Capitolo delle stuoie, 16 aprile 2009 (parte 3) 30 Aprile, 2009
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3. Da Francesco a Cristo
È ora adesso di provare a passare all’oggi, per vedere che cosa possiamo imparare da questo inizio degli inizi del movimento francescano. Il primo pericolo, o illusione, da evitare è quella di poter riprodurre nelle forme esterne e concrete l’esperienza di Francesco. La vita e la storia sono come un fiume: non tornano mai indietro.
I tentativi di riforme francescane in cui prevale l’attenzione ai tratti esterni del francescano nell’immaginario popolare, possono attirare sul momento le simpatie della gente che ammira istintivamente l’anticonformismo e un certo stile hippie, oppure ha nostalgia di un certo passato preconciliare, ma non reggono alla prova del tempo e della vita. È la linfa da cui è nato l’albero che si deve ritrovare, non ripiantare in terra la sua chioma.
Dobbiamo anzitutto metterci nella prospettiva giusta. Quando Francesco guardava indietro vedeva Cristo; quando noi guardiamo indietro vediamo Francesco. La differenza tra lui e noi è tutta qui, ma è enorme. Domanda: In che consiste allora il carisma francescano? Risposta: nel guardare a Cristo con gli occhi di Francesco! Il carisma francescano non si coltiva guardando Francesco, ma guardando Cristo con gli occhi di Francesco.
Cristo è tutto per Francesco: è la sua sola sapienza e la sua vita. Prima di diventare una visione teologica in san Bonaventura e Scoto, il cristocentrismo fu una esperienza vissuta, esistenziale e irriflessa di Francesco. Non c’è tempo, e neppure bisogno, di moltiplicare le citazioni. Alla fine della vita, a un fratello che lo esortava a farsi leggere le Scritture, Francesco rispondeva: “Per quanto mi riguarda, mi sono già preso tanto dalle Scritture, da essere più che sufficiente alla mia meditazione e riflessione. Non ho bisogno di più, figlio: conosco Cristo povero e Crocifisso”.
Siamo nell’anno paolino ed è sommamente istruttivo un confronto tra la conversione di Paolo e quella di Francesco. L’una e l’altra sono state un incontro di fuoco con la persona di Gesù; entrambi sono stati “afferrati da Cristo” (Fil 3, 12). Entrambi hanno potuto dire: “Per me vivere è Cristo” e “Non sono più io che vivo, Cristo vive in me” (Fil 1, 21; Gal 2,20); entrambi hanno potuto dire –Francesco in senso ancora più forte che Paolo: “Io porto le stimmate di Gesù nel mio corpo” (Gal 6,17). È significativo che i testi della Liturgia delle ore e della Messa della festa di san Francesco siano presi in gran parte dalle lettere di Paolo.
La famosa metafora delle nozze di Francesco con Madonna Povertà che ha lasciato tracce profonde nell’arte e nella poesia francescane può essere deviante. Non ci si innamora di una virtù, fosse pure la povertà; ci si innamora di una persona. Le nozze di Francesco sono state, come quelle di altri mistici, uno sposalizio con Cristo. La risposta di Francesco a chi gli chiedeva se intendeva prendere moglie: “Prenderò la sposa più nobile e bella che abbiate mai vista”, viene di solito male interpretata. Dal contesto appare chiaro che la sposa non è la povertà, ma il tesoro nascosto e la perla preziosa, cioè Cristo. “Sposa, commenta il Celano, è la vera religione che egli abbracciò; e il regno dei cieli è il tesoro nascosto che egli cercò”.
Intervento del Presidente della Repubblica 29 Aprile, 2009
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Intervento del Presidente della Repubblica [Italiana], Giorgio Napolitano, in occasione dell’incontro con una delegazione delle Famiglie Francescane nell’800° anniversario di fondazione dell’Ordine
Tenuta di Castelporziano, 18 aprile 2009
Celebrate in questi giorni una ricorrenza di straordinaria importanza e significato, soprattutto perché potete testimoniare che, a distanza di otto secoli, rimane vivo più che mai il messaggio del Santo, l’esempio del Santo. Più vivo che mai anche oggi, in questo mondo, di fronte a un indubbio, allarmante decadimento dei valori spirituali, umani e morali incarnati dalle scelte di vita e dalla predicazione di San Francesco.
