiana che si mostra al mondo insieme a questo Papa chiaro e rigoroso». Caratteristiche che piacciono a questi giovani spagnoli venuti in Australia: «La nostra società passa per essere cattolicissima, invece anche da noi ci sono sempre meno praticanti – spiega Sergio Arana, educatore di un centro formativo dell’Opus Dei – ma tutto questo carica d’importanza il fatto che migliaia di spagnoli siano arrivati fino a Sydney: chi partecipa alla vita ecclesiale è motivato, non si fa fuorviare». La Gmg spagnola focalizzerà i problemi della rievangelizzazione della società europea dove, aggiunge Ana Camps Alberdi, 34 anni, catechista di Madrid, «in pochi anni abbiamo perso il 50% dei ragazzi che frequentavano la parrocchia. Il problema sono le famiglie, sempre più divise, ma anche la Chiesa deve aggiornare il proprio linguaggio per parlare a tutti i giovani». Ci sono tre anni per lavorarci. Adelante, ragazzi.
Avvenire, 22 luglio 2008
Avvenire, 22 luglio 2008
Avvenire, 22 luglio 2008
CASO ENGLARO: IMPRESSIONANTE SERIE DI ERRORI E AMBIGUITÀ PROCEDURALI
Sforzo davvero straordinario. Usare il diritto alla rovescia
ALBERTO GAMBINO - Più passano i giorni, più si avvicendano appelli e manifestazioni di solidarietà, e più appare chiara la catena di errori giuridici e di ambiguità procedurali che si è annidata nella vicenda Englaro, che – come hanno confermato medici e giudici del caso – esula dal tema dell’accanimento terapeutico. La Corte d’appello di Milano, seguendo la Cassazione di ottobre, applica un cosiddetto ‘principio di autodeterminazione’ e, attraverso testimonianze ed elementi presuntivi della volontà di Eluana, autorizza il tutore a staccare il sondino naso-gastrico che veicola il sostentamento. Com’è possibile arrivare a tanto? Si è travisato, direi capovolto, il principio di libertà che vige per gli interventi terapeutici, e che è tuttavia da collegare al diritto all’integrità fisica, alla libertà personale e alla qualificazione giuridica della vita quale bene indisponibile. I diritti indisponibili – correlati a libertà costituzionali – possono evidentemente essere esercitati, ma è impossibile cederli o rinunziarvi. Sarebbe come dire che si può abdicare alla libertà di circolazione o di manifestazione del pensiero: nel momento stesso che se ne cede l’esercizio, la libertà muore. Per questo, il rifiuto di terapia deve essere esercitato personalmente e in piena autonomia rispetto alla sua attivazione e alla sua persistenza temporale. E suona davvero paradossale che l’esercizio personale del rifiuto – disatteso ora dai magistrati del caso Englaro – sia stato a suo tempo la condizione posta alla base del caso Welby, almeno per la valutazione che ne diede il Tribunale di Roma, il quale configurò sì nella condotta del dottor Riccio il reato di omicidio di consenziente, ma ne escluse la punibilità, in quanto il medico avrebbe agito – a detta di quei giudici – in presenza del dovere di adempiere al «diritto di autodeterminazione» del paziente stesso. La natura eccezionale del rifiuto, soprattutto se causativo della morte – si ricorda in quella sentenza – deve essere «personale, ovvero promanare dal titolare», non esercitabile tramite «rappresentante legale», «consapevole ovvero informato» e «attuale» e «quindi deve persistere nel momento in cui il medico si accinge ad attuare la volontà del malato».
Il problema è che la creazione giurisprudenziale del «diritto di autodeterminazione» ha drammaticamente snaturato proprio il principio dal quale lo si fa derivare – la libertà di rifiuto del trattamento terapeutico – assegnando alla volontà dell’individuo il potere di disporre modi e collaborazioni circa l’esito della propria vita. Con la conseguenza che, nel caso di Eluana, la libertà di rifiuto del trattamento terapeutico slitta nel rifiuto di assistenza umanitaria. Si tenta cioè di sostituire la libertà della persona con la volontà dell’individuo per dare fondamento teoretico dei diritti indisponibili, con il risultato di renderli ‘disponibili’ e contrattualizzabili. Nel caso Welby, ciò ha portato, in contrasto con il Codice di deontologia medica, ad assegnare al medico il ruolo di esecutore della volontà del paziente. Nel caso della Englaro, il «diritto all’autodeterminazione» è ridisegnato, ritenendosi non solo esercitabile da soggetti diversi dal titolare, ma anche desumibile da testimonianze e presunzioni, con la conseguenza di ripudiarne persino le pur equivoche fondamenta volontaristiche e trasformarlo in una sorta di «diritto di eterodeterminazione ». Così il malato in stato vegetativo con la sua volontà presunta (condizione che neanche Rodotà, su ‘la Repubblica’ del 19 luglio, disconosce), è valutato in relazione alla percezione altrui e non per il valore in sé, giuridicamente proprio della persona-soggetto di diritto. È un’analisi drammaticamente confortata dalla vulgata giuridico-mediatica