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Sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione 7 novembre, 2012

Posted by pierinoilmissionario in Esperienze dalle Missioni.
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Intervengo in merito al numero 114 dell’Instrumentum Laboris dove si parla dell’apporto della Vita consacrata e si accenna in particolar modo agli Ordini mendicanti. Noi religiosi contribuiremo alla nuova evangelizzazione nella misura in cui sapremo rinnovarci a contatto con il carisma dei nostri fondatori e in attento ascolto delle complesse situazioni del nostro tempo. Ci viene richiesta una fedeltà creativa come in fondo la seppe vivere in modo esemplare – faccio l’esempio che più mi è vicino – San Francesco d’Assisi.

Il suo primo biografo, Tommaso da Celano, volendolo caratterizzare in modo icastico, lo definì “uomo veramente nuovo”!

tutto questa Assemblea sinodale, è utile chiederci quale fosse il significato della novità otto secoli or sono? A differenza delle società moderne e postmoderne in cui ciò che è nuovo viene apprezzato a priori, il pensiero medievale valorizzava la tradizione e il costume. I chierici del secolo XIII, salvo rare eccezioni, diffidavano delle innovazioni. Per loro la un contenuto positivo, se non sostenendosi sul passato per ridargli attualità: il nuovo si creava soltanto dal vecchio, risuscitando ciò che preesisteva e facendo rifiorire quanto era morto e appassito.

[1] Dato che la questione della novità ci accompagna lungo novitas non aveva[2]

In che senso si può parlare allora di Francesco come di “uomo veramente nuovo”?

Sento di poter dire che Egli fu uomo veramente nuovo perché seppe riproporre in modo forte e convincente Gesù Cristo e il suo Vangelo. Egli non si mise al posto di Cristo: questo proprio no. Francesco scoprì Cristo, vero Dio e vero uomo, come si scopre il tesoro nascosto nel campo. Una volta scoperto il tesoro che è Cristo, Egli motivò e accompagnò tutte le scelte della vita di Francesco. E per entrare in pieno possesso di questo tesoro, per essere profondamente trasformato dal contatto con la persona di Cristo, Francesco lasciò tutto,ruppe con la famiglia, assunse un’esistenza errabonda, rinunciò ad ogni forma di contestazione per dare inizio ad uno stile di vita allora del tutto inedito. Pose Cristo al centro della sua vita e per fargli realmente posto lo serviva nei lebbrosi, si ritirava volentieri a vivere negli eremi, andava per le piazze a predicare la penitenza.

Francesco colse il dinamismo profondo che caratterizzò tutta la vita di Cristo nel dono perfetto di sé al Padre, nella sua vita tutta incentrata nel compimento della missione affidatagli dal Padre, e lo fece suo. Egli comprese che l’unica logica che conta è quella del dono. Così di fronte al mistero dell’Eucaristia esorta i suoi frati: “Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, e aprite davanti a lui vostri cuori; nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché tutti e per intero vi accolga Colui che tutto a voi si offre.”[3] A partire da questa sua scelta chiara e radicale seppe inserirsi pienamente nel suo tempo, coglierne il dinamismo, ritenendo ciò che era buono[4]. Colse l’anelito di molti ad abbracciare una vita improntata alla radicalità evangelica; si rese conto dell’emergere dei centri urbani e andò a vivere nelle loro periferie, in mezzo agli emarginati del suo tempo; abbandonò il criterio piramidale del potere di uno solo su tutti, per entrare nel criterio della circolarità del servizio del fratello per i fratelli[5]..

Noi religiosi ci rinnoveremo e potremo diventare protagonisti nel campo della nuova evangelizzazione con tutte le forze vive della Chiesa, se, come Francesco, ci accosteremo a Cristo per lasciarci trasformare dalla sua presenza d’amore. Molto dipenderà dal posto che daremo, sia comunitariamente che individualmente, all’ascolto della Parola di Dio, all’amore fraterno spinto fino a lavarci reciprocamente i piedi. È da Lui che prenderemo la forza ed il coraggio per partire verso nuovi compiti in terre lontane; da Lui impareremo a relativizzare i

confini che ci separano gli uni dagli altri e così oseremo intraprendere progetti nuovi e innovativi.

Noi religiosi siamo chiamati decisamente a mettere Cristo al centro della nostra vita; e questo comporta di avere il coraggio di testimoniarlo apertamente. Non dobbiamo aver paura di dire che è per Lui e per Lui solo che abbiamo scelto di abbracciare la vita religiosa e di vivere in reciproca dipendenza in fraternità. Siamo invitati a dire che è da Lui che attendiamo la ricompensa per le nostre rinunce e che la parte migliore deve ancora venire. Grande è la tentazione di mettere al centro della nostra vita cose e attività e di dar ragione della nostra scelta di vita a partire da esse. Tendiamo a giustificare la nostra esistenza di religiosi ricorrendo al fatto che svolgiamo vari compiti come quello di vicario parrocchiale, di parroco, di insegnante di religione o universitario, di incaricato di centri di vario tipo e quant’altro.

Queste mansioni di per sé sono tutte utili e significative, ma se prese singolarmente non riescono a motivare sufficientemente una scelta di vita come la nostra. La sola ragione che tiene veramente è la scelta di una persona viva e reale, una persona che abbiamo imparato ad amare appassionatamente, come per l’appunto è Nostro Signore Gesù Cristo. Coloro che ci incontrano e ci frequentano, anzi il mondo intero, hanno il diritto di saperlo, e noi abbiamo il dovere di testimoniarlo.

—————————————

 

 

[1] Fonti Francescane, 462.

[2] Cfr. Vauchez A., Francesco d’Assisi. Tra storia e memoria. Torino 2009, 349.

[3] Fonti Francescani, 221.

[4] 1Ts 5, 21

[5] Maranesi, P., Il sogno di Francesco. Rilettura storico-tematica della Regola dei Frati Minori alla ricerca della sua attualità, Assisi 2011, 49.

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