Ma non sono stati forse precisamente questi fenomeni e i comportamenti che ne sono derivati a rappresentare una delle cause della crisi che oggi affligge le nostre economie e le nostre società? Parlo di comportamenti dettati dall’avidità, dalla sete di ricchezza e di potere, dal disprezzo per l’interesse generale e dall’ignoranza di valori elementari di giustizia e di solidarietà. E, perfino, quando oggi pensiamo all’Abruzzo e soffriamo per le vittime e per i danni provocati dal terremoto in Abruzzo – certamente un evento naturale, imprevedibile e non evitabile da parte dell’uomo – non possiamo non ritenere che anche qui abbiano contato in modo pesante e abbiano contribuito alla gravità del danno e del dolore umano che si è provocato, anche questi comportamenti di disprezzo delle regole, di disprezzo dell’interesse generale e dell’interesse dei cittadini.
Voi siete dovunque nel mondo oggi e portate, molti o pochi che siate, in ogni singolo paese il seme della vostra fede, la testimonianza dei valori francescani.
Ma io vorrei qui soprattutto sottolineare il grande valore del vostro attaccamento all’Italia: non a caso voi rappresentate gli Ordini e le Famiglie che portano il nome del Santo Patrono d’Italia. Siete profondamente legati a questa terra, a questo popolo e dovunque voi portate il vostro grande messaggio di pace e di solidarietà, di cui c’è più che mai bisogno, c’è sempre bisogno. Di qui l’attualità del messaggio di Francesco. Lei ricordava “le guerre e i conflitti che insanguinavano l’Italia e i comuni italiani all’epoca di San Francesco”: purtroppo le guerre cambiano di natura o cambiano di dimensione, ma non vengono mai cancellate, ancora continuano a flagellare il nostro mondo, a cominciare dalla Terra Santa, e, possiamo dire, in modo più generale e ampio, mai cessano i pericoli di guerra.
Pace e solidarietà dovunque nel mondo, pace e solidarietà per l’Italia. Noi abbiamo bisogno – credo di poterlo dire a nome del Paese e del popolo che ho l’onore di rappresentare – della vostra presenza: noi abbiamo bisogno della vostra opera, noi abbiamo bisogno del vostro impegno a portare avanti valori che anche nel nostro Paese debbono essere continuamente rinnovati e continuamente trasmessi.
Ci è venuto a trova Fratello Terremoto L’AQUILA 28 Aprile, 2009
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[Frati Minori Cappuccini], 22 aprile 2009
Ci è venuto a trova Fratello Terremoto L’AQUILA -
Nella mattina del 21 aprile 2009 il Ministro generale, fr. Mauro Jöhri, accompagnato dal Vicario generale, fr. Felice Cangelosi, si è recato a L’Aquila per incontrare i frati rimasti al loro posto accanto alla gente dopo il disastrosi sisma che ha investito la regione. Ha incontrato i frati che condividono con la gente la fatica di aver perso tutto o di vivere una situazione di precarietà. Il nostro Convento, dedicato a Santa Chiara, è inagibile ed i frati hanno trovato alloggio, come tanti, nelle tende o nei vagoni ferroviari. Ma questo non li ha fermati nella loro presenza. Sono accanto agli ammalati dell’ospedale, vicino agli anziani nelle tende, a sostegno per il conforto ai molti che sono accompagnati all’ultima dimora in terra, ai parenti che piangono i loro morti. Hanno una tenda al centro della grande tendopoli e lì accolgono e aiutano coloro che hanno bisogno. Un grande aiuto è dato anche dai frati postnovizi di Spoleto. Il loro semplice essere lì, essere una presenza visibile per la gente, condividendone la fatica ed il dolore è il segno di una fedeltà e di una prossimità che merita la nostra ammirazione. È l’essere ancora una volta “i frati del popolo”. Prima di poter ricostruire il convento passerà molto tempo, diversi anni! Oggi serve una struttura semplice e allo stesso tempo solida che possa far fronte in maniera dignitosa al tempo dell’attesa. Una struttura che permetta a noi frati cappuccini di rimanere vicini alla gente. Per questo motivo lanciamo un appello, soprattutto ai frati dell’Ordine che sono sparsi in tutto il mondo, perché aiutino e sostengano economicamente questo progetto. A coloro che vogliono aiutare i frati chiediamo di utilizzare i numeri di conto bancario qui indicati specificandone la causale: per i frati dell’Abruzzo. La Curia generale ha già predisposto un suo diretto aiuto attraverso il fondo per le emergenze causate da eventi naturali.