che interpreta il decreto dei giudici d’appello, pensato per beni e situazioni reversibili, immediatamente esecutivo, sebbene impugnabile dal pm, così da suonare come una sentenza di «condanna a morte» (lo dice apertamente il professor Chiappetti su ‘Il Tempo’ del 21 luglio), con l’esito di una beffarda e definitiva consacrazione in ‘cosa’ del corpo inerme della Englaro. E, a proposito, dell’impugnazione del decreto, non può tacersi di un’altra irritualità. Il comunicato del primo presidente di Cassazione, illustrante il caso, non solo indebolisce la decisione della Corte (poiché se le sentenze sono chiare, esse parlano da sole; lo ha ricordato Marco Olivetti su ‘Avvenire’ del 20 luglio), ma asserendo che il decreto applica il principio della Cassazione, anticipa di fatto la possibile pronunzia della Corte da lui presieduta. Il paradosso finale di questo straordinario sforzo di usare il diritto alla rovescia si verificherà allorquando, all’esito del distacco del sondino – che il decreto tecnicamente ‘autorizza’ (il tutore può dunque cambiare la volontà della Englaro!) – nessun giudice potrà impedire che qualcuno ricominci a dare da bere e da mangiare a Eluana per assicurarle il sostentamento vitale nel rispetto di basilari principi di solidarietà e civiltà giuridica. Il malato così è valutato in base alla percezione altrui e non per il valore in sé, giuridicamente proprio della persona quale soggetto di diritto
«La scienza ignorata dal tribunale»
DA RIMINI FRANCESCA LOZITO
Lui l’appello dei 25 neurologi l’ha firmato. Perché ritiene che «la sentenza sulla vicenda Englaro apra un precedente pericoloso. È una sentenza capitale che condanna alla morte questa donna». Dario Caldiroli è direttore dell’Unità operativa di neuroanestesia e rianimazione dell’Istituto neurologico Besta di Milano. È l’unico medico dell’elenco che non ha una specializzazione propriamente in neurologia, ma in un campo molto vicino, che lo porta a stare a contatto anche con la possibilità che la conseguenza di un trauma possa essere lo stato vegetativo, una disabilità grave e persistente. Nei giorni scorsi in risposta a questo appello, stilato da alcuni tra i principali luminari italiani in questo ambito, è arrivato un nuovo documento, a firma del gruppo di studio di bioetica e cure palliative della Società italiana di Neurologia, in cui in buona sostanza si afferma apprezzamento per la sentenza. Ma Caldiroli non ci sta: «Il percorso che potrebbe compiere Eluana è assimilabile alla fine che hanno deciso negli Usa per Terri Schiavo».
Dottor Caldiroli che cosa si trova a dire da medico rispetto alle parole del giudice?
Che la sentenza, nelle sue motivazioni, ha delle lacune dal punto di vista scientifico. La scienza ha riconosciuto infatti che non si possa più parlare di stato vegetativo permanente, ma persistente.
Un bel punto di partenza per muovere le critiche.
E non ci si può fermare qui: oggi ci sono strumenti, come la risonanza magnetica funzionale, che hanno permesso di rilevare nel cervello l’attivazione di aree in seguito a uno stimolo senza che vi sia un’evidente risposta motoria dal punto di vista clinico.
Progressi scientifici dunque che non si accompagnano a miglioramenti nella cura.
Sì certo, occorre chiarire che stiamo parlando di un ambito della scienza medica molto complesso, ma ci sono delle certezze che sono state raggiunte e che vanno ribadite.
Quali?
La coscienza e il suo contenuto non sono attribuibili solo alle aree cerebrali che venivano prese in considerazione in precedenza, comunemente collegabili allo stato di coscienza, ma anche ad altre aree supplementari.
Ma ancora non sappiamo molto di quello che succede in queste aree.
No, il loro contenuto non è ancora esplorabile con i mezzi oggi a disposizione.
Alla luce di tutto questo pare difficile dire una parola scientifica definitiva sulla vicenda della giovane Englaro, no?
Certo, non è possibile e mi pare che invece ci sia, da parte di qualcuno, la tentazione di sostituire il dubbio, legittimo dal punto di vista della scienza, con certezze apparenti che hanno nomi molto convincenti agli occhi dell’opinione pubblica: libertà, autodeterminazione…
Vuol dire che negli stati vegetativi ci sono situazioni di dubbio?
Vuol dire che questi malati non sono tutti uguali. Vuol dire che, alla luce di quello che ho detto prima, non è possibile sapere se provano emozioni, se sentono, se vedono …
Ma i sostenitori dell’interruzione dell’idrata- zione e dell’alimentazione di Eluana dicono che ormai, dopo sedici anni, non sente niente.
E allora perché nella sentenza viene disposto che debba essere ricoverata in una struttura idonea ad alleviare le sofferenze dei malati terminali, l’hospice? Allora vede che un dubbio lo ha anche chi ha effettuato la perizia. Questa sembrerebbe una contraddizione.
Eppure l’assistenza degli ultimi giorni è un passaggio importante.