Le Suore di Albano Laziale 27 Aprile, 2009
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Capitolo delle stuoie, 16 aprile 2009 (parte 2) 26 Aprile, 2009
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2. Carismatici itineranti
In questa prima fase, Francesco non ha analizzato i contenuti della sua scelta: quali aspetti del Vangelo si proponeva, cioè, di rivivere. Seguendo il suo istinto del “sine glossa”, lo ha preso in blocco, come qualcosa di indivisibile. Noi però possiamo oggi rilevare alcuni contenuti concreti della sua scelta, basandoci su quello che lo vediamo mettersi a fare prima e dopo il viaggio a Roma e l’incontro con il papa. Possiamo parlare delle tre “P” di Francesco: predicazione, preghiera, povertà.
La prima cosa che Francesco si mette a fare è di andare lui stesso e mandare i suoi compagni in giro per i villaggi e i paesi a predicare la penitenza, esattamente come aveva sentito che faceva Gesù. Gesù intercalava la predicazione con tempi di preghiera: di notte, di giorno, sul fare del mattino, a sera tarda, dalla preghiera partiva e alla preghiera ritornava dopo i suoi viaggi; lo stesso fa ora il piccolo gruppo raccoltosi intorno a Francesco. La preghiera faceva da bordo augusto a tutte le attività del giorno. Tutto questo accompagnato da uno stile di vita povero nel senso più comprensivo della parola, cioè fatto di povertà materiale radicale, ma anche di povertà spirituale, cioè semplicità, umiltà, fuga dagli onori: cose tutte che più tardi Francesco racchiuderà nel nome di “Minori” dato ai suoi frati.
È da rilevare un dato importante: questa primitiva esperienza è interamente laicale. Il grande storico Joseph Lortz ha affermato con forza: “Il centro più intimo della pietà del santo cattolico, Francesco d’Assisi, non è clericale”.
L’intuizione di Francesco trova una singolare conferma nell’orientamento più recente degli studi sul Gesù storico. E’ divenuto abbastanza comune definire il gruppo di Gesù e dei suoi discepoli, dal punto di vista della sociologia religiosa, come “carismatici itineranti”, anche se il modo con cui questa qualifica è intesa da taluni è soggetta a non poche riserve. “Carismatici” indica il carattere profetico della predicazione di Gesù, accompagnata da segni e prodigi; “itineranti” il suo carattere mobile e il rifiuto di stabilirsi in un luogo fisso, confermato dal detto di Cristo: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20). Non si potrebbe trovare una definizione più adatta di questa per il primitivo gruppo riunito intorno a Francesco: carismatici itineranti.
Capitolo delle stuoie, 16 aprile 2009 (parte 1) 25 Aprile, 2009
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Per la prima volta tutti insieme
ASSISI – E’ il primo evento del genere nella storia del francescanesimo, da quando, nel 1221 san Francesco convocò 5000 frati, che dormirono sulle stuoie. Nell’ottavo centenario della approvazione della Regola le quattro famiglie francescane, con quasi 2000 frati, si riuniscono nella grande tenda di fronte alla Porziuncola. “Come dalla Porziuncola Francesco inviò i primi frati per andare a due a due per il mondo, così anche noi idealmente vogliamo ripartire da qui per portare il messaggio evangelico della pace e della riconciliazione ad ogni cuore affranto e sofferente” – ha detto fr José Radriguez Carballo OFM, presidente di turno della Conferenza dei ministri generali del Primo Ordine e del Terzo Ordine Regolare. Sono complessivamente 65 le nazioni rappresentate. Presenti anche i francescani delle altre confessioni cristiane. Ai frati capitolari sarà concessa l’indulgenza plenaria. Sabato tutti si recheranno a Roma, come otto secoli fa fu per il Poverello, per l’udienza con il Santo Padre, con il desiderio di rigranziare Dio per gli ottocento anni del nostro Carisma.
Capitolo delle stuoie, 16 aprile 2009 [da p. Andrea Vaona, ofm conv]
P. Raniero Cantalamessa, ofmcap.
“Osserviamo la Regola che abbiamo promesso”
Assisi 15 Aprile 2009, Capitolo delle Stuoie, nell’VIII Centenario dell’approvazione della Regola di S. Francesco
1. Il carisma allo stato nascente
La mia riflessione inizia con una domanda: cosa ricordiamo esattamente in questo anno 2009? Non l’approvazione della “Regola che abbiamo promesso”, che è la Regola Bollata, ma l’approvazione orale, da parte di papa Innocenzo III, della primitiva regola, perduta, di san Francesco. Fra quattordici anni, nel 2023, si celebrerà il centenario della Regola Bollata e in quell’occasione, si può essere sicuri, si parlerà in lungo e in largo di essa e della sua importanza. Quest’anno abbiamo una occasione unica per risalire al carisma francescano nel suo stesso sbocciare, per così dire “allo stato puro”. È un kairòs per tutto l’ordine e il movimento francescano, non possiamo lasciarlo passare invano.
I sociologi da tempo hanno messo in luce la forza e il carattere irripetibile di un movimento collettivo nel suo “statu nascenti”. Parlando degli stati di effervescenza collettiva, Durkheim ha scritto: “L’uomo ha l’impressione di essere dominato da forze che non riconosce come sue, che lo trascinano, che egli non domina…Si sente trasportato in un mondo differente da quello in cui si svolge la sua esistenza privata. La vita qui non è soltanto intensa, ma è qualitativamente differente”. Per Max Weber la nascita di tali movimenti è legata alla comparsa di un capo carismatico che, rompendo con la tradizione, trascina i suoi seguaci in una avventura eroica, e produce in chi lo segue l’esperienza di una rinascita interiore, una ‘metanoia’, nel senso di san Paolo. La prospettiva di questi autori è sociologica; non spiega da sola i movimenti religiosi, aiuta tuttavia a capirne la dinamica.
Secondo Francesco Alberoni, sono i momenti del nascere delle religioni, della riforma protestante, della rivoluzione francese o bolscevica; noi possiamo aggiungervi senza esitazione: e del movimento francescano. Vi è, secondo Alberoni, una indubbia analogia tra la nascita di questi movimenti e il fenomeno dell’innamoramento. Questo fu, in ogni caso, ciò di cui si trattò per Francesco e per suoi seguaci: un innamoramento.
Vi sono fiori che non si riproducono piantando di nuovo il loro seme o un ramoscello della pianta, ma solo a partire dal bulbo che misteriosamente si ridesta e torna a germogliare in primavera. Tali sono, tra quelli che conosco, i tulipani e le calle. Io credo che anche l’ordine francescano ha bisogno di ripartire dal bulbo. E il bulbo è la primitiva intuizione, o meglio ispirazione (“Il Signore mi rivelò…”), che Francesco d’Assisi ebbe nel 1209 e che presentò a Innocenzo III.
Peperoni ammollicati 24 Aprile, 2009
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per 4 persone:
800 g di peperoni di diversi colori
30 g di pecorino grattugiato
1 cucchiaio di capperi sotto sale
1 cucchiaio colmo di pangrattato
origano
olio e sale
Lavate i peperoni, asciugateli, puliteli internamente e tagliateli a grosse
falde. Friggeteli nell’olio a fiamma vivace per circa 15 minuti; poi
cospargeteli con il pangrattato, il pecorino grattugiato, i capperi ben
lavati, origano e sale.
Mescolate e lasciate insaporire la preparazione su fuoco moderato per
altri 10 minuti circa. Servite caldo.