Certo e non ci si può non porre come medici degli interrogativi: con che monitoraggio verrebbero valutate le eventuali reazioni anomale della giovane all’interruzione dei trattamenti? Semplicemente in modo clinico o anche strumentale? E come allora?
Già, intanto a stabilire che deve morire e come deve morire è un Tribunale.
Credo che sia cosa legittima in democrazia rispettare una sentenza, ma è altrettanto legittimo esprimere il proprio personale dissenso, soprattutto se ci sono così evidenti contraddizioni. A cui si aggiunge, fatto non meno importante, che le istruzioni operative date dal giudice su come deve morire trascurano la possibilità di obiezione da parte dei medici ad eseguirle.
Comunque la si voglia vedere questa di Eluana Englaro è una vicenda drammaticissima, non crede?
Dal punto di vista umano non si può che essere vicini al padre di questa ragazza, non deve essere retorico affermarlo, la tragedia è atroce. Ma è opportuno dissentire dall’aspetto giuridico di questa vicenda, che non sta tenendo conto di quelle che sono le certezze e le incertezze della medicina. La scienza si basa anche sul dubbio.
Avvenire, 22 luglio 2008
Williams: per gli anglicani una delle sfide più dure
DAL NOSTRO INVIATO A CANTERBURY ANDREA GALLI
Non aveva usato mezzi termini, domenica sera, Rowan Williams, parlando di «una delle sfide più dure che la famiglia anglicana abbia mai affrontato nella sua storia», aggiungendo che «dobbiamo essere onesti su quanto profonde e dolorose siano le difficoltà che ci troviamo di fronte». Aveva pronunciato queste parole nel tendone allestito al centro dell’Università di Kent, a Canterbury, dove fino al 3 agosto si svolge la XIII Conferenza di Lambeth, gli stati generali della comunione anglicana. E il tema sotteso all’intervento, come a tutta Lambeth 2008 del resto, era la profonda spaccatura creatasi in seno all’anglicanesimo sul tema dell’ordinazione di vescovi omosessuali – il primo è stato l’americano Gene Robinson nel 2003 – e quello dell’ordinazione episcopale delle donne, che da alcuni anni è una realtà in Paesi come l’Australia, gli Usa e Cuba, ma che dall’inizio di luglio è stata approvata anche dalla Chiesa d’Inghilterra, che dell’anglicanesimo resta la Chiesa madre e modello. Una spaccatura che ha fatto sì che ben 230 degli 800 vescovi circa invitati a Lambeth abbiano boicottato l’evento e soprattutto che ha fatto nascere, lo scorso giugno a Gerusalemme la Global Anglican Future Conference (Gafcon), un movimento che potrebbe spingersi fino a uno scisma vero e proprio. Di enormi proporzioni.
Ieri comunque Williams, arcivescovo di Canterbury e primate della Comunione anglicana, in una conferenza stampa di introduzione a Lambeth 2008 ha sfoggiato un moderato ottimismo. E un approccio conciliante. Dopo aver accusato nei giorni scorsi i vescovi protestanti – protestanti in senso letterale – di «aver causato una ferita nel corpo anglicano», ieri ha volto le critiche in positivo, esprimendo il rammarico per l’assenza di voci che «se fossero state presenti nel dibattito come l’avevamo concepito avrebbero portato un contributo salutare». «Andiamo verso uno scisma? Vedremo – ha poi replicato il primate anglicano a una domanda sul tema – «se questa è la fine della comunione anglicana penso che nessuno ne abbia però informato i presenti», riferendosi al clima positivo che si registrerebbe fra i vescovi giunti a Canterbury. Le province protagoniste del boicottaggio, ha sottolineato, «hanno espresso un grave disaccordo e delle serie critiche che dovranno trovare una risposta nei mesi e negli anni a venire », ma «non hanno detto: vogliamo tirarci fuori dalla comunione. Questo è quanto».
Sulle tensioni riguardanti le donne vescovo, invece, Williams ha ricordato che le divergenze esistenti sarebbero sulla liceità o meno di un’ordinazione femminile a tale ministero, ma non sul fatto che comunque, anche da un donna vescovo, «venga svolto un ministero». E su questa base sarebbe possibile continuare un dialogo tra le varie fazioni in disaccordo, arrivando alla firma di quel «covenant», di quel patto che verrà proposto alla fine dei lavori come misura per salvaguardare l’unità anglicana. «Sono ben conscio anche di quello che il segretario di Stato vaticano ha scritto, così come di quello che ho sentito da amici che ho a Roma», ha continuato Williams in riferimento al messaggio fatto pervenire dal cardinale Tarcisio Bertone, a nome di Benedetto XVI, in cui veniva ribadito che il «ministero dell’ordinazione è legato alla fede apostolica tramandata fin dagli inizi e dalla regula fidei fedelmente trasmessa, sotto la guida dello Spirito Santo, attraverso i secoli», cosa che renderà il viaggio ecumenico con il mondo anglicano «più difficile e arduo». «So che questa non è una questione che si potrà risolvere in fretta… avremo molto di cui discutere teologicamente ». In ogni caso, ha concluso il garante della comunione anglicana, «come cattolici e anglicani abbiamo una risorsa nelle varie dichiarazioni comuni riguardanti il ministero [sacerdotale]», dichiarazioni «che ci hanno permesso di riconoscerci vicendevolmente fino a oggi. Se perdessimo ciò sarebbe un problema molto serio». Williams ha poi spaziato su diversi temi, anche pastorali, dal necessario impegno perché sia garantita una formazione teologica adeguata e di eccellenza nelle varie province anglicane, all’importanza del «book of common prayer», il testo liturgico promulgato da promulgato da Carlo II nel 1662, giudicato uno dei mezzi più preziosi per preservare l’identità anglicana.
In agenda pace, ambiente, giustizia e annuncio
L’assise in corso nel Kent i cui lavori si sono aperti domenica terminerà il prossimo 3 agosto. Oggi è previsto l’intervento del cardinale Ivan Dias
È nata a causa di un divorzio, quello di Enrico VIII da Caterina d’Aragona. Si è riunita per la prima volta nella forma che è rimasta nota col nome di Conferenza di Lambeth, nel 1867, per risolvere una serie di nodi teologici e giurisprudenziali come quelli generati dall’allora vescovo di Natal, in Sud Africa, che considerava lecita la poligamia per gli indigeni convertiti al cristianesimo. Per alcuni, insomma, non è una sorpresa che l’ultima e drammatica crisi della comunione anglicana si giochi su questioni legate all’etica sessuale e all’identità di genere. Ma Lambeth 2008, che pure a questi temi dedicherà i lavori dell’ultima settimana, si occuperà anche di altro: salvaguardia del creato, pace nel mondo, giustizia sociale, problemi dell’evangelizzazione soprattutto (stasera è prevista la sessione plenaria con l’intervento di un rappresentante della Chiesa Cattolica: il cardinale Ivan Dias, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli). E in una forma «binaria»: accanto al programma per i vescovi ne è previsto uno parallelo, la «Spouses conference», per le mogli dei prelati, 557 in tutto, che sono idealmente presiedute da Jane Williams moglie dell’arcivescovo di Canterbury e come il marito stimata teologa. Pare poi che nei prossimi giorni sarà di scena una novità assoluta: il primo figlio di un vescovo anglicano a nascere durante una conferenza di Lambeth. La conferenza di quest’anno ha avuto inizio realmente domenica scorsa – i primi giorni, da mercoledì a sabato, sono stati di ritiro spirituale – nella forma più solenne: una grande cerimonia nella cattedrale di Canterbury, lì dove venne ucciso nel 1170 san Tommaso Becket da cavalieri-sicari inviati dal re Enrico II, dove i 600 vescovi arrivati da tutto il mondo sono entrati in processione presieduti da Rowan Williams. Momento clou della celebrazione, animata anche da un gruppo di danzatori melanesiani in abiti tradizionali, è stato il sermone del reverendo Duleep de Chickera, vescovo di Colombo, nello Sri Lanka, che, tra le altre cose, ha fatto un appello all’unità a «prescindere dal colore, dal genere, dall’orientamento sessuale, dalle abilità», richiamando la necessità di un atteggiamento profetico del mondo anglicano, in particolare per quanto riguarda il coraggio di denunciare le ingiustizie di cui sono vittime Paesi come il Sudan, lo Zimbabwe, l’Afghanistan o l’Iraq. Appello conclusosi con un canto buddhista intonato dallo stesso vescovo cingalese e proposto come un inedito modo per «connettersi all’Eucaristia ». Fra la perplessità di alcuni e la piacevole sorpresa di molti.
Avvenire, 22 luglio 2008
Illich, domande al cristianesimo
DI LUCETTA SCARAFFIA
È stata tradotta da Quodlibet una delle ultime interviste a Ivan Illich, registrata per la radio canadese, dal titolo provocatorio (e un po’ eccessivo)
Pervertimento del cristianesimo (Conversazioni con David Cayley su Vangelo, Chiesa, modernità) che conclude in una atmosfera apocalittica ma intrisa di speranza. Il volume comprende una accurata ricostruzione biografica, che offre informazioni utili per ricostruire il complesso percorso intellettuale e spirituale del filosofo e pedagogista scomparso nel 2002, confermando l’idea che sia stato uno degli intellettuali più fertili e innovativi del Novecento. La lucidità e la forza del suo pensiero critico sulla modernità, infatti, nasce da un percorso di vita intenso e originale, a cominciare dalla sua origine ebraico-croata, le sue esperienze di vita in varie parti del mondo, rese più interessanti dalle doti di poliglotta, gli incontri significativi con alcuni fra gli intellettuali più interessanti del tempo, da Maritain a Guardini, da Fromm a Foucault, Peter Berger, Paolo Prodi, nonché René Voillaume, iniziatore dei Piccoli Fratelli di Gesù. Ma anche dal suo essere stato sacerdote, e di esserlo rimasto, in fondo, sino alla fine della vita, nonostante avesse rinunciato allo stato sacerdotale dopo essere stato sottoposto a una inchiesta del Sant’Uffizio.
Lo dimostra l’appassionata contrapposizione della fides alla
religio che costituisce il senso profondo dell’intervista. Una contrapposizione ispirata alla forza rivoluzionaria del messaggio di Cristo, che ha accolto senza mediazioni, come prima di lui hanno fatto eretici e santi: rischio esistenziale contro sicurezze assistite, gesto d’amore personale e imprevedibile contro le agenzie di assistenza organizzate, anarchica rinuncia contro l’obbligo di soddisfare i ‘bisogni’. Ma, a differenza di tanti eretici, Illich non ha mai cercato di radunare intorno a sé una Chiesa alternativa, ma solo un gruppo di intellettuali con i quali, in serena amicizia, discutere. La sua forza è stata nei libri coraggiosi, che hanno fatto riflettere le élites intellettuali di tutto il mondo. La sua funzione nei confronti della Chiesa, che ha continuato a guardare con rispetto, è stata di pungolo vivificatore, di sguardo critico che spinge a una costante verifica della sua funzione, del suo operato. Il suo pensiero si dipana sempre sul filo di un confronto storico e comparativistico, così da dissacrare i luoghi comuni in cui siamo immersi, e quindi ottenere la libertà di giudizio.
La novità dei Vangeli, per lui, è la capacità di volgersi verso l’altro in modo spontaneo, non premeditato e disponibile a farsene sorprendere, come ha fatto il samaritano nei confronti del giudeo ferito nella parabola evangelica: «Qualcosa di cui Gesù ci ha parlato come di un modello della mia personale libertà di scegliere chi sarà l’altro per me, è stato trasformato nell’uso del potere e del denaro allo scopo di fornire un servizio». La trasformazione di questa teoria rivoluzionaria in un sistema giuridico da parte della Chiesa, secondo Illich, ha formato i presupposti che avrebbero creato la società moderna. In questa intervista, quindi, Illich riprende una per una tutte le critiche alla modernità che ha elaborato nel tempo, riallacciandole al principio base sul quale egli le ha misurate, cioè le parole di Cristo. Egli ritiene cioè il mondo moderno frutto di un tradimento del suo antecedente cristiano ed è convinto, quindi, che solo attraverso un attento studio del passato si possa arrivare a cogliere quanto strana e stonata sia la nostra società contemporanea. Così i cambiamenti nel modo di avvicinarsi all’immagine, non più una soglia verso l’altro mondo – come aveva sostenuto a Nicea Giovanni Damasceno – ma espediente didattico, fino ad arrivare al mondo virtuale di oggi, in cui l’immagine, nel suo essere senza tempo e senza spazio, ci si presenta come una sorta di eternità contraffatta. Qualcosa che secondo Illich «non avrebbe mai potuto esistere senza l’originale cristiano». Ma il suo non è un pensiero negativo e nostalgico del passato: Illich è infatti convinto che la perdita di credibilità delle moderne istituzioni ci ponga davanti al cristianesimo come mai era avvenuto prima d’ora, proprio perché oggi viviamo in un tempo apocalittico, quindi di rivelazione.
Avvenire, 22 luglio 2008
Il «Manifesta» delle differenze
DA TRENTO GIANCARLO PAPI
Riflettere, riflettere, riflettere. È questo che ci invita a fare Manifesta 7, la Biennale d’arte contemporanea che ad ogni edizione si sposta da una città all’altra dell’Europa e che quest’anno è ospitata in Italia, in Trentino-Alto Adige, lungo un itinerario di oltre 150 chilometri che va da Fortezza, presso Bressanone, fino a Rovereto, passando per Bolzano e Trento. È un’edizione che non concede nulla al sensazionalismo, agli effetti speciali, allo spettacolo. Chi pensa di venire a questa Manifesta (cataloghi Silvana Editoriale) per partecipare ad un giro di giostra si sbaglia di grosso, perché qui si richiedono attenzione e tempi lenti. Ciò non significa che la mostra non sia fresca e vivace. Anzi, non c’è dubbio che lo sia, anche se a volte a scapito dell’allestimento che, come a Rovereto, è qua e là approssimativo. Così, se l’equilibrio tra aspetti socio-ideologici e poetico-estetici è sbilanciato in favore dei primi, non è raro imbattersi in opere presuntuose e sciatte che difficilmente rimarranno nella memoria. Dunque oltre a saper vedere occorre saper cogliere le emozioni assieme alle idee, il movimento assieme all’immobilità, il desiderio di avventura assieme alla nostalgia, la partenza assieme al ritorno. L’obiettivo dei curatori (il polacco Adam Budak, il tedesco Anselm Franke, l’israeliana Hila Peleg e il gruppo indiano Raqs Media Collective), emergenti come buona parte dei quasi duecento artisti, è infatti modificare nel visitatore i moduli percettivi e a variare le tonalità emotive, perché, proustianamente, «il vero viaggio di scoperta non consiste nel vedere nuovi panorami, ma nell’avere occhi nuovi». Il prologo teorico è ruotare attorno alle «dinamiche delle differenze che costituiscono il cuore pulsante dell’Europa», che molto bene trovano riscontro nella natura multilingue e multiculturale del Trentino-Alto Adige, situato sul confine tra nord e sud, tra società rurale e industriale.
Le sedi hanno dato ciascuna una parola chiave nella lettura della mostra stessa. L’ex forte asburgico di Fortezza ci parla di un recupero della storia e della necessità del rapporto tra passato e presente come se la storia non potesse essere considerata in termini lineari, ma piuttosto come un continuo andirivieni di idee che si incontrano, si perdono, riemergono alla luce come sorgenti. Scenarios
è il bel titolo della mostra, alla cui allestimento ha preso parte il team curatoriale nel suo insieme, che non presenta immagini, ma solo ed esclusivamente l’immaterialità dei suoni e delle parole. I testi, affidati a dieci autori (romanzieri, filosofi, storici, poeti, artisti), intendono rispondere all’enigma del luogo, al suo labirinto di memorie, al suo sussurro di guerra, alle sue storie. Il teatro della battaglia, per la quale la fortezza fu inizialmente edificata, è sostituito da un teatro dell’immaginazione che ha luogo nella mente di ciascun visitatore. Del quale l’iracheno Saadi Yousef interpreta con alcune poesie il senso di spaesamento all’interno dell’affascinante manufatto di cui l’italiana Adriana Cavarero sottolinea la natura materna, che non solo fortifica ma che anche protegge.
A Bolzano, nella ex Alumix, The Rest of Now
curata dal Raqs Media Collective intende fare riflettere su ciò che è scomparso, riconoscere quello che è stato lasciato dietro e prepararsi per quello che arriverà. Efficace il lavoro dell’italiano Stefano Bernardi, che ha documentato la metamorfosi dell’edificio dallo stato di abbandono alla sua nuova funzione attraverso i suoni registrati durante la ristrutturazione. Altrettanto significativa è l’opera del lituano Darius Ziura che documenta con una serie di fotografie il suo vagare senza meta nell’autunno del 2007, con una vecchia automobile; un viaggio disperato e allo steso tempo affascinante, nei posti più remoti all’interno della Russia.
A Trento, al Palazzo delle Poste, con The Soul sono intervenuti Anselm Franke e Hila Peleg per esaminare l’Europa di oggi non come entità geopolitica in espansione, ma da un punto di vista più raccolto e circoscritto dalla sua anima, ‘frontiera interiore’ che rappresenta la ricerca di un’immaginazione priva di vincoli e il ricorso al potere soggettivo quale strumento di scoperta personale e di trasformazione del mondo. Si segnalano, nel mazzo non particolarmente entusiasmante delle opere, quelle forse più poetiche e intime, ovvero i video dell’inglese Marcus Coates e degli italiani Gianluca e Massimiliano Serio. Il primo cerca di dimostrare attraverso un laborioso processo di registrazioni filmate il possibile collegamento tra il linguaggio animale e quello umano, mentre i secondi, attraverso la rappresentazione di un percorso d’amore tra persone con ritardi psichici, ci parla di Salvatore il quale, nel momento in cui cerca di descrivere il suo amore, realizza il proprio autoritratto.
A Rovereto Adam Budak, con Principle Hope
nelle sedi della Manifattura Tabacchi e della ex Peterlini, si focalizza sulla mappatura e sull’analisi dell’ecologia dello spazio, del suo carattere pubblico e della sua funzione relazionale. Ed è proprio in questa sezione che forse sono presenti le opere più interessanti di tutta la rassegna: il tappeto fatto di polvere, opera delicata e preziosa del bosniaco Igor Eškinja, e la grande installazione, al contrario rumorosa e spiazzante, dell’italiano Nico Vascellari che, coniugando proiezioni e musica, offre una nuova visione del paesaggio.
Bolzano, Fortezza, Rovereto, Trento, MANIFESTA 7. Fino al 2 novembre
Avvenire, 22 luglio 2008
E nell’Urbe da venti secoli è «egittomania»
DA ROMA MARCO BUSSAGLI - Molti anni or sono, Jurgis Baltrusaitis, il famoso studioso lituano, pubblicò un libro, La Quête d’Isis,
che nel 1985 sarebbe stato tradotto in Italia con il titolo La ricerca di Iside. Il testo si rivelò fondamentale per tracciare il percorso di quella che con un riuscito neologismo sarebbe stata chiamata “egittomania”, ovvero il desiderio di recuperare i segreti e la cultura dell’antico Egitto. Fin dalle origini delle civiltà mediterranee, il Paese del Nilo si pose come punto di riferimento da eguagliare o da imitare per raggiungere i livelli più alti nelle manifestazioni artistiche, nella scrittura, nell’architettura e nella politica. Gli antichi Greci, com’è ben noto, s’ispirarono all’Egitto per la scultura arcaica monumentale, a cominciare dai kouroi, quei «ragazzi» (questo il significato del nome greco) di marmo con funzione votiva che avevano nella stilizzazione dei capelli il segno della contaminazione con la civiltà dei faraoni. Baltrusaitis spaziava dalle origini all’Ottocento per descrivere lo sviluppo di questo filone culturale che attraversa tutto l’Occidente e che ha momenti di rinnovato interesse, per esempio, all’indomani della campagna napoleonica in terra d’Egitto che portò, grazie alla geniale intuizione di Champoillon, alla scoperta del reale significato dei geroglifici. Quello della scrittura, infatti, fu uno degli aspetti che affascinarono di più gli uomini di tutte le epoche, anche dopo la recuperata capacità di leggere quelle singolari iscrizioni.
Si pensi per esempio a quel ponderoso testo che è l’Obeliscus Pamphilius, scritto da padre Athanasius Kircher nel 1650, che proiettava sull’incisione dell’obelisco recuperato dalle rovine del Circo Massimo, tutta la sapienza cosmologica di una civiltà ormai scomparsa. Quella lettura e quella fantasiosa interpretazione ispirarono una dei più bei monumenti di Roma, al centro del quale fu collocato l’obelisco: la Fontana dei Fiumi di Piazza Navona. Nel percorso culturale dell’egittomania, infatti, Roma ha sempre giocato un ruolo primario, a cominciare – se si vogliono escludere i trascorsi della Roma imperiale con le celebri navi di Caligola, vero e proprio tempio lacustre dedicato a Iside – dagli appartamenti Borgia in Vaticano, dove Pintoricchio e la sua bottega ha affrescato il mito del bue Api e le storie di Iside e Osiride che esaltavano l’emblema del pontefice committente del ciclo. Com’è noto infatti, l’impresa della famiglia Borgia era il toro ed Alessandro VI voleva dimostrare con quelle preziose pitture l’origine leggendaria e divina della sua schiatta, derivata addirittura dalla divinità egizia. Non si pensi, però, a blasfemia. Le teorie sulla religione, promulgate anche da Annio da Viterbo che fu ispiratore del ciclo, consideravano la religione egiziana come l’antenata diretta di quella cristiana e quindi il bue Api come antenato diretto di Cristo. In altre parole, il papa affermava, con la testimonianza del suo stemma, la vicinanza della sua famiglia al fondatore del cristianesimo. A rendere possibile questo legame era stato Ermete Trismegisto, figura leggendaria la quale, secondo Marsilio Ficino che ne tradusse i testi, avrebbe posto le basi di quel sincretismo religioso fra antichità e cristianesimo che recuperava la radice più genuina delle origini della teologia. Per questo, all’ingresso del Duomo di Siena, Antonio Federighi aveva collocato proprio questa figura. Adesso, all’egittomania è dedicata una bella mostra nella sede di Castel Sant’Angelo a Roma. L’esposizione annovera veri capolavori che vanno da opere originali dell’antico Egitto, come le statuine di età tarda provenienti dal Museo Archeologico di Napoli, o la celebre Mensa Isiaca del Museo di Torino, per passare alle interpretazioni romane di Villa Adriana, fino allo splendido (1512) Messale Colonna (da Manchester) e alla Fuga in Egitto di Poussin generosamente prestata dal Louvre. Si traccia così un percorso che abbraccia diverse migliaia di anni del quale il bel catalogo edito da Electa si propone come guida. Qui, oltre ad un singolare scritto di Maurizio Calvesi, si susseguono gli autorevoli testi del curatore Eugenio Lo Sardo, di Filippo Coarelli, Claudio Strinati e Aldo Mastroianni che affronta il tema della massoneria, quando l’egittomania divenne egittofilia.
Roma, Museo nazionale di Castel Sant’Angelo. LA LUPA E LA SFINGE. Roma e l’Egitto dalla storia al mito. Fino al 9 novembre
Avvenire, 22 luglio 2008
Islam e Occidente, prove di dialogo
DI ANNA POZZI
«Il nostro lavoro comune è quello di fare tutto il possibile per ridurre le tensioni tra mondo musulmano e Occidente. Occorre smettere, da una parte come dall’altra, di stigmatizzare e discriminare l’altro, poiché il futuro del mondo dipende dalle relazioni tra le religioni». Questo, in sintesi, il messaggio che Mustapha Cherif, intellettuale algerino, ha rivolto al Papa durante la visita dello scorso 11 giugno insieme ad altre nove personalità musulmane. È la seconda volta che Cherif incontra il Papa. Filosofo, docente universitario – ma anche ex ministro dell’Insegnamento superiore e della Ricerca scientifica ed ex diplomatico – era stato ricevuto da Benedetto XVI all’indomani del discusso discorso di Ratisbona per precisare che «nonostante le incomprensioni, noi musulmani siamo più che mai interessati al dialogo e al vivere insieme ». Ora sta completando un libro ispirato da questi incontri dal titolo Conversazioni con il Papa.
Lei è tra i firmatari della lettera aperta dei leader musulmani ai responsabili delle Chiese cristiane e farà parte della delegazione che parteciperà al forum islamo- cattolico del prossimo novembre. Qual è il suo senso di queste iniziative dal suo punto di vista?
«Ritengo che razzismo e islamofobia nel Nord del mondo, accompagnati da ignoranza e paura, si stiano aggravando; i popoli musulmani si sentono spesso aggrediti e vittime di politiche ingiuste. Ma anche il risentimento e l’amarezza in molti Paesi del Sud stanno sfociando in atti di collera e di violenza. Di fronte a questo scenario inquietante, noi osiamo prendere la parola per smarcarci dalle minoranze che praticano la violenza e per proporre gesti di apertura che rappresentino una sfida comune per il futuro ».
Secondo lei, quali sono le basi per una migliore comprensione e collaborazione tra cristiani e musulmani?
«Oggi siamo di fronte a tre grandi sfide. La prima – che riguarda tutti coloro che hanno a cuore i valori spirituali – è il fatto che la religione viene sempre più messa ai margini dalla vita della gente. Siamo di fronte a un sistema dominante che si appoggia sulla mercificazione del mondo e sull’ateismo e che liquida i valori morali, spirituali e religiosi. Questa, a mio avviso, è la più grande sfida comune. Ridare all’umanità senso, riferimenti, valori…».
E la seconda?
«È quella della democrazia. Oggi le relazioni internazionali non sono democratiche. E la democrazia in molti Paesi del Sud è debole. Le grandi potenze vogliono imporre il loro sistema e il loro punto di vista con la forza. Il che crea disperazione e reazioni cieche».
Anche i Paesi arabi, tuttavia, presentano gravi deficit di democrazia…
«All’interno delle nostre società, le pratiche democratiche non sono sufficienti. Certo, esistono istituzioni ed elezioni, libertà di espressione e una società civile, ma tutto questo deve essere migliorato ».
E la terza sfida?
«È quella della differenza. Il rifiuto del diritto alla differenza, specialmente da parte dei media, è molto preoccupante. È tempo che l’Europa, che si dice demo- cratica e paladina dei diritti dell’uomo, metta in atto seriamente questi principi e dia l’esempio del rispetto della differenza ».
Lei mette in guardia contro il fenomeno dell’islamofobia Che cosa intende esattamente?
«Quello dell’islamofobia è un fenomeno allarmante. Oggi la principale forma di razzismo è quella contro i musulmani, il nuovo nemico che alcuni si sono inventati, per cercare di dominare il mondo. Certamente, la violenza cieca, il fanatismo e l’integralismo, all’interno delle società musulmane, gettano benzina sul fuoco, ma questo non può assolutamente giustificare questa cosa immonda che è il razzismo».
Cosa fare per contrastarlo?
«Innanzitutto, bisogna individuarne la cause, che sono prevalentemente politiche.
Ci sono troppe strumentalizzazioni. Ma la gente oggi è sempre più cosciente che il nostro mondo non funziona, che non solo è ingiusto e ineguale, ma che produce un profondo disorientamento e una de-significazione dell’esistenza».
Quale ruolo può avere l’islam nella costruzione di una società più giusta, aperta e ‘moderna’?
«L’islam può essere un partner e non un nemico. È il partner che deve permettere ai popoli che vivono attorno al Mediterraneo di preservare le acquisizioni relative alla modernità e, allo stesso tempo, di non perdere i propri valori umani e spirituali. Allo stesso modo, i popoli musulmani hanno bisogno di una certa Europa e delle ‘Genti del Libro’ per cercare di assumere questo esercizio della ragione, affinché né la fede né la ragio- ne vengano marginalizzate».
Quali ideologie integraliste teme di più?
«Ci sono sostanzialmente due gruppi estremisti. Quello della chiusura e dell’integralismo che vuole tagliarci fuori dalla modernità e quello di coloro che hanno perso la fede e che vogliono che imitiamo l’Occidente senza condizioni. Questi cercano di tagliarci fuori dalle nostre radici. La maggioranza dei musulmani si trova nel mezzo e tace. Si tratta, dunque, di ridare la parola a questa maggioranza silenziosa, che fa sì che non ci sia opposizione tra l’origine e il divenire, tra il temporale e lo spirituale, e che dice che dobbiamo assumerci le nostre responsabilità in modo ragionevole».
Sono molte le forme di dialogo possibili. Quale la sua priorità?
«Tutte le forme sono necessarie. Ma per me la priorità è, innanzitutto, il dialogo spirituale, perché è in quanto credenti che noi ci esprimiamo. Dobbiamo parlare del mistero della nostra fede, dei valori e degli obiettivi della nostra religione; dobbiamo parlare dei nostri testi, delle nostre specificità e delle nostre fonti. Non per convertire l’altro, o per condurlo a cambiare i suoi riferimenti, ma per aiutare l’altro e perché lui stesso mi aiuti ad avere un altro sguardo. Questo altro sguardo è la condizione del vivere insieme; si tratta di conoscenza reciproca, condivisione, incontro, scambio, per comprendere che quello che è comune è più importante di quello che è diverso, senza negare la differenza. Né sincretismo, né relativismo, insomma, ma ammirazione della differenza e non semplice accettazione ».



